Zaha Hadid / Stazione marittima di Salerno

ARGOMENTI DI ARCHITETTURA  ISSN 1591-3171  N. 2/2019
DOI: 10.13140/RG.2.2.30721.71528

Un capolavoro dell’architettura decostuttivista:

tra immagine, immaginario e immaginazione

ABETI Maurizio (IT)

Maurizio Abeti
Professore del Corso di Storia dell’Arte Contemporanea e delle Arti applicate
Universitas Mercatorum / Corso di laurea: L4 – Prodotto di design e moda
Piazza Mattei, 10 – 00186 Roma (Italia)

Tel. +39 06.883733300
cellulare (+39339 3146816)
e-mail: maurizio.abeti@unimercatorum.it

Abstract

A partire dall’ultima decade del XX secolo l’attenzione della cultura architettonica internazionale si è concentrata sull’irachena Zara Hadid (scomparsa a 65 anni il 31 marzo 2016), prima donna-architetto a conquistare, nel 2004, il Premio Pritzker. Svincolata da idoli e canoni ed aperta a qualsiasi ipotesi rischiosa, interpretava con grande coraggio, nel suo fare architettonico, la divisione della modernità dall’apatica comunicazione architettonica tradizionale. Il suo «progettare disturbato» con le sue composizione contaminate, geometrie tortuose, angoli ripiegati, diagonali, volumi involuti, livelli concavo-convessi e disarmonici, ripudiava le apparenti certezze delle forme pure della geometria elementare, sinonimo di armonia, stabilità e ordine Il suo prodotto inventivo, essendo mutevole, dissolubile e temporale, conquista una delle «invarianti» linguistiche dell’architettura moderna: la reintegrazione costruzione-città-territorio.
Un linguaggio metodologico che ritroviamo in questa sua ultima opera: la nuova Stazione marittima di Salerno (Italia), inaugurata, come primo postumo, il 25 Aprile 2016. Ubicata sul molo Manfredi del porto commerciale della città di Salerno coinvolge con la sua forte identità tutto il contesto portuale ed è diventata parte integrante con la città.
L’opera colpisce non solo per il suo linguaggio di design d’avanguardia, a marchio Hadid, metafisicamente rappresenta una nave con una copertura a forma di «unostrica con un guscio duro esterno che racchiude elementi fluidi e morbidi allinterno» (citando le stesse parole dello studio Hadid), ma soprattutto per le sue «costanti» linguistiche: il principio della dissonanza e disarmonia; la visione antiprospettica spazio-temporale; la disintegrazione della tradizionale scatola costruttiva e la ri-unificazione dell’ingegneria strutturale con l’architettura.

Introduzione

“Zaha è stata una pioniera. E lei era una stella nel firmamento di idee e di poesia. E una volta che una stella si spegne, non c’é nessuno per sostituirla. Era unica”. Daniel Libeskind

Con il termine Decostruttivismo (il cui teorico è stato il filosofo francese Jacques Derrida)  si usa indicare l’ultimo movimento architettonico internazionale che ha rivoluzionato il modo di progettare e realizzare l’architettura. Il “De-constructivist Architecture” si affermò nel 1988 quando Mark Hoolgley e  Philip Cortelyou  Johnson organizzarono al MOMA (Museum of Modern Art) di New York una mostra alla quale furono invitati a confrontarsi con i loro progetti sette architetti: Frank O. Gehry, Daniel Libeskind, Rem Koolhaas, Peter Eisenrnan, Zaha Hadid, Bernard Tschumi e il team Coop Himmelb(l)au.
In questa rassegna venne plasmata un’architettura non idealista, ma vibratamente realista; non più atrofizzata da geometrie e volumetrie chiuse, ma da una continuità spaziale e plastica dei suoi volumi; non più fermentata da stili e modi codificati, ma rifacendosi in ambito architettonico non tanto ad un nuovo stile quanto alla ripresa di forme estetiche del passato come il costruttivismo sovietico, nato nella seconda decade del ‘900, i quali furono i primi a temporalizzare lo spazio senza staticità, simmetrie e composizione delle forme.

Fig. 1 Frank O. Gehry, Weatherhead School of Management , Case Western Reserve University, Cleveland, Ohio Autor-armanani, ©commons.wikimedia.org

Il Decostruttivismo consegna al XXI secolo una reinterpretazione della storia libera da ogni concezione ideologica secondo la quale la realtà di un’opera architettonica nel suo insieme e in ogni sua parte tende a un fine per diventare immodificabile, eterna e globale. I decostruttivisti tutelano i principi di un progettare libero, mutevole, connesso con la realtà in contrapposizione ai canoni accademici della proporzione, della simmetria, delle figure geometriche elementari, dell’armonia e dell’ordine (Fig. 1). Nelle loro opere l’architettura è complemento di forme decomposte, di scomposizione di linee e volumi, di asimmetrie, di instabilità, di disarmonia, proprio quest’ultima è da non confonderla con disordine, perché spesso è proprio una “scelta ordinata” a determinare una condizione di disarmonia e di asimmetria; è il “disordine/caos”, se così si può affermare, il criterio ordinatore del loro modellare l’architettura.
Questo concetto viene esternato visivamente con una de-costruzione delle sue forme e dello spazio.
Gli stili, le leggi della statica, le norme asservite degli elementi vengono aboliti in nome di uno spazio universale: concepito come parte integrante dell’architettura del paesaggio in continua  trasformazione.

Fig. 2 Zaha Hadid, Riverside Museum, Glasgow, ©commons.wikimedia.org

A partire dalla fine del secolo scorso emerge, nel panorama architettonico internazionale,  l’iraniana Zara Hadid (scomparsa a 65 anni il 31 marzo 2016), figura (mondialmente riconosciuta) originale e provocatoria, ricca di talento e visione, impegnata e coraggiosa, prima donna-architetto a conquistare, nel 2004, il Premio Pritzker, corrispondente al Premio Nobel per l’architettura. Considerata da molti critici una dei massimi esponenti del Decostruttivismo e autore di opere travolgenti con soluzioni strutturali dalle caratteristiche fortemente audaci (Fig. 2). Impersonava il concetto che separava la modernità dall’inerzia canonica della tradizione, su questo argomento, in una sua pubblicazione, dichiarò: «Il trionfo del ventesimo secolo della tecnologia e dei nostri stili di vita di accelerazione e sempre mutevoli hanno creato completamente una nuova condizione. Questi cambiamenti, nonostante le difficoltà, hanno una certa euforia, che deve ancora essere eguagliata in architettura. È che la revisione e l’assoluta necessità di inventiva, immaginazione e l’interpretazione che rende il nostro ruolo in un’architettura più valida. Non possiamo più adempiere ai nostri obblighi come architetti se continuiamo a come decoratori di torte. Il nostro ruolo è di gran lunga superiore a questo. Noi, autori di architettura, dobbiamo prendere il compito di riesaminare la modernità. Un’atmosfera di ostilità totale, dove in attesa è stata, ed è tuttora, vista come quasi criminale, mi rende più fermamente convinta che c’è un solo modo e che è quello di andare avanti lungo il percorso iniziato dagli esperimenti dei primi modernisti. I loro sforzi sono stati interrotti e i loro progetti solo testati. Il nostro compito non è quello di resuscitare loro, ma per sviluppare ulteriormente. Questo compito di svolgere il giusto ruolo dell’architettura, non solo esteticamente, ma a livello di codice, svelerà nuovi territori. In ogni progetto ci sono nuovi territori per essere invasi e  altri ad essere conquistati: e questo è solo l’inizio»[1].
La composizione stilistica inconfondibile della sua architettura, che declina il Decostruttivismo in soluzioni estremamente complesse, è caratterizzata dall’impiego di più elementi in forme di flussi dinamicamente coerenti di energia e materia che proiettandosi verso l’esterno danno vita all’edificio.
È questo il significato fondamentale, il senso della composizione architettonica di Zaha Hadid: la fluidità, la diversità e la complessità, che penetrando progressivamente nella sua progettazione diventeranno la poetica centrale della sua architettura. E per ottenerle “decostruisce” le istituzione classiche, modelli e canoni, trasgredendo ogni regola derivata dall’antichità, avversa ad ogni criterio di autorità, e progetta ambienti in evoluzione con forme impure, geometrie sghembe, angoli non retti, volumi deformati, asimmetria degli assi e piani concavi e convessi. Tali componenti della poetica hadidiana ne caratterizzano il processo architettonico. Gli stessi principi esposti e reiterati, restano mera indicazione se non si percepisce che si tratta di spazi non geometrici, ma di un creare spaziale che si sviluppa secondo una legge di funzionalità dinamica e di leggerezza, autodefinendosi in una materia energica in fremente tensione. È un’architettura non astratta/utopistica, ma vigorosamente realista ed ottimista e perciò avversa ad ogni criterio autoritario.
Troverei difficile catalogare tra i suoi progetti, visto i centinaia realizzati in tutto il mondo, quello più originale, più stravagante, più audace o più difficile quindi, con immensa soddisfazione, racconto la seguente sua esperienza architettonica che ho avuto la fortuna di visitarla e di viverla.

L’architettura della  Stazione marittima di Salerno: creatività che diventa poesia

Fig. 3 Vista esterna della città di Salerno con il suo bellissimo lungomare, ©maurizioabeti.

L’ultima opera di Zara Hadid consegnata al III millennium ed inaugurata, come primo postumo, il 25 Aprile 2016, è la nuova Stazione marittima di Salerno*. Ubicata sul molo Manfredi del porto commerciale della città di Salerno coinvolge con la sua forte identità tutto il contesto portuale e diventerà parte integrante con la città collegandosi con la costruenda piazza della Libertà ed il lungomare (Fig. 3).
L’opera colpisce per il suo linguaggio di design d’avanguardia, a marchio Hadid, dall’ottica dell’inventiva e dell’ingegno. L’idea dell’archstar è stata quella di creare, metafisicamente, una nave con una copertura forma di ostrica (citando lo stesso studio Hadid che ha definito l’opera come: «un’ostrica con un guscio duro esterno che racchiude elementi fluidi e morbidi all’interno; una copertura “temprata” che costituisce uno scudo protettivo dall’intenso sole del Mediterraneo». Del resto, Salerno è una città portuale del mediterraneo nella quale le navi sono una presenza forte, visibili anche dalle terra ferma; e il suo porto è uno scalo importante di approdo e di partenza per navi mercantili e da crociera che si collegano al resto del mondo.
La costruzione evoca con le sue forme sinuose (Fig. 4) e con il suo decantato “caos”, in un rapporto dinamico tra i due fuochi che la circondano, la terra e il mare. È la realizzazione di quel nuovo sistema in equilibrio tra ambiente costruito e ambiente naturale che si ritrova nello spirito decostuttivista di Hadid: rifiutare le ideologie dell’architettura della purezza formale e della geometria euclidea (fondamentali per la composizione classica e post-moderna), immodificabile e universale, per difendere i diritti di un progettare flessibile, connesso con la realtà. Nella sua struttura le linee seguono curve dinamiche; la planimetria è conformata secondo la logica dell’orografia del sito e i manufatti dell’uomo (in particolare il viadotto che collega l’autostrada al porto); la copertura, fluttuante come un onda del mare a forma di ostrica, ricerca profili ricurvi rifacendosi ai monti della vicina costiera Amalfitana che la circonda ad ovest; e le aggiunte delle grandi aperture vitree orizzontali, in marcata asimmetria, evitano una tridimensionalità massiccia e inerte. Tutto il concetto dell’organismo si fonda su un concetto: permettere alla plasticità dei suoi volumi di realizzare un’architettura fantastica dove l’ordine e il disordine convivono.

Fig. 4 Il fluido profilo esterno, ©maurizioabeti.

Caratteristica della su forma informale e del suo spazio “ineffabile”

Fig. 5 Rivestimento della copertura in piastrelle di ceramica, ©commons.wikimedia.org

La stazione marittima, distribuendosi su una superficie di 4.500 mq., è caratterizzata da tre livelli sovrapposti: un seminterrato con ambienti operativi per smercio bagagli arrivo/partenze; un livello rialzato per il check in, percorsi per gli arrivi/partenze, un punto di ristoro, di informazione, di biglietteria, mentre il primo livello per il terminal imbarco per i traghetti e navi da crociera e uffici amministrativi. La struttura è funzionale per realizzare tutti i suoi volumi  che si compenetrano al fine di esaltare lo spazio e la sua dinamicità, costruita con materiali, considerati tecnologicamente avanzati, come il cemento armato, l’acciaio e il vetro. Per rivestire l’asimmetrica e monumentale “ostrica” sono state utilizzate piastrelle di ceramica che oltre ad avere una finalità estetica svolgono, grazie alle loro caratteristiche fisiche e chimiche, funzioni di isolante termico, di resistenza al fuoco e di impermeabilità ai gas e ai liquidi (Fig. 5).
L’accesso “a bordo” di questa stupefacente cavità irregolare della cultura architettonica contemporanea non avviene per un grande viale prospettico, ma camminando su alcuni dolci gradoni (Fig. 6); non vi si entra per un ingresso di carattere più o meno monumentale e di disegno rettilineo, ma per aperture seminascoste. E, allinterno, non si trovano sale e corridoi infilati luno dietro laltro, ma quello spazio continuo che è la dimensione fondamentale, il “grande spazio fluido” di tutta larte “hadidiana”, contraddistinto con “soffitti (e senza) di altezza e di struttura ineguale, con divisori fatte da “schermi quasi mobili”, così da rendere possibili diverse misure e diverse forme dei vuoti, senza nessuna ricerca della regolarità, dellequilibrio speculare della composizione geometrica, ma da una dinamicità di spazi che intersecandosi luno nellaltro con rampe, pareti, articolazioni e curve, auto-guidano la circolazione dei passeggeri determinando la “geometria” informe degli spazi, rendendoli visibili da una molteplicità di punti di vista.Su questo argomento di spazi  non-completati e non-finiti, aperti allo scambio, è la stessa Hadid che ne parla in una conversazione con Hans Ulrich Obrist: «Quando noi realizzammo i primi, con proiezioni molto strane, le persone li presero per essere rappresentazioni illustrate o visive. Ma ciò che realmente facemmo fu quello di sfidare la percezione della gente su come presentare larchitettura, in quale modalità, e anche come locchio viaggiava lungo il muro, perché non cera necessariamente un punto o vista dangolo. Ciò portò allidea che non cè una vista singolare, non cè un angolo singolare, ma piuttosto una molteplicità di punti di vista. Essa implica anche un tipo di organizzazione organica che non è un sistema chiuso. Infatti, la cosa più importante per me è che questi sistemi non sono più definiti da completezza; sono composizioni incomplete, e sistemi non chiusi di associazione. Tutto questo ha a che fare con la permeabilità dellorganizzazione – lidea di spazio assoluto traslato all’idea di diversi contatti visivi dove si possono vedere le cose più di una volta…»[2]; e ancora con un colloquio con Margherita Guccione: «lidea della composizione incompleta, lidea che la configurazione non è definitiva…… significa che consente di aggiungere strati. È possibile estendere senza violare lordine o lidentità. Questo ti dà la flessibilità e la fluidità…»[3].

Fig. 6 Viste interne della stazione marittima di Salerno, ©maurizioabeti.

Fig. 7 Veduta vetrate, ©maurizioabeti.

Con vetrate di disegno e di grandezza diverse (Fig. 7), da cui non solo penetra la luce, accrescendone la carica energetica, ma regalano un panorama bellissimo e particolare della costiera amalfitana e della città di Salerno. E di notte, grazie alla loro trasparenza,  fanno sì che la nuova Stazione marittima di Hadid diventa una manifestazione dirradiazione luminosa, tale da divenire non solo  un elemento architettonico costitutivo dello spazio circostante del vecchio porto, ma di essere individuata in modo univoco come un faro che brilla (Fig. 8).
Tutto è intuito e gioito in nome di uno spazio globale: dal paesaggio elettrizzato dallesistenza delledificio ai particolari, concepiti come parte integrante dellarchitettura ; tutto è dominato dallo stesso spirito coraggioso “hadidiano” che dappertutto invera il duo duplice ideale del continuum e del mutamento.
Unopera unica, di “arte totale”, in cui architettura e opere d’arte  si fondono insieme, tale da divenire luogo d’arte, in continuo movimento, capace di segnare e percorrere nellimmaginario nuove rotte, non solo lungo i mari, ma soprattutto attraverso l’espressione della sua architettura.
La cornice romantica di Salerno longobarda aiuta, ma prima o poi arriva il momento in cui ti domandi come fai a vederla se sul molo Manfredi del porto commerciale della città, e non, ad esempio, sul suo lungomare o a piazza della Concordia. E poi, ti accorgi  di essere su questa “nave”, le cui ampie vetrate che la raggirano ti aiutano a vivere questa bellissima sensazione. A tale proposito in una conversazione con Margherita Guccione affermò: «Larchitettura deve offrire piacere. Entrando in uno spazio architettonico, le persone dovrebbero provare una sensazione di armonia, come se stessero in un paesaggio naturale, al di là delle dimensioni o del valore economico dello stesso. Proprio qui risiede il mio personale concetto di lusso: è qualcosa che non ha nulla a che vedere con il prezzo, piuttosto con le emozioni che l’architettura riesce a trasmettere. Basti pensare alla spiaggia di Copacabana: è un luogo meraviglioso, ha una sabbia bellissima eppure lingresso è libero, gratuito. Il lusso a grande scala e per tutti: questo è lo scopo dellarchitettura»[4].
Unarchitettura dal chiaro linguaggio decostruttivista, ma, allo stesso tempo, priva di orpelli stucchevoli e con grande attenzione, invece, alla funzionalità dinamica dei suoi spazi. In definitiva lhadidiana Stazione marittima freme di ondulazioni e di vivacità materiche secondo un impulso che conquista, appaga il percettivo, seduce e nel proprio immaginario ci porta a credere di essere su una delle più belle navi da crociera.

Fig. 8 Vista notturna di grande manifestazione d’irradiazione luminosa: un faro che brilla, ©maurizioabeti.

La città di Salerno, il cui primo insediamento documentato risale al VI secolo a.C., antico centro osco-etrusco che sorgeva sul fiume Irno poco lontano dalla costa in un punto strategico per le vie di comunicazione, con 135.066 abitanti, si trova nel sud dell’Italia, direttamente sulla costa tirrenica, o più precisamente all’interno del omonimo golfo naturale. La città si estende da ovest a est e a sud affacciandosi sul mar Tirreno. Il suo ingresso da ovest è anticipato da un bene architettonico-paesaggistico-naturalistico, considerato patrimonio dell’umanità dall’Unesco: la costiera amalfitana.

Note bibliografiche

  1. Zaha Hadid, Zaha Hadid Planetary Architecture Two, Architectural Association publications, 1983.
  2. Zaha Hadid, da una conversazione con Hans Ulrich Obrist, pubblicata su “Conversation series 8”, Verlag der Buchhandlung Walther König 2007, p. 45.
  3. Zaha Hadid, in un’intervista con Luis Rojo de Castro del 1995, pubblicata su “El Croquis” (“Zaha Hadid 1983 – 2004”), p. 49.
  4. Da una conversazione con Margherita Guccione, Roma, Marzo 2003.
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