ASTRAZIONE RAZIONALISTA NELL’ARCHITETTURA DI ENRICO DEL DEBBIO / “LA CASA DEL BALILLA” DI AVELLINO

ARGOMENTI DI ARCHITETTURA  ISSN 1591-3171  N. 9/2021

DOI10.13140/RG.2.2.33615.41120

ABETI Maurizio e CARULLO Pellegrino

Abstract

Rem Koolhaas, il famoso architetto olandese, che insegna presso la Graduate School of Design dell’Università di Harvard, ha inventato tesi bizzarre e spesso abbaglianti, come in questo caso: “Il dominio di $ € ¥: lo Yen, lEuro e il dollaro nel mondo dell’architettura. Un’unica architettura che si acquista nel bazar mondiale dellarchitettura, in modo che chiunque voglia possa avere un immobile, preso di qua ho preso di là, che è sempre lo stesso. Così, ciascuno avrà il suo ponte di Calatrava da mettere a Venezia, il museo di Zaha Hadid da mettere a Roma, il grattacielo di Daniel Libeskind da mettere a Milano o il suo Bosco Verticale di Stefano Boeri da mettere a Napoli”. Ma non è stato sempre così. Cè stata una volta larchitettura, del fascista non fascista, con il suo stile internazionale: larchitettura di Enrico Del Debbio. Nella sua architettura, con una velocità di retorica, risulta una cosa strana: che larchitettura del regime fascista è molto più moderna di quanto si possa credere e la casa del Balilla di Avellino (1933 – 1937) ne è una testimonianza! La “Casa del Balilla” o ex “Palazzo GIL” (acronimo di: Gioventù Italiana del Littorio), edificio progettato dall’architetto Enrico Del Debbio, che durante il ventennio fascista si occupò della realizzazione degli impianti tecnico-sportivi delle “Case del Balilla”in tutt’Italia sino al 1934, è un esempio di architettura razionalista del 1933. Il complesso è ubicato al centro della città di Avellino (Italy), in Via Roma, è si impone, con la sua forma ad L, decisamente dinamica, sul tessuto circostante per la notevole mole e il rivestimento marmoreo, in particolare della torre littoria. Era la sede locale dellOpera Nazionale Balilla durante il regime fascista ed era stata pensata dall’Opera Nazionale Balilla come polo sportivo e culturale per l’indottrinamento ideologico dei giovani.

1. Introduzione

In questo saggio illustreremo un’architettura moderna italiana, nota con l’accezione di “modernità totalitaria”, ma la chiameremo per piena convinzione “razionalista”, il cui progettista, Enrico Del Debbio, pur vivendo un momento di transizione tra un neoclassicismo semplificato, che voleva essere a metà strada tra il classicismo del gruppo Novecento (Gustavo Giovannoni, Emilio Lancia, Giovanni Muzio, Giò Ponti, ecc.), ed il razionalismo del Gruppo 7, costituito da Giuseppe Terragni, Giuseppe Pagano, Adalberto Libera, Luigi Figini, Gino Pollini, Guido Frette, Sebastiano Larco e Carlo Enrico Rava, e fondatori del M.I.A.R. – Movimento Italiano per l’Architettura Razionale -, conformò, influenzato da entrambi i movimenti, un personale lessico architettonico alquanto originale, oscillante, all’inizio della sua carriera ai primi anni ’30, tra un segnato eclettismo ed una monumentalità tipica dell’orientamento estetico del tempo, per successivamente confluire in un misurato razionalismo.

….Fig. 1_Foro italico, © DARC – Direzione regionale per l’architettura e l’arte contemporanee di …………..Roma.

Al tal proposito Philippe Daverio precisava, in riferimento al Foro Italico, progettato e realizzato da Enrico Del Debbio fra il 1927 ed il 1933 e completato dopo la guerra fra il 1956 ed il 1968, affermando: «Uno stile internazionale che ha innegabilmente il suo centro di nascita in Italia: il Foro Italico (Fig. 1). Quest’opera merita una serie di considerazioni molto particolari. Il progetto inizia del 1927 (e termina nel 1932), se ne occupa Del Debbio e sa ancora molto di quella Milano decò. Trova il suo concetto base nei disegni dei lavori di Emilio Lancia (Fig. 2) e in quel primo neoclassicismo ancora di derivazione austriaca.

…………….Fig. 2_Palazzo Lancia, piazza Affari, Milano, ©commons.wikimedia.org.

Le finestre riprendono l’ordine rinascimentale già in versione manierista, con il suo giusto tasso di retorica, ma il ritmo architettonico ha una leggerezza, che fra poco scomparirà. Un curioso ibrido fra edilizia civile e edilizia pubblica: l’aspetto da fabbrica con finestre da villa lombarda di lusso, in un curioso neoclassicismo leggero che sa addirittura ancora dell’Austria neoclassica. Osservandolo si scopre una cosa bizzarra, che la prima architettura fascista di regime è molto più britannico americana di quanto non si possa credere: potremmo essere un po’ dalle parti degli Stati Uniti, potremmo essere un po’ anche in Austria, potremmo essere nell’ambito tedesco, lo certifica il bow-windows che per la prima volta arriva in Italia»[1]. Questa concezione compositiva rende manifesta e ribalta la sacralizzazione architettonica del fascismo e l’immortalizzazione monumentale della sua edificazione, lasciando convivere stili differenti: classicisti, tradizionalisti e modernisti. Possiamo affermare che la sua bacheca, coinvolse nell’esperienza totalitaria architetti noti, sconosciuti e di qualunque influenza culturale, concedendo, in molti casi, che la singola professionalità fosse libera di esprimersi ed, eventualmente, apportare il proprio contributo al moderno linguaggio architettonico.

2 L’Architettura di Enrico Del debbio

Ritornando al tema in questione, questo saggio ha intenzione di esaminare il lessico architettonico, di Enrico Del Debbio attraverso l’approfondimento tipologico-compositivo di una sua opera: la “Casa del Balilla” di Avellino (Fig. 3), regolarmente dimenticata (Fig. 4) e oggetto di significative trasformazioni, nella concezione linguistica e nelle tecniche originarie della struttura, avvenute nel corso della sua storia.

…………....……..Fig. 3_Casa GIL di Avellino 1938.
……..............Fig. 4_Lo stato attuale dell’opera di del Debbio.

Enrico Del Debbio nacque nel 1891 a Carrara, dove si diplomò presso l’Accademia delle Belle Arti nel 1912. Trasferitosi a Roma, conseguì il diploma di laurea alla Scuola superiore di architettura nel 1917, rimanendo poi molto legato all’ambiente artistico e culturale della capitale. Infatti, a partire dal 1920, ebbe inizio anche la sua carriera di docente universitario nella Scuola Superiore di Architettura di Roma. L’architetto, oltre alla progettazione del complesso del Foro Italico del 1927, che resta la sua opera più, realizzò altri lavori di notevole interesse il cui disegno testimonia la propria volontà di allontanarsi dalle rigide impostazioni accademiche, mettendo a punto un sistema linguistico che teneva conto degli apporti della cultura architettonica moderna, ravvisabile negli edifici per la Foresteria sud (1930) (Fig. 5) e per la Colonia Elioterapica (1934 – 1935), come pure nel non realizzato progetto per la Casa Madre del Balilla (1933) (Fig . 6).

………………….Fig. 5_Foresteria sud del Foro Italico, Roma 1930.
……..Fig. 6_Progetto della Casa Madre del Balilla vicino al Foro Italico, Roma 1933.

È importante specificare che su incarico di Renato Ricci, presidente dell’Opera Nazionale Balilla, Del Debbio, dal 1927 al 1934, è direttore dell’Ufficio Edilizio dell’O.N.B., per cui dai primi anni ‘30 avvia e coordina l’intensa attività edilizia dell’Ente, impegnato a realizzare sedi in tutti i capoluoghi di provincia d’Italia. Come accaduto per le altre opere pubbliche, questa rappresentò l’occasione per un profondo rinnovamento del vocabolario architettonico italiano, fortemente ancorato a modelli accademici e poco permeato da quel Razionalismo, che, diversamente, si andava compiutamente diffondendo in tutta l’Europa, in interventi pubblici di ampio respiro e in realizzazioni private.

3. L’Architettura della “Casa del Balilla” di Avellino

L’aderenza di Enrico Del Debbio ad un codice compositivo che si ispira a modelli razionalisti viene confermata nella progettazione e costruzione della “Casa del Balilla” di Avellino (1933-1937). complesso è  ubicato al centro della città di Avellino (Italy), in Via Roma, è si impone, con la sua forma ad L, decisamente dinamica, sul tessuto circostante per la notevole mole e il rivestimento marmoreo, in particolare della torre littoria. Era la sede locale dell’Opera Nazionale Balilla durante il regime fascista ed era stata pensata dell’Opera Nazionale Balilla come polo sportivo e culturale per l’indottrinamento ideologico dei giovani.In quest’opera risulta evidente la volontà di superare in pianta ed in alzato una rigidezza d’impianto, tramite una ricercata asimmetria e un misurato gioco di volumi qualificanti l’intero complesso (Fig. 7).

…..………….Fig. 7_Assonometria della Casa del Balilla di Avellino 1933.

Dal “Corriere dell’Irpinia” del 10 aprile 1937, giorno dell’inaugurazione, riportiamo una descrizione dell’opera: ‹‹Il casamento consta di due corpi distinti. Il corpo avanzato è costituito da una torre alta 20 metri tutta rivestita in marmo di Carrara, con l’arengario, con una balaustra, anche essa in marmo, antistante ad esso. Da due ampie scalinate si accede al primo piano ove si trova l’atrio d’ingresso luminoso ed ampio […]. La pavimentazione è tutta in marmo, come pure è in marmo è la zoccolatura esterna ed interna di tutto l’edificio. Una vetrata in vetrocemento dà luce alla scalinata interna ed all’atrio della Casa […]. Un aereo porticato, infine, costituisce l’ingresso alla palestra scoperta annessa alla Casa […]. Annesso alla Casa del Balilla è il teatro del Balilla, con una sala ampia e comoda […].  Tutti gli uffici sono arredati con mobili razionali e moderni adattati all’architettura dell’edificio […]. La direzione tecnica dei lavori è stata affidata e condotta dall’ing. Giuseppe Mallardo. La ditta Galasso ha eseguito i lavori […]. L’ing. Gaetano Iandoli è stato il collaudatore delle strutture in cemento armato […]. Essa rappresenta certo una delle più belle costruzioni del suo genere e tanto contribuisce all’estetica edilizia di Avellino, in una zona sulla quale si svilupperà nel futuro il piano d’ampliamento del Capoluogo››. Esaminando i disegni originari, inizialmente conservati presso l’Archivio Del Debbio e gentilmente concessi dall’architetto Gigliola Del Debbio, attualmente disponibili a Roma presso il Centro Archivi di Architettura del MAXXI – Museo nazionale delle Arti del XXI secolo [2] – possiamo notare come la composizione dell’intero complesso, ruota intorno ad una distribuzione di blocchi parallelepipedi sfalsati tra loro planimetricamente ed in altezza. Esso è caratterizzato, quindi, da tre blocchi principali: la parte dedicata alla cultura, che ospita il cinema-teatro di 800 posti; la sala convegni e la biblioteca con annessa sala di lettura; l’armeria ed autorimessa e l’imponente torre littoria (alta 20 m), che, totalmente rivestita in marmo, campeggia sull’intero organismo (Fig. 8).

…………………Fig. 8 La torre littoria, oggi totalmente dimenticata.

Essa costituisce il cardine intorno alla quale ruotano i blocchi edilizi e si contraddistingue come segno urbano eretto all’interno della composizione, la quale è caratterizzata, comunque, da una marcata orizzontalità di tipica impronta razionalista (Fig. 9 e Fig.10).

…………………………..Fig. 9_Prospetto interno, 1933.
…………………………….Fig. 10_ Sezione, 1933.

Il corpo uffici e quello del cinema-teatro sono modellati plasticamente da scavi volumetrici, resi possibili per l’uso di un telaio strutturale in cemento armato – il primo realizzato ad Avellino – e presenti negli ingressi principali, entrambi a doppia altezza, nelle logge che si affacciano su Via Roma e sul prospetto longitudinale interno del teatro per l’inserimento del corpo scala e del palcoscenico. L’edificio principale è collegato ad un piccolo corpo ad un piano, dalla pianta ad L destinato ad armeria ed autorimessa, mediante un aereo porticato sostenuto da quattro setti, filtro tra l’arengario adiacente l’ex Orto Botanico (l’attuale Villa Comunale) e la corte interna della Casa del Balilla utilizzata quale palestra all’aperto. La visione della pianta dell’intero complesso rimanda ancora ad una forma ad L (Fig. 11) decisamente più dinamica: l’assenza di allineamenti tra gli assi di simmetria degli edifici principali, della torre littoria e del suo basamento semicircolare, le sottili lastre di collegamento, rinviano alla lezione di Walter Gropius ed alla sua opera più paradigmatica, ovvero l’edificio della Bauhaus, costruito nel 1925-26 a Dessau in Germania (Fig. 12).

..…………Fig. 11_Pianta piano terra della Casa del Balilla di Avellino, 1933.
……… .Fig. 12_Walter Gropius, Bauhaus, costruito nel 1925-26 a Dessau in Germania.

Proseguendo nella descrizione abbiamo che dall’ingresso dell’edificio principale (Fig. 13/14), collocato a circa due metri dalla quota stradale e preceduto dalle ampie scale laterali alla torre littoria, ci si immette nell’atrio degli uffici del partito, illuminato da una vasta parete a doppia altezza in vetrocemento (Fig. 15/16), collegato mediante scale, rivestite in marmo bianco presente anche per tutte le pavimentazioni interne, al primo piano e al foyer del teatro. Quest’ultimo spazio ospita gli ingressi da Via Roma e dalla corte, e le scale che conducono al piano interrato ed agli ambienti sottostanti la torre e arengario.

…..Figg. 13-14_Prospettiva dell’ingresso del 1933 e quello attuale.
Figg. 15-16_Foto interna del piano terra e del primo piano, anno 1995.

La facciata sud su Via Roma dell’edificio è scandita da aperture regolari: le uscite di sicurezza ed il portale d’ingresso al foyer del cinema/teatro (Fig. 17), le finestre quadrate degli uffici al piano rialzato delineate da spesse e lineari cornici in marmo, ed il loggiato al piano primo, la cui lunghezza risulta modulata dai pilastri della struttura.

.Fig. 17_Il portale d’ingresso del cinema- teatro e con uscite di emergenza.

Procedendo nell’analisi esterna abbiamo che il rivestimento a lastre di marmo bianco venato di Carrara della torre littoria è forato da piccole finestre e dal balcone per le adunate (Fig. 8); illuminante la scala interna, l’ampia parete in vetrocemento, inquadrata nel telaio strutturale, contraddistingue, con l’ingresso al foyer e le tre finestre piano primo, rigorosamente di forma quadrata, il prospetto del corpo uffici che si affaccia sulla corte interna. Infine finestre delle stesse dimensioni sono collocate al piano terra del cinema/teatro, la cui disposizione regolare è interrotta dall’ingresso di servizio ai camerini e al palcoscenico (Fig. 18).

Fig. 18_Veduta esterna nord del cinema con ingresso di servizio ai camerini e al palco.

Al delicato telaio strutturale, svelato in molti punti dell’edificio, contrastano la spessa muratura di tamponamento in blocchi di tufo, il solido rivestimento basamentale – deciso segno della marcata orizzontalità di tutto il complesso – e le rigorose cornici delle finestre, entrambi in marmo di Carrara. Dall’opera su Enrico Del Debbio redatta da Enrico Valeriani riportiamo un passo significativo che delinea, ulteriormente, la cifra stilistica dell’architetto: «a differenza di altri, ad esempio un Piacentini, del Debbio non può essere definito un architetto di regime. Non è soprattutto in termini ideologici, in quanto non ha fatto dell’architettura uno strumento di potere. La sua architettura è invece il frutto diretto di quel tipo di cultura che l’esperienza del romanticismo post risorgimentale, attraverso le innocue sovversioni futuriste, le suggestioni floreali ed i livelli razionalisti finì per consumarsi nella Seconda Guerra Mondiale.»[3]. È doveroso menzionare anche quanto analizzato sulla “Casa del Balilla” di Avellino (successivamente G.I.L.) da Maria Luisa Neri, attraverso la più recente monografia sull’architetto carrarese: «La sottesa linea di tendenza tradizionalista espressa da quest’architettura [cfr. la Casa del Balilla di Agrigento] senza aggettivazioni decorative, proprio per le sottrazioni cui la sottopone, contiene in nuce tutte le categorie che condurranno alla progressiva astrazione sviluppata negli anni successivi. Astrazione evidente nella Casa del Balilla di Avellino. Questa, come segno visibile del nuovo modo di educare i giovani spiritualmente e fisicamente, trova posto nella zona di ampliamento della città secondo le previsioni del piano regolatore redatto da Cesare Valle, in un’area ampia, salubre e ai limiti della città esistente: l’edificio è costruito nel “rione degli studi”, a fianco della Villa Comunale trasformata in giardini pubblici.»[4].

4. Conclusioni

Queste considerazioni confermano la ricerca della chiave compositiva utilizzata da Del Debbio nel progetto della Casa del Balilla di Avellino, in cui un misurato gioco volumetrico ed un sapiente controllo dimensionale degli spazi interni, riconsegnano l’immagine di un’architettura proporzionata nei singoli corpi di cui è composta e nel suo insieme, e anche rispetto al contesto in cui si inserisce. Nel nostro edificio il controllo della forma non rifiuta i contributi innovatori, annullando articolate norme compositive che riguardano gli ordini, la sovrapposizione e la giustapposizione degli ordini, le misure dei pilastri rispetto alle altezze, le dimensioni del “piano nobile” rispetto a quelli sottostanti e sovrastanti; ma la cosa che è più confortante è il trionfo della tridimensionalità volumetrica sulla bidimensionalità che concorre a formarla. La composizione architettonica trasmette messaggi e parole nuove, entra compiutamente nel codice del movimento moderno, importa i codici razionalisti di Le Corbusier e, come accennato, di Gropius, il neoplasticismo di J.J.P. Oud, il rigore e l’essenzialità di Mies van der Rohe e, sul piano creativo di Giuseppe Terragni: un nuovo che è sensibile alle articolazioni spaziali e al continuum tra edificio e paesaggio. Infine il nostro edificio si mostra altresì come un’architettura in grado di dialogare e rapportarsi con l’edilizia minore esistente e con quella sorta nel dopoguerra, come l’edificio del Genio Civile, il quartiere INA Casa ed il Museo Irpino, quest’ultimi progettati dall’architetto Francesco Fariello (allievo di Del Debbio), ma che non è riuscita a reggere inidonei interventi della seconda metà degli anni ‘50, che ne hanno parzialmente sfigurato i volumi. Ma è stata soprattutto l’immagine complessiva dell’edificio a risultare irrimediabilmente compromessa dalle soffocanti presenze del post-terremoto, le quali, modificando gli originari ambienti interni e gli spazi esterni circostanti, ne hanno alterato immagine e funzione. Il recente intervento di restauro, ripristinando la configurazione originaria dell’intero complesso, liberandolo da invadenti superfetazioni, ha inteso restituire la dignità sottratta nel tempo all’edificio, nonché una delle rare testimonianze di architettura razionalista alla città. Philippe Daverio concludendo asseriva: «cosa rimane di tutto quel percorso edificatorio del ventennio fascista che subirono la damnatio memoriae e tornano oggi a essere esempi dell’architettura; del prototipo di quell’estetica che abbiamo chiamato fascista dal 1911 prima della guerra e 11 anni prima della marcia su Roma. Era quell’architettura fatta per durare nei secoli, infatti non invecchia, non era fascista, divenne aulico modello internazionale e oggi l’abbiamo sostituita con l’effimere costruzioni dovute all’appetito dei palazzinari e dei cementificatori e….. fine della storia!»[5].

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Note bibliografiche

  1. Puntata del Passepartout, Architettura Fascista Non Fascista, di Philippe Daverio, andata in onda il 10-8-08 su RAI 3, 8 gennaio 2014;
  2. http://inventari.fondazionemaxxi.it/AriannaWeb/main.htm#128920_archivio;
  3. Enrico Valeriani, Del Debbio, Editalia Roma, 1976, p. 16;
  4. Mostra Enrico Del Debbio architetto. La misura della modernità, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, 07/12/2006 – 04/02/2007, Catalogo Enrico Del Debbio di Maria Luisa Neri, Idea Books, Milano, 2006, p. 139;
  5. Philippe Daverio, Architettura Fascista Non Fascista; pp. cit..

Bibliografia
Enrico Del Debbio, scheda in Guida agli archivi di architettura a Roma e nel Lazio, a cura di Marghreta Guccione, Daniela Pesce, Elisabetta Reale, Gangemi Editore, Roma 2008;
– Giuseppe Pagano, Architettura e città durante il fascismo (a cura di Cesare de Seta), Editoriale Jaca Book SpA, Milano 2008;
– Marcello Piacentini, Il Foro Mussolini in Roma. Arch. Enrico Del Debbio, in “Architettura”, fascicolo II, Roma febbraio 1933; 
– Enrico Valeriani, Del Debbio, Editalia Roma, 1976.   

Indirizzo corrente:
Maurizio Abeti, MSc_PhD
Docente del Corso di Storia dell’Arte Contemporanea e delle Arti applicate
Universitas Mercatorum 
Piazza Mattei, 10  
00186 Roma (Italia)
e-mail: maurizio.abeti@unimercatorum.it

Pellegrino Carullo, PhD
Dottore di Ricerca
Universita di Salerno 
Via Giovanni Paolo II, 132 84084 Fisciano (SA)
e-mail: pcarullo@unisa.it


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