ARCHITETTURA FARE PENSARE

La lunga strada del progetto

Pensata all’origine come una conchiglia a chiocciola, il nuovo, grande edificio del Santuario di San Pio a San Giovanni Rotondo ha conosciuto nel corso del lungo iter progettuale, una significativa evoluzione. Ne è nato un edificio che offre un ventaglio di soluzioni inedite: un "unicum", nonchè un esempio che potrà essere ripreso per altri edifici. Una realizzazione nella quale Renzo Piano ha dato il meglio di sé.

Una grande committenza. Il santuario dedicato a san Giovanni da Pietrelcina, Padre Pio, a San Giovanni Rotondo,dove il santo ha trascorso grande parte della sua vita, ha pianto, ha confessato decine di migliaia di persone, ha curato, ha celebrato l’eucaristia, ha fatto sorgere un’opera per i malati, la casa sollievo della sofferenza , ha seguito con la direzione spirituale tanti suoi devoti, ha operato, come strumento del Padre, tante conversioni.

Elementi per una storia.

Novembre 1990. Ricevetti una telefonata da Renzo Piano. Abitavo a Genova nel Convento di Santa Maria di Castello, nel centro antico e fitto della Città, a poche centinaia di metri dallo studio di Piano che aveva sede, ancora per pochi mesi, nel Palazzo Lamba Doria, in piazza San Matteo. Non conoscevo personalmente l’architetto e tanto meno lui conosceva me. Aveva però letto un mio articolo su Casabella . Gli era stato offerto l’incarico di progettare una grande chiesa. Mi domandò se volevo essere suo consulente. Accettai. A Renzo Piano i Cappuccini di San Giovanni Rotondo avevano chiesto di progettare una chiesa per venticinquemila fedeli.

"Quella di Piano è una realizzazione
complessa, che ha superato mai banalmente molte difficoltà.
Ma l’aver realizzato un ‘ingresso liturgico’ tende a
separare la chiesa dalla piazza, inizialmente pensate come tutt’uno"
Prof.Giacomo Grasso, O.P.

Negli anni precedenti era stato lanciato un concorso. C’era stato un vincitore. Il progetto però aveva creato incertezze. Risolto il problema del concorso ci si era indirizzati al noto architetto. Lui, prima che lo incontrassi, aveva già visitato San Giovanni Rotondo, aveva già in mente qualcosa, aveva disegnato degli schizzi. Non gli dispiaceva l’idea di un edificio a forma di conchiglia, una conchiglia a chiocciola per venticinquemila persone. Anche io conoscevo San Giovanni Rotondo avendo percorso a piedi il Gargano per circa otto giorni, nella primavera del 1972, per un Campo Scuola di Capi Scout che si occupano di ragazzi dai sedici ai ventuno anni. L’idea della conchiglia a chiocciola mi spaventava. Che ne sarebbe stato del paese dove aveva vissuto Padre Pio? Non era sufficiente l’intrusione dello scatolone dell’ospedale?
Gli espressi i miei dubbi. Una chiesa per venticinquemila persone avrebbe dovuto essere enorme e terribilmente alta. E poi, la conchiglia a chiocciola! Perché mai introdurre metafore nell’architettura che non le sopporta?
Una chiesa così grande avrebbe dovuto coinvolgere tutte le Diocesi della Puglia e, in qualche modo, tutte le Diocesi italiane. Non esisteva in Italia un Santuario del genere. Provai a capire cosa ne pensassero i Vescovi della Conferenza Episcopale Pugliese , allora presieduta dall’Arcivescovo di Bari, il benedettino mons. Mariano Magrassi, insigne studioso di scienze liturgiche. Non ebbi risposte, anche se la chiesa e i locali che si potevano organizzare sotto di essa si sarebbero potuti prestare a grandi eventi ecclesiali. Non è un caso che la Settimana Liturgica Nazionale 2004 si sia svolta proprio lì. E non è un caso che l’Ordinario della nuova Arcidiocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo sia stato nominato Delegato della Santa Sede per il Santuario e le Opere di San Pio da Pietrelcina.
Ebbi una risposta, invece, dal Ministro Generale dei Cappuccini, padre Flavio Carraro, oggi Vescovo di Verona. Per lui erano sufficienti ottomila posti e una piazza che potesse contenerne altri ventimila e più ancora, ”e se piove –queste più o meno le sue parole- si apre l’ombrello, come in Piazza san Pietro”. La riduzione del volume avrebbe voluto dire rispetto del luogo, e abbandono della metafora.
Il progetto di Piano si indirizzò in questo senso. Io scrissi per il Progettista e per la Committenza una specie di manifesto. Non pensavo che venisse pubblicato, ma i Cappuccini lo pubblicarono. Feci capire a Renzo Piano il pericolo di fare architettura usando metafore. Niente conchiglia a chiocciola ma una teknè buona , rispettosa dei luoghi in cui l’opera di architettura viene inserita, rispettosa nei confronti di quanti avrebbero frequentato l’edificio. Rispettosa del progetto di vita di Padre Pio, cappuccino. Grande sobrietà espressiva, uso della pietra e del legno. Fin qui il mio contributo. In esso avevo insistito anche su una riabilitazione dell’intera realtà urbana attorno ai luoghi di Padre Pio, solo in parte realizzata, e solo in parte realizzabile perché a San Giovanni Rotondo si assiste in continuazione a costruzioni selvagge, prive di ogni decoro. I nuovi alberghi, le nuove “villette”, e non solo, lo comprovano.
Ne nacque a poco a poco il progetto, quello che grosso modo è stato poi realizzato. Si era ormai nella nuova sede dello studio, sempre a Genova ma in località Vesima, agli estremi limiti ovest della Città, quasi ad Arenzano. Il progetto prevedeva un grande edificio ma non fuori scala e dunque attento all’ambiente, una grande aula e una grande piazza o sagrato convergenti verso l’altare. Il tutto appoggiato su un possente muraglione, con numerose aperture, che accoglie, sotto la chiesa e parte della piazza tanti spazi adatti al santuario. Si capiva ormai quale dovesse essere il nuovo accesso ai luoghi di Padre Pio. Esso non seguiva quello che un tempo era stato il viale alberato della tradizione cappuccina ma era tangenziale al muraglione. Conduceva il pellegrino dai luoghi in cui si erano posteggiati i mezzi di trasporto per farlo giungere al muraglione e poi salire là da dove si potevano intravedere i luoghi antichi e le nuove realizzazioni.
Il progetto di massima, molte tavole, un modellino, fu già pronto nei primi mesi del 1991. L’aula liturgica era caratterizzata dalle grandi arcate di pietra di Apricena, dunque di una pietra locale, non molto distante dal Gargano e come questo in provincia di Foggia. Le ardite soluzioni tecniche, Renzo Piano ha recentemente affermato di essere sempre in lotta con la legge di Newton, hanno rese possibili le arcate che sostengono la copertura e decorano l’ambiente. La collocazione dei conci ha richiesto marchingegni appositi che facevano del cantiere un laboratorio di ricerca. In esso ha operato molto l’architetto Giorgio Grandi, dello studio di Renzo Piano. Ma lui, Piano, in che filone dell’ architetturacontemporanea si colloca? Ho avuto, per alcuni anni, perplessità non piccole sul suo fare architettura. Poi ho capito che si danno accezioni diverse di architetto e di architettura e che Renzo Piano è davvero architetto. C’è chi lo inserisce nel “neo organicismo”, chi nell’ “eclettismo modernista”. Si esprime meglio nel nuovo che non nel restauro, nel molto grande che non nel piccolo. Mi sembra che a San Giovanni Rotondo abbia dato il meglio di sé. Ha offerto ai tanti che salgono negli alti luoghi di Padre Pio la possibilità di unirsi nella celebrazione liturgica, specie in quella eucaristica, consapevoli che l’eucaristia, nella sua dimensione più profonda, dice “unità e carità della Chiesa”. Ma anche offrirà a tanti di unirsi in altre occasioni di stare insieme, per esempio in nome del “bello”. Nella Lettera agli Artisti (4 aprile 1999) Giovanni Paolo II ha scritto al proposito un insegnamento profondo. Perché non pensare a serate musicali dove, nella grande chiesa potranno essere offerti “momenti di ascolto” ai numerosi turisti estivi che popolano il Gargano?

Storia successiva.

Sono trascorsi anni. Alcuni furono necessari per superare intoppi burocratici. Altri alla edificazione che domandò scelte progettuali ardue che provano le indubbie capacità del Progettista. Una edificazione complessa che superò, mai banalmente, tante difficoltà. La Committenza si rivolse, per suggerimenti liturgici e l’individuazione di opere di segnalati Artisti a mons. Crispino Valenziano. Alcune annotazioni. Prima. Non si hanno opere di pittori ma solo di scultori. Che vuol dire? E’ un punto sul quale tornerò in altra occasione perché mentre grandi scultori sono presenti in chiese del ‘900, lo stesso non si può dire per i pittori. Seconda. L’aver realizzato un “ingresso liturgico” tende a separare la chiesa dalla piazza, inizialmente pensate come un tutt’uno. Terza. L’altare lo si pensava come la cerniera tra i due spazi. E’ ben vero che questo non corrisponde all’abitualità ma tutta la chiesa di Renzo Piano è ben lontana dalla abitualità. Quarta. L’ambone. Molto bello, ma anche esso esclude la piazza. Quinta. Le opere d’arte. Per quelle principali sono tre gli Artisti coinvolti. Mimmo Paladino è autore delle due porte in bronzo, quella per l’ingresso liturgico e quella per il Battistero. Sono due porte molto forti ed espressive per la loro rudezza, anche se il loro uso sembra essere limitato. Potranno essere indicative nei confronti di altre porte. Se ne realizzano ovunque, anche per chiese che non sono state ancora adeguate liturgicamente o che non hanno vesti e vasi liturgici degni. Il santuario di Padre Pio li ha. Autore dell’ambone in pietra è Giuliano Vangi. Opera di straordinaria forza accoglie, in un particolare apparentemente secondario, un volto, quello di Nicodemo/San Pio da Pietrelcina , che finalmente ci consegna un’iconografia non banale di Padre Pio. Esistono fotografie, e belle, di Padre Pio. Ma la trasposizione dalla fotografia alla scultura ha prodotto effetti nefasti e così innumerevoli statue, di ogni dimensione e materiale, sono oggi in chiese, piazze e private abitazioni e nulla trasmettono, se non un vago ricordo, del Santo. L’immagine di Padre Pio creata da Vangi ci offre lineamenti che vanno ben al di là di quelli mortali ed esprimono tutta la forza e lo stile del Cappuccino. Si tratta di un volto teso che guarda in avanti ed è un misto di dolcezza e rudezza come ha da essere dolce e insieme rude chi invita all’attesa del Signore che arriva. C’è da sperare che altri artisti seguano questa indicazione. Arnaldo Pomodoro è autore dell’altare in pietra, della grande croce in bronzo dorato e, in qualche modo, della decorazione celeste e oro di quello che potrebbe essere detto una rievocazione del Ciborio, il luogo in cui cielo e terra, e universo intero, si incontrano perché lì si compie il mistero. La grande croce è un trionfo. E’ insieme la croce patibolo perché ne richiama la forma e, nei chiodi, il dramma, e quella gloriosa della tradizione giovannea. Ed è coraggiosa perché a prima vista non vi è la figura del Cristo, né di quello glorioso, né di quello sofferente. A prima vista. Agli occhi della fede, infatti, l’evocazione del dramma e della gloria sono sufficienti a che il fedele vi scorga la presenza di Cristo che ha sofferto, ed è risorto. Potrebbe essere una punto di partenza per iniziare una nuova via iconografica.

Per una conclusione.

La chiesa è già stata dedicata. Come è noto il 1° luglio 2004 l’Arcivescovo mons. Domenico D’Ambrosio, circondato da arcivescovi e vescovi, da centinaia di preti, da tanti cappuccini, ha celebrato la liturgia della Dedicazione mentre almeno settemila pellegrini in chiesa e quindicimila sulla piazza vi prendevano parte. Le fotografie che illustrano queste pagine rievocano tutti gli ambienti del nuovo Santuario. Non mi resta che dire qualcosa della piazza. Da essa se si guarda a sinistra si vede il cielo del Gargano, si vede il campanile a vela, si vede svettare la Croce in pietra, alta, dalla base, quaranta metri. Guardando a destra ci si accorge che resta ancora qualcosa da realizzare. Non mi convince la decorazione in fiori di lavanda, non mi convince il ruscello. Ciò che colpisce sul Gargano, in primavera, non è la lavanda. Sono i fiori di asfodelo, i fiori dei Campi Elisi. Ma non sono fiori addomesticabili e la fioritura è breve. E poi sul Gargano non c’è acqua, quella poca è piovana, raccolta in pozzi primitivi. Ma questi sono particolari minimi che vedranno una soluzione nella “gestione” del Santuario. Sarà essa, a poco a poco, a dar forma a quanto è ancora incompleto, a quanto dovrà migliorare. Un particolare non piccolo è quello della vetrata. Inizialmente era pensata come un unicum che, alzandosi, avrebbe permesso alla piazza di entrare in chiesa. Oggi è ben poco di meno che una parete, anche se resta ancora per i più porta di accesso. La decorazione provvisoria, elaborazione computerizzata di una stoffa medievale francese, ci consegna frammenti dell ‘Apocalisse giovannea. Ci si affida dunque alla “gestione” e questo è proprio ad ogni edificio. Lo è anche del Santuario di San Pio da Pietrelcina. A poco a poco il Progettista si defilerà e al suo posto si sostituirà il Popolo che salirà a San Giovanni Rotondo per dare lode a Dio che ha operato cose mirabili nel suo umile servo e darà un tono all’edificio, aiutato dalla realtà architettonica e dalle altre opere d’arte e di artigianato che vi sono contenute. Un Popolo che dopo un attimo di incertezza ha ricominciato a salire più numeroso che mai, anche perché il nuovo Santuario è ben più che una attrazione.

Fra Giacomo Grasso, O.P.
(sarà uno dei Capitoli del libro “Chiese e architetti” che l’Autore pubblicherà presso Di Baio nel 2005).

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