ARCHITETTURA

IL SIMBOLO COME PERCORSO DI FEDE

Sottile è la differenza tra i termini “segno” e “simbolo”: essa dipende dai riferimenti culturali cui ci si richiama, spiega il Prof. Armando Fumagalli dell’Università Cattolica di Milano. In ogni caso occorre che possano essere “letti” con facilità, e questo impone una continuità con la consuetudine.


Di segni e simboli è piena la storia dell’arte e dell’architettura, e tanto più ove queste si esprimano nel linguaggio religioso.
Ne parliamo con Armando Fumagalli, Ordinario di Teoria dei Linguaggi alla Facoltà di Scienze Linguistiche e Letterature Straniere dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. “Se il termine segno è neutro e indica generalmente un elemento che sta per qualcos’altro – spiega Fumagalli – il termine simbolo è inteso in due modi differenti: secondo la tradizione ermeneutica è qualcosa che ha in sé un rimando intuitivo a quel che significa (vedi l’uso antico di tessera spezzata le cui due parti consentivano il mutuo riconoscimento di chi le deteneva); secondo un’importante corrente della semiotica tecnica attuale (Charles S. Peirce) indica un segno convenzionale, derivante dall’uso o imposto da un’istituzione: la convenzione del semaforo fa sì che il verde sia simbolo di via libera, il rosso di fermata… Quel che l’ermeneutica chiama simbolo, per Peirce è invece icona.”

Le chiese sono le architetture più intensamente collegate al linguaggio dei simboli…
Inevitabilmente e da sempre. Nella storia hanno un valore fortemente simbolico l’orientamento che collega la disposizione fisica della chiesa al punto da cui sorge il sole, la pianta a croce, i valori luministici… tutti segni leggibili e interpretabili. E sono molto importanti, perché l’edificio va vissuto con immediatezza e anche da chi non necessariamente sa addentrarsi nella fatica dell’interpretazione. Per la chiesa, quindi, vale soprattutto il simbolo inteso in senso ermeneutico, mentre quello inteso nella lettura peirciana comporta maggiore impegno interpretativo: se la cupola è percepita subito come espressione della volta celeste, tante altre forme architettoniche oggi emerse sono ben più difficilmente leggibili. Lo stesso vale per l’arte astratta, la cui comprensione richiede di essere addentro a un linguaggio specifico ed elitario. Credo che l’architettura di oggi possa ottenere risultati eccellenti pur esprimendosi con linguaggi non legati a elucubrazioni dell’ultim’ora…

APPROFONDIMENTO
http://pro.dibaio.com/armando-fumagalli

Ma rivolgendosi a forme consuete, non si rischia di estraniarsi dalla cultura di oggi?
La chiesa edificio deve avere una propria autonomia ed è chiamata a restare per secoli, mentre le correnti artistiche tendono a mutare nel giro di pochi decenni. La Chiesa ha tempi diversi…

Ripetere approcci stilistici del passato non comporta imitazione, assenza di originalità?
Non vedo alcunché di male nell’imitazione. Ernst Gombrich ha scritto saggi bellissimi sul valore dell’eccellenza all’interno di canoni stabiliti. Anzi, cambiare per il gusto del puro cambiamento ha un che di infantile. Il fenomeno è chiaro anche in campo musicale: l’abbandono della struttura armonica porta a composizioni certamente inedite. Ma chi le capisce, al di là della piccola cerchia di iniziati? La conseguenza dell’abbandono del filone classico lascia un vuoto che da un lato, a livello popolare, è riempito dalla musica pop, rock ecc.; dall’altro porta chi ha maggiore sensibilità a rivolgersi alla musica da film, che è la nuova musica ‘classica’, in cui operano compositori di grande valore, come Hans Zimmer, James Horner o Ennio Morricone.

L’architettura ha anche il compito di rappresentare la città: eclatante è il Museo Guggenheim di Frank Gehry, nuovo simbolo di Bilbao…
Sì, ma quello rappresenta la città in una logica spettacolare, che non è quella della Chiesa. Ben diverso il problema dell’architettura delle chiese, chiamata ad aiutare a vivere la liturgia e a incontrarsi con Dio. L’architetto oggi deve conoscere bene la storia della liturgia, e capire come sono nate nei secoli le forme che l’hanno ospitata.

Non vi sono segni o simboli attingibili dall’età contemporanea o nati di recente?
Ve ne sono. La Torre Eiffel ne è un esempio: tanto Parigi vi si identifica che m’è capitato di vedere un cartone animato ambientato nella Parigi di metà del XIX secolo, dove essa compariva, per quanto sia posteriore… Ma la chiesa non deve necessariamente rappresentare una città. Dev’essere anzitutto ambiente di preghiera e luogo dove si celebra la liturgia cattolica: dev’essere quindi radicato in una tradizione.

Vi sono segni antichi ancora riconoscibili?
Penso al segno della mandorla, segno del pesce ovvero di Cristo. Oppure ai simboli di ispirazione biblica: l’agnello, il pastore, la colomba, la spiga, l’uva. O al rapporto dimensionale tra Cristo e gli Apostoli nei mosaici bizantini che indica la preminenza regale di Cristo. O alla cupola, ai colori che contraddistinguono tempi liturgici e hanno evidenti connotati emotivi, al battistero ottagonale (l’ottavo giorno è simbolo della vita eterna). Pure se non consueti come nel passato, simboli come questi si prestano a una spiegazione immediatamente comprensibile. E il loro uso nello spazio liturgico diventa occasione di catechesi.

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