PENSARE

La formazione universitaria e la cultura della comunicazione

La ricchezza da reinventare

Il Prof. Giovanni Puglisi, Rettore della Libera Università di Lingue e Comunicazione – IULM di Milano e Segretario Generale della Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco, ha appena inaugurato un nuovo corso di laurea specialistico in “Gestione e Comunicazione dei beni e degli eventi culturali”. Ci parla di come il patrimonio italiano possa e debba essere valorizzato quale fonte di nuove risorse. L’esempio dell’iniziativa “Adotta una guglia”, lanciata da Chiesa Oggi, architettura e comunicazione.

Noi diamo sempre per scontato che il nostro Paese sia il più grosso giacimento di opere d’arte nel mondo.Talvolta si cita l’Unesco per sostenere che in Italia ci sia una percentuale decisamente preponderante del patrimonio artistico universale. E’ un dato attendibile dal momento che non esiste una esatta catalogazione (come quella che la Chiesa si è impegnata a fare)? Un momento: quel che è certo è che il numero di siti italiani iscritti come patrimonio dell’umanità presso l’Unesco sia superiore al numero di siti di qualsiasi altra nazione. Se poi questo rappresenti il 30 o il 60% percento del patrimonio mondiale, è un altro discorso. E’ tuttavia fuor di dubbio che siamo uno dei Paesi che ha la quota più consistente di opere d’arte e se il loro numero è raffrontato alle dimensioni del nostro territorio e al numero di abitanti, vediamo che la densità di siti di rilevanza culturale è decisamente più alta di quella di Paesi come la Francia o la Spagna, il cui territorio ha un’estensione quasi doppia di quello italiano. Non v’è dubbio che il nostro patrimonio sia il maggiore al mondo. L’opera di catalogazione che la Chiesa sta attuando è molto importante. Credo che lo Stato la debba aiutare il più possibile.

Nel corso di laurea appena inaugurato presso lo IULM si formeranno specialisti nella comunicazione dei beni culturali. Come mai è stato deciso questo corso di studi specialistico? Per quanto la densità dei nostri beni culturali sia decisamente superiore a quella dei nostri cugini d’oltralpe, vediamo che in Francia e in Spagna la comunicazione di tali beni è svolta con un impegno decisamente superiore a quello sinora messo in campo da noi.

Nella foto a destra: L’On. Roberto Formigoni col Prof. Giovanni Puglisi alla presentazione del nuovo Corso di laurea.

Basta paragonare i notevoli investimenti realizzati dai loro ministeri preposti ai beni culturali all’esiguità dei fondi stanziati dal nostro ministero omologo. Gli effetti sono evidenti: nelle nostre maggiori città si trovano uffici del Centro Culturale francese, dell’Istituto Cervantes spagnolo, dell’Istituto Goethe tedesco. Ma all’estero dove troviamo centri culturali italiani? E, soprattutto, che attività sono in grado di svolgere? Noi abbiamo la fama di grande ricchezza culturale e artistica: una fama dovuta alla forza di comunicazione intrinseca ai nostri beni culturali. Ma il problema oggi è quello di diventare concorrenziali anche nella capacità organizzativa e nella attiva comunicazione di tali beni.

Un esempio della capacità francese di comunicare i beni culturali? Il Beaubourg: è un simbolo attivo della capacità francese di comunicare i beni culturali. Sono stato recentemente nominato assessore per la cultura del Comune di Palermo: ho subito proposto di realizzare anche lì un’idea come il Beaubourg: ma quando ne ho parlato mi sono trovato di fronte al problema: “i soldi dove li troviamo?”. In Francia l’approccio è totalmente diverso. Tanta importanza è data ai bene culturali, che ogni presidente ha voluto legare il suo nome a una specifica iniziativa: Pompidou ha dato vita al Beaubourg, Mitterrand alla piramide di Pei e alla nuova biblioteca nazionale….

C’è forse anche un problema di mentalità: è noto il vizio italiano di badare a ciò che è privato e non a quel che è pubblico… Qui sta la forza della comunicazione, che supera il problema mettendo il bene culturale sotto gli occhi di tutti, il che si traduce anche in maggiore attenzione di tutti verso i beni culturali. Il concetto è quello kantiano di “pubblicità del diritto”. Quando un bene entra nel circuito della comunicazione di massa, si raggiunge la situazione per cui tutti lo sentono come proprio. Nelle società calviniste questo senso di appartenenza è diffuso. In Italia è forte il senso della proprietà: se tu hai pagato per qualcosa, cerchi di difenderla. La comunicazione ha proprio questa funzione: dare il senso di come i beni culturali appartengano a tutti noi e di come per questo debbano essere valorizzati e tutelati. Solo una corretta comunicazione dei beni culturali può ricreare la coscienza della loro appartenenza a tutti noi. Non solo, ma può anche fondare la coscienza della nostra identità nazionale, che è in modo essenziale basata sui beni culturali.

La nostra rivista ha lanciato con forza una campagna per la tutela del Duomo di Milano, con lo slogan “Adotta una guglia”. L’obiettivo è proprio quello di risvegliare il senso di identità e di partecipazione, soprattutto nei privati, nell’opera di conservazione di questo che è il simbolo centrale della città…. Certamente il Duomo è elemento centrale della storia e dell’immagine della città di Milano.Trovo che lo slogan “Adotta una guglia” sia decisamente efficace: un bell’esempio di comunicazione culturale capace di risollevare un senso di appartenenza. Sarà interessante fare di questo un caso di studio presso il nostro corso di laurea in beni culturali.

Quando si parla di cultura, si pensa sempre ai contributi pubblici. Non c’è modo di far sì che la cultura diventi anche fonte di profitto? Certamente. Si pensi ancora al Beaubourg. Al 6° piano troviamo da un lato la sala per le esposizioni temporanee, dall’altro un frequentatissimo ristorante. C’è chi va a vedere la mostra di Roland Barthes o Philippe Starck e poi si ferma anche a pranzo, o viceversa chi va al ristorante e coglie l’occasione di fare un salto alla mostra. Anche il ristorante del MOMA di New York, che è italiano, è molto rinomato e affollato. Nel corso della settimana presenta sette menù diversi, ognuno incentrato sulle specialità di una diversa regione italiana. Credo che coloro i quali sostengono che la cultura non rende sul piano economico, semplicemente vogliano toglierla di mezzo. In realtà il patrimonio culturale è una ricchezza autentica, capace di produrre, direttamente e indirettamente, nuova ricchezza. Per quel che mi riguarda, se potessi, ridurrei il numero dei ministeri in Italia e accorperei quello della cultura con quello delle attività produttive. I beni culturali sono un’infrastruttura necessaria allo sviluppo sociale, culturale ed economico del Paese.

Leonardo Servadio

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