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Il tappeto …come 2000 anni fa


Architetto G. M. Jonghi Lavarini, tra i complementi di arredo, il tappeto è forse quello più sgargiante, capace di creare un’atmosfera, ma forse è poco notato, adagiato com’è sul pavimento…

Non direi che sia poco notato. Anzi, sono convinto che i tappeti siano tra gli elementi che conferiscono maggior pregio a un ambiente. La loro importanza è tale da farmi ritenere che anche il termine “complemento di arredo” sia limitativo. I tappeti in realtà sono un vero e proprio elemento architettonico: modificano significativamente l’ambiente in cui si trovano. Per quanto la sua storia sia lunga e variegata, il tappeto per eccellenza è quello che fa parte della tradizione dei popoli nomadi della Mesopotamia, della Persia, del Caucaso e del Maghreb, una tradizione che si ritrova anche in India e in Cina. Per i nomadi di queste regioni desertiche, la casa è la tenda. La si alza accanto alle fonti d’acqua e può essere smontata da un giorno all’altro per riprendere il cammino e spostarsi in altro luogo. Che cosa dà comodità alla vita dei nomadi nelle tende?
Che cosa definisce i diversi ambiti e le diverse funzioni spaziali nel vasto ambiente coperto dai teli sostenuti dai pali? La risposta a queste domande è: il tappeto. La pavimentazione mobile che trasforma la terra, scomoda e polverosa,
spesso troppo calda di giorno e troppo fredda di notte, in un comodo giaciglio, in un luogo dove si possa camminare sentendosi a proprio agio, dove ci si possa accomodare con tranquillità, difendendosi dalla polvere. Un tappeto ti accoglie all’ingresso, uno ti consente di meditare e di parlare con i visitatori, un altro ti accompagna nel riposo notturno. I tappeti individuano la soglia da attraversare e definiscono il luogo dove stare.
A tutti gli effetti, fanno della tenda una casa. Penso che anche oggi, anche nelle nostre abitazioni, permanga qualcosa di questo retaggio antico. Il tappeto evoca questa lunga tradizione dei popoli nomadi: esso quindi nobilita la casa, le dà non solo colore, ma una profondità storica e culturale, un tocco esotico che richiama luoghi lontani. Certo, occorrerebbe conoscere meglio la storia e la cultura dei tappeti.

Che cosa conferiscono le molteplici ornamentazioni a questa “casa mobile” che è il tappeto?

Lo rendono eloquente. A partire dalla bordura, presente in ogni tappeto di pregio, che inquadra la parte mediana della sua superficie incorniciandola con grazia. Ha un significato storico e simbolico: richiama i confini della terra tra i fiumi, la Mesopotamia, appunto. Terra fertile, meta di tutte le carovane che percorrevano la zona, era questo il luogo dove l’acqua e le piante abbondavano, in marcato contrasto col deserto inospitale dei territori vicini.
La terra tra i due fiumi era quindi il “Paradiso”, l’Eden di questa terra, la zona dove la vita era gradevole. Gli ornati del tappeto, che in antichità erano piante, animali e altre figure stilizzate, rappresentavano quel paradiso in terra. I bordi, decorati con intrecci e disegni geometrici ripetuti e cromaticamente distinti dal resto, raffiguravano i due fiumi che racchiudono quel fortunato territorio, il Tigri e l’Eufrate, la fonte della vita in quella terra.
Dopo la predicazione maomettana le figure di esseri viventi tesero a scomparire dai tappeti prodotti dai popoli che avevano abbracciato l’Islam, che vieta la raffigurazione di essere viventi. E rimasero i motivi geometrici astratti.

Quando comincia la storia del tappeto?

È una storia molto, molto antica. Già Omero parla della magnificenza dei tappeti nelle sue opere, che risalgono al XI secolo a.C. e di tappeti si parla anche nell’Antico Testamento. Marco Polo riferisce di essere rimasto particolarmente colpito dalla bellezza dei tappeti turchi e caucasici. Il più antico esemplare conosciuto è visibile oggi al museo dell’Hermitage di San Pietroburgo e risale al IV – V secolo a.C. Fu scoperto nella tomba di un capo sciita del Pazyryk e si è conservato grazie ai ghiacci perenni del luogo. Ma la storia del tappeto comincia probabilmente quando comincia la storia del tessuto. Posso immaginare che i popoli primitivi si siano preoccupati di trovare prima un tetto per ripararsi dalle intemperie, ma abbiano anche cercato un giaciglio confortevole. E questo è stato il tappeto: i primi saranno
stati di pelli. Ma quelli tessuti avevano qualcosa in più: la bellezza dell’arte, dei colori, dell’ornato.

I colori hanno un significato nel tappeto?

Certo, come tutto nelle antiche tradizioni. Nella tradizione islamica per esempio c’è il tappeto per la preghiera: qui i colori assumono spesso un significato preciso, l’azzurro indica il cielo e quindi l’eternità; il verde invece viene evitato, perché in quanto colore del Profeta non deve essere calpestato.
I colori sono comunque relativi anche al luogo di provenienza. I tappeti turchi sono più spesso nei toni caldi del rosso e del blu; i tappeti persiani sono ricchi di un’ampia varietà cromatica; i tappeti caucasici insistono in particolare sulle tonalità rosse e gialle; quelli afghani sono di un rosso cupo, terracotta; quelli cinesi e indiani spesso hanno tonalità più chiare, sono gialli, rosa, verde chiaro, avorio.

Qui da noi si parla perlopiù di tappeti persiani…

L’epoca d’oro della manifattura e della miniatura persiana è quella che va dal 1500 ai primi decenni del ‘700. Ed è questo il periodo in cui lo sviluppo dei traffici commerciali maggiormente favorì l’afflusso di merci dall’Oriente. Forse è questo uno dei motivi per i quali dalle origini il tappeto persiano ha acquisito una particolare rilevanza. La Persia – l’Iran odierno – è rimasta nella storia un grande produttore di tappeti.

Come orientarsi, quindi, nel variegato e complesso mondo dei tappeti?

Come ci si orienta nel variegato mondo dell’arte e dell’artigianato.
Occorre guardarne molti, confrontarli, meditarli. Vengono da Paesi a noi lontani: ma non molto in fondo, in questo mondo globalizzato. Da secoli importiamo i tappeti orientali. Le nostre raffigurazioni pittoriche rinascimentali ne mostrano molti. Sono un elemento che ormai da tempo è entrato nella nostra cultura. Penso sia importante riconsiderarli nella loro autenticità: sono la casa del nomade che da tempo è entrata nelle nostre case. Sono anche ambasciatori di culture diverse che da tempo, magari senza rendercene conto, abbiamo metabolizzato nella nostra cultura.

L. S.

 

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