Villa Trinità a Mascalucia


Progetti

Dai vigneti agli agrumenti attraverso la storia di una famiglia

Testo di Maria Carla Borghese

Sono stato educato ad amare il verde, figlio e nipote di agricoltori, con un bisnonno appassionato botanico. Più che interessarmi agli aspetti produttivi delle piante sono da sempre stato attratto dalla loro bellezza. È stato così che circa 30 anni fa, dalla coltivazione delle prime piante in vaso e’ nata l’esigenza di un giardino. Ho pensato a villa Trinita’ a Mascalucia, dove un tempo erano ampi vigneti di famiglia poi trasformati in agrumeti.
Attorno alle case, alcuni tentativi da parte di mio nonno e di mio padre poi di allevare degli alberi da ombra, rose ed altri fiori da taglio come era consuetudine in passato nelle campagne siciliane.
Oltre alle tante alberature presenti, quello che rende unico il giardino e’ la straordinaria valorizzazione della stratificazione di manufatti agricoli di varie epoche che poggiano sulle colate del 1382. La lava a sua volta ha sepolto resti di antiche civiltà che da secoli riaffiorano dagli strati più profondi, durante i faticosi dissodamenti manuali per la piantagione della vigna. Terra su roccia , pietre su cocci e così via; agrumi al posto di tralci di vite e viceversa ed il ciclo riprende.

Salvatore Bonajuto
Laureato in scienze agrarie, dal 90 ha lavorato come paesaggista in italia e all’estero, in particolare al
restauro di giardini storici. Socio AIAPP. Ha collaborato alla realizzazione di giardini in Tunisia per importanti
complessi alberghieri. Dal 2001 si occupa di valorizzare beni di famiglia, restaura, la Cappella Bonajuto. della famiglia dal VI,VIII sec. che oggi gestisce a fini culturali
e di intrattenimento. Da più di 25 anni vive e lavora al giardino di villa Trinità, sulle pendici dell’Etna, dove offre ospitalità, aprendo il giardino ai visitatori. Produce ed imbottiglia vini D.O.C.

Tutto si mescola in superficie basta un’idea semplice, un disegno ed ecco che nascono nuovi sentieri che solcano il giardini verso le collezioni di piante. Ma il percorso più incredibile non lo tracciano i nuovi sentieri, ne le antiche rasule ” di campagna” utilizzate per trasportare l’uva dai vari terrazzamenti. Sono le tracce delle saje che attraversano tutto il giardino portando l’acqua ad ogni singolo albero. Gli arabi facevano canalizzazioni identiche a queste e così le chiamavano. Io ancora oggi le uso e premio i mie ospiti mostrandole in funzione con l’acqua che vi scorre veloce, che viene estratta a caro prezzo dalle viscere della terra dove da tempo immemorabile si e’ ingrottata sotto coltri di colate laviche. Sul suolo lavico che un amico ha paragonato per il suo colore, al tabacco bagnato, e sul lapillo caduto di recente, oggi cresco camelie e felci sotto vecchi alberi di kachi. Sono sempre orgoglioso di mostrare una vasta collezione di succulente e di iris , molte palme ed alberi di ogni continente. Ma le composizioni di piante più sorprendenti restano sempre quelle naturali: le roverelle , antica memoria del bosco etneo, sotto le quali trovano riparo l’acanto e la ferula; i rari piccoli sedum e i muscari, ricomparsi spontanei sulla roccia lavica grazie al fatto che da anni ormai non si usano pesticidi.

In giardino da anni posso ospitare visitatori in varie casette immerse nel verde, e in molti possono trovare una personale chiave di lettura dei luoghi; chi dedica tempo alla pittura botanica e chi cerca odori e frutti dimenticati. Nessuno riparte senza il dono delle nostre antiche ricette, come il pesto al finocchio selvatico che cresce in quantità.
Ciò che mi da ottimismo e carica a continuare a piantare è di avere accanto a me da qualche tempo un piccolo apprendista che accompagna gli ospiti: mio figlio, di quasi 10 anni. Così mi garantisce, almeno spero, che quello che sto realizzando non vada vanificato in poco tempo poiché mai dimentico che chi pianta un albero lo fa per il prossimo.

 

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