Tutto il fascino dell’Appia Antica

Appena fuori dalla villa c’è una sorpresa: la strada romana, antica di 2000 anni, che collegava Roma al porto di Brindisi, con ancora visibili i solchi dei carri e dei cavalli di allora. Poco lontano, solenne e immerso tra grandiosi pini marittimi, il grande cilindro del mausoleo di Cecilia Metella, la nuora del triumviro Marco Licinio Crasso che nel 71 a.C. soffocò nel sangue la rivolta degli schiavi comandata da Spartaco. Da tanta storia questa villa patrizia cerca di captare al suo interno l’atmosfera magica e ancestrale che sempre circonda le rovine dell’antica Roma. E lo fa con accattivante semplicità.Sul ciglio del giardino vi è il pranzo all’aperto per gli ospiti, attrezzato col forno in muratura. Tutto sembra molto spontaneo e alla romana, ma il gioco cromatico e materico dei muri e dei pavimenti è molto raffinato.La villa risale alla fine dell’800 quando nell’alta borghesia capitolina, quella più sensibile alle tendenze intellettuali, venne di moda costruirsi una villa in questo particolare parco archeologico reso pittoresco da un’esuberante vegetazione. La tipologia della casa, per una coincidenza forse voluta, ricorda la “domus” romana che si sviluppava, come questa, attorno a un’atrio su cui erano disposte le stanze per il ricevimento. In questo caso la corte è diventata un luogo dove la famiglia pranza nelle belle giornate (che a Roma durano a lungo); mentre per il ricevimento degli ospiti all’aperto c’è verso il giardino un largo spazio attrezzato col barbecue.
L’architetto Vinci ha dichiarato che nella ristrutturazione di questa villa il problema maggiore è venuto proprio da questa corte, perché in origine attorno ad essa girava un  corridoio continuo che prendeva la luce delle finestre togliendola alle stanze. Lo ha risolto demolendo i divisori e destinando a una diversa funzione ciascuno dei quattro lati della villa. E’ stata così creata un’ala destinata all’ingresso, alla grande cucina e al bagno degli ospiti, un’altra dedicata al salone ed al pranzo con vista sul giardino, in una terza vi è la suite padronale con camera da letto e studiolo, e nella quarta le camere dei ragazzi.
 Come in tanti paesaggi romani dipinti nel ‘700 qui spiccano alcuni grandiosi pini marittimi accompagnati da ceppi di colonne antiche. Le piante da serra sono in vasi di terracotta.
Un arco ribassato incornicia delicatamente un pranzo semplicissimo ed elegante, composto da sedie primo ‘800 e un lineare tavolo inglese pieghevole.
Imprevedibile ma gradevole la presenza di un pianoforte verticale.Per impreziosire il pavimento, davanti al caminetto oltre al refrattario vi è una lastra di rame. Il camino al posto del travone ha un prezioso frammento di architrave antica già in precedenza utilizzata nella decorazione della villa.Nato a Roma nel 1969, studia alla Facoltà di Architettura “la Sapienza” di Roma dove si laurea nel 1999. Durante gli studi collabora con alcuni architetti della Facoltà partecipando a concorsi internazionali. Conclusi gli studi inizia a lavorare in proprio e fin dall’esordio il suo linguaggio architettonico risulta essere fortemente espressivo e personale. Il tema della decostruzione, affrontato durante gli studi con la naturale revisione del linguaggio spaziale architettonico, è quello ricorrente nella sua opera, che è caratterizzata da una poetica fatta di forte articolazione dei volumi, d’integrazione tra spazi interni ed esterni, di apertura e attenzione verso l’ambiente naturale, di ricerca figurativa multidimensionale.
Impegnato nella progettazione di edifici residenziali, spa, alberghi, spazi commerciali, svolge inoltre un’intensa attività di architettura d’interni. Partecipa a concorsi internazionali nei quali affronta temi di scala maggiore: musei, stazioni, grattacieli e chiese. Scrive due libri: “ Massimiliano Vinci Architetto Centro Congressi” di Virgilio Editore, Roma 2007 e “ Massimiliano Vinci Architetto Astrazioni della mente” Edizioni Kappa, Roma 2008.La semplicità (apparente più che reale) è la chiave interpretativa di tutto l’arredamento. Tranne la cucina, dove l’intervento dell’architetto è visibile ma molto sobrio, il resto sembra arredato con mobili di famiglia antichi ed eleganti, mai sfarzosi o supponenti.
La tavola imbandita, illustrata qui sopra, è deliziosamente paysanne, e tutta la villa più che al Trianon fa pensare al piccolo mulino dove Luigi XVI si fingeva panettiere e sfornava pane fresco per gli intimi. In effetti, anche se qui sull’Appia Antica siamo in uno dei posti più costosi della Capitale, nulla vieta di considerarsi in piena campagna.

La cucina, molto lineare, è stata eseguita a misura su disegno dell’arch. Vinci. Al centro vi è una comoda isola con cassetti per le stoviglie e il tovagliato. Come si usava una volta, le tende sono di lino pesante a pacchetto. Curiosi ma molto efficienti i faretti a sospensione che illuminano la tavola, integrati da altri incassati nel soffitto.La corte, che ha accesso diretto alla cucina, ospita il tavolo su cui col bel tempo pranza all’aperto la famiglia (per gli ospiti vi è una più vasta zona a contatto col giardino). Molto eleganti gli archetti appena disegnati sulle pareti.

Condividi

Utilizziamo i cookie per offrirti la migliore esperienza sul nostro sito web.
Puoi scoprire di più su quali cookie stiamo utilizzando o come disattivarli nella pagine(cookie)(technical cookies) (statistics cookies)(profiling cookies)