Venezia, San Giorgio rinasceAncona, Croce per mille anniMilano, il genio e le passoniMilano, meditando sul CeranoSan Marino: nuovo museoMilano: 50 anni di cantici

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Chiesa Oggi 47
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S. GIORGIO RINASCE
Il 15 marzo 2001 è stato presentato alla Fondazione Cini il progetto di restauro della facciata di San Giorgio Maggiore, sull’omonima isola prospiciente P.zza San Marco a Venezia. Il termine dei lavori è previsto per settembre.

Nel corso della conferenza di presentazione il Soprintendente per i Beni ambientali e architettonici di Venezia si è schierato fra coloro che sostengono che la facciata della chiesa sia fedele alle indicazioni del Palladio, che morì prima dell’inizio dei lavori. Lo stile neoclassico dell’opera, del resto, risente chiaramente delle idee dell’architetto veneto. Patrizia Giacone, progettista e direttore dei lavori, ha sottolineato l’importanza di questo restauro per approfondire la conoscenza delle tecniche costruttive rinascimentali. L’architetto Giacone ha anche evidenziato come sia necessario superare il problema del restauro tramite un’attenta e continua opera di conservazione. L’importo dei lavori è previsto in 740 milioni. La facciata della chiesa di San Giorgio Maggiore presenta importanti innovazioni, innanzitutto nello schema architettonico che propone un ingegnoso e originale compromesso, già chiaramente leggibile in pianta, tra tempio classico e la basilica a tre navate della tradizione cristiana.

CROCE PER 1000 ANNI
“Ho voluto che un segno visibile rimanesse a ricordo di questo tempo di grazia” scrive S.E.R. Mons. Franco Festorazzi, Arcivescovo di Ancona Osimo a conclusione delle celebrazioni per il millenario della Diocesi, nel presentare la croce astile da lui commissionata.

Il Millenario è stato celebrato nel 1999 e la croce astile, commissionata all’artista Valeriano Trubbini, è stata presentata a Sua Santità Giovanni Paolo II ed è stata collocata nel presbiterio rinnovato della cattedrale anconitana. L’artista così la descrive: «Dall’ampio cerchio in argento patinato e zigrinato si staccano con spinte dissimili i personaggi presenti nel palcoscenico circolare. Dall’alto, chiuso in un triangolo, Dio Padre… fa scivolare un fiammeggiante Spirito Santo illuminato da un cristallo rosso. Sotto, al centro, Gesù Cristo crocifisso, splendente nell’oro, è come cinghiato da un leggero e lungo sudario… Cristo Crocifisso ha alle sue spalle una croce quasi commissa che scendendo si trasforma magicamente nella sua ombra nera proiettata come un ‘sigillum ignis’ sul mondo.
Lievi e fluttuanti, due puttini alati sorreggono le estremità della croce come a volerla sollevare e schiodare». In basso, i due santi protettori dell’arcidiocesi, Ciriaco e Leopardo.

IL GENIO E LE PASSIONI
Dal 21 marzo al 17 giugno si tiene al Palazzo Reale di Milano la mostra “Il Genio e le Passioni. Leonardo e il Cenacolo. Precedenti, innovazioni, riflessi di un capolavoro” per iniziativa degli Enti e delle istituzioni promotrici a compimento del ventennale restauro.

La prima parte della mostra raccoglie una ricca selezione di opere che vanno dal XII al XV secolo, con lo scopo di illustrare quale fosse l’iconografia dell’Ultima Cena prima dell’innovazione leonardesca. La sezione presenta materiali diversi con l’intento di offrire il panorama più vasto possibile, grazie a opere che giungono dai principali musei di tutto il mondo. Punto focale della mostra è il momento dell’invenzione leonardesca, quando il tema della Cena viene ad assumere un carattere totalmente nuovo, inserendosi nel vasto campo degli interessi vinciani sullo studio dei “moti mentali”. L’Ultima Cena così diventa una narrazione che permette di dare rappresentazione visiva a un vasto registro di passioni umane. Nella realizzazione dell’opera confluirono molti studi leonardeschi. La mostra espone 7 di questi autografi (tra i più celebri, quelli con le teste di FIlippo, Giacomo Maggiore e Bartolomeo) a cui si aggiungono altri studi provenienti da diversi musei europei. Vengono quindi esaminati in dettaglio tramite vari esempi i riflessi del modello leonardesco nelle diverse regioni italiane e nel Nord Europa. L’ultima sezione riguarda la fortuna del Cenacolo nei secoli XVIII-XX.

MEDITANDO SUL CERANO
Il restauro di un importante dipinto della grande tradizione lombarda del ‘600 attribuito a G.B. Crespi, detto il Cerano, è occasione per una riflessione e una reinterpretazione di un noto artista contemporaneo, William Xerra.

La tela del Cerano, “Cristo Inchiodato” era collocato nella chiesa di San Fedele. Il Centro Culturale San Fedele ne ha curato il restauro che è stato presentato dal 7 marzo in una mostra curata da p. Andrea Dall’Asta, S.I., da Ede Palmieri e da Francesco Tedeschi. Il dipinto è stato accostato a un quadro contemporaneo, nato dalla riflessione sull’opera del Cerano e commissionato per l’occasione a William Xerra. Si tratta di due mondi completamente diversi, di due linguaggi che apparentemente non conoscono punti di contatto per quanto il tema delle due rappresentazioni sia lo stesso. Attraverso un’immagine viene colto il momento in cui Cristo, sul Golgota, è inchiodato per essere innalzato sulla croce. Momento drammatico, tragico tremendo, se non fosse che la morte del Figlio dell’uomo si apre alla Risurrezione. La mostra ha inteso sollecitare una riflessione sul senso del “rappresentare”: tema che in questa occasione si è voluto analizzare per ricercarne il significato più profondo. Che cos’è infatti la rappresentazione se non l’espressione di un senso al quale l’uomo affida la comunicazione della propria esperienza di vita? Rappresentare vuol dire “ascoltare” la verità sull’esistere dell’uomo, sul suo mondo simbolico, sui suoi valori umani e spirituali. Nel caso dei due quadri si tratta dell’esperienza di un uomo che sta per essere innalzato sulla croce. Nella mostra è stato documentato l’intervento di restauro che per la prima volta ha portato a un’ipotesi attributiva del dipinto secentesco. Inoltre sono state esposte alcune riflessioni-elaborazioni fotografiche di ispirazione concettuale che documentano il percorso effettuato dallo Xerra nel riprendere il tema. «Attraverso l’individuazione di alcuni stereotipi semantici – scrive Francesco Tedeschi – quali l’adozione del ‘VIVE’, denotazione usata nelle correzioni di bozze per conservare le parti cancellate e divenuto segnale simbolico-metaforico, Xerra ha ricercato significati secondi rispetto a ciò che appare».

NUOVO MUSEO
Si è inaugurato il 18 marzo 2001 il nuovo Museo di Stato sammarinese, nel Palazzo Pergami-Belluzzi, arricchito di opere di recente reperimento o acquisizione che documentano la storia dell’antica Repubblica, ricca di testimonianze religiose.

Rispetto al vecchio Museo, convissuto con la Biblioteca di Stato in Palazzo Valloni fino al 1983, il nuovo si presenta arricchito e con un ordinamento molto chiaro, organizzato cronologicamente e tipologicamente. Le opere di recente acquisizione sono state suddivise in due nuclei: il primo comprende il materiale sammarinese e il secondo il materiale giunto per donazione da molte nazioni europee fra Ottocento e Novecento. Al materiale sammarinese appartengono opere di grande suggestione, come per esempio i bronzetti votivi della “Tanaccia”, l’antico santuario posto alle pendici del monte Titano, esplorato nel 1994, e dipinti quali il polittico di Francesco Menzocchi (1535), tele del Guercino (1657), di Matteo Loves (c. 1640), di Pompeo Batoni (1740). Al materiale di donazione appartengono collezioni di icone e dipinti dal XIV al XIX secolo, tra cui tavole attribuite al Ghirlandaio e al Perugino, due rilievi di Guglielmo della Porta e di Baccio Banditelli.

50 ANNI DI CANTICI
Nel 1951 l’artista francescano p. Costantino Ruggeri presentava la sua prima mostra al Centro San Fedele. Vi ritorna ora con una antologica che ripercorre le tappe della sua ricca e feconda carriera, con pitture che riassumono un’epoca.

Una lode lunga cinquant’anni: questo il titolo che i curatori della mostra, Eugenio Bruno, S.I. e Andrea Dall’Asta, S.I. danno al catalogo della stessa. Costantino, spiegano, è «un artista la cui storia affonda agli inizi della ricostruzione postbellica, quando a Milano si cominciava a ricostruire attorno la Chiesa di San Fedele quanto era stato distrutto dalle bombe». Costantino fu tra i primi a esporre nella neonata Galleria San Fedele. Aveva 26 anni ed era studente francescano. Da allora esposizioni e opere di ogni genere si sono susseguiti senza soluzione di continuità: dipinti, sculture, vetrate, chiese. Una ricerca continua nella materia e nel colore di una verità primigenia. «Uno stupore abissale – scrive Cecilia De Carli – prende forma sulla superficie del quadro che si affida al semplice gesto, al colore squillante, alla materia primitiva e luminosa dalle forti qualità tattili e vibranti, che allude poeticamente al paesaggio naturale o artificiale, a quell’aspetto sensibile del reale che si nasconde dietro all’apparenza e che si dice nella sua disarmante umiltà, ma che ugualmente ha la pretesa, a volte, di esplorare una verità permanente, anzi eterna…».

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