Un tetto totalmente nuovo

La cattedrale di San Giusto a Susa

La struttura lignea della copertura era completamente danneggiata dalle infiltrazioni d’acqua e dagli insetti xilofagi. In queste condizioni, allo scopo di evitare una seria minaccia per l’intero edificio, si è decisa la sostituzione completa della copertura. Nel corso delle indagini svolte per le diverse campagne di restauro, sono stati ritrovati i colori originari e quelle che dovevano essere le dimensioni originali dell’edificio. Il restauro ha recuperato aspetti fondamentali della Cattedrale.

Le coloriture e le ornamentazioni rinvenute grazie alle indagini stratigrafiche delle superfici esterne, nonché la disposizione delle aperture, ha portato a ritenere che la Cattedrale di Susa, dedicata a s. Giusto, fosse originariamente più corta di quel che risulta essere ora. Nelle immagini a lato vediamo sotto lo stato attuale, ed un “rendering” di come doveva apparire nel 1027, anno della consacrazione.


Un intenso e lungo lavoro di restauro che ha interessato l’intera struttura della Cattedrale di Susa per un quindicennio, dal 1985 al 2000, ha teso a recuperare con il debito rigore filologico aspetti e parti dell’edificio che negli anni erano andati perduti. In questo arco di tempo, grazie al lavoro e alla professionalità di molti, la cattedrale segusina è stata oggetto di tre diverse campagne di intervento che hanno portato al rinnovamento dapprima degli interni (1985 – 1995), quindi delle coperture (1996 – 1998) e da ultimo delle facciate esterne (1999 – 2000). L’intervento certamente più impegnativo, sia dal punto di vista tecnico che da quello dell’impiego di manodopera, è stato il rifacimento del manto di copertura. Ne forniamo alcuni dati quantitativi: per la completa sostituzione dei circa 1800 metri quadrati di tetto si sono utilizzati 280 metri cubi di legno di abete, 270 tonnellate di pietra di Luserna, e sono state necessarie circa 20.000 ore di lavoro. Il percorso della fase conclusiva dei restauri della Cattedrale di S. Giusto di Susa è iniziato nel 1996 e ha interessato, nell’ordine, due elementi tipologici del costruito: le coperture e le facciate.
Lo stillicidio dovuto alle infiltrazioni di acqua meteorica che avrebbero potuto danneggiare nuovamente le decorazioni interne a restauro appena concluso hanno indotto, nel 1996, a non posticipare ulteriormente un intervento sulle coperture, che è entrato nella fase operativa alla fine del 1997. Il tempestivo intervento è stato voluto dal Vescovo Mons. Bernardetto e dal Parroco della Cattedrale don E. De Faveri che disponendo in tal senso hanno consentito di limitare i danni al monumento. All’atto dell’ispezione preliminare condotta dallo scrivente contestualmente ai tecnologi del legno il prof. Gabriele Bonamini e il dr. Marco Togni, la copertura, che per l’interposizione delle volte non è con l’intradosso a vista, si trovava in avanzato stato di degrado sia biologico che fisico-meccanico. Era dunque evidente che i lavori eseguiti negli ultimi vent’anni non avevano affrontato il problema della conservazione globale del coperto in senso risolutivo, ma avevano unicamente fornito soluzioni tampone. L’impianto si presentava in modo unitario, proponendo tipologicamente un unico manto di copertura sostenuto dalle travature in legno di conifera – abete, larice e pino è realizzato con pietre scistose (pietra di Luserna) di varia pezzatura, a forma quadrangolare irregolare ottenute a spacco naturale, che risultavano posate a semplice gravità. Solo in alcuni punti erano presenti sporadici ganci metallici, soprattutto nelle prime file, posti in funzione antiscivolo. La trave di colmo ed il terzo superiore dei correnti potevano considerarsi, su tutta la copertura, talmente degradati da consigliare la sostituzione integrale. Anche la quasi totalità degli arcarecci dell’orizzontamento superiore risultavano fortemente attaccati da degrado biologico, dovuto a funghi o a fratture, cosa che ne consigliava la sostituzione. Dalle indagini svolte, appariva chiaro che alcune capriate erano in stato di degrado avanzato e presentavano anche rotture e cedimenti molto preoccupanti ai fini della loro stabilità oltre che per la stabilità dell’intera copertura. In una struttura come quella presente a San Giusto, ad incavallature affiancate, un ulteriore cedimento di una capriata avrebbe provocato con ogni probabilità il crollo globale del tetto che a sua volta, a causa del notevole peso del manto di copertura in lastre di pietra, avrebbe sfondato le sottostanti volte della chiesa con relativa facilità. Per il restauro delle parti lignee si è volutamente evitato “l’accanimento terapeutico” con l’abusata tecnica dell’impiego di betoncini epossidici per la ricostruzione delle estese parti degradate.

Un’apertura ad arco rinvenuta sotto l’intonaco, tamponata presumibilmente nel XV sec., probabilmente testimonia la presenza di una cappella gotica successivamente abbattuta (l’immagine in alto a sinistra ne individua il volume). Qui sotto: affreschi rinvenuti sulle pareti esterne.


Cattedrale di San Giusto, Susa

Indirizzo: P.zza S. Giusto, 12 – 10059 Susa
Progetto ed esecuzione del restauro: Dr. Arch. Michele Ruffino (Torino)
Collaboratori: Dr. Arch. L. Musso (Resp. Sicurezza – Torino) Dr. G. Bonamini (Wood Consulting, Firenze), Ing. S. Garella (Termografie, Saluzzo) Per le Soprintendenze: Dr. Ing. F. Pernice, Dr. C. Bertolotto, D.ssa Luisella Peirani Restauro facciate: Mimesi snc (Torino)
Rifacimento coperture: ARCAS Spa (Torino)
Falegname: P. Pesavento(Borgone Susa)
Sistemazioni: Lorenzin Costruzioni (Chianocco – Torino)

A prescindere dall’opportunità o meno dell’impiego di tale tecnica, non essendoci parti decorate o di particolare interesse storico ed artistico si è ritento di sostituire tutta l’orditura lignea. Infatti l’elemento legno, non da oggi, è considerato un materiale che racchiude in sé la naturale potenzialità della “prefabbricazione” e dell’intercambiabilità tecnica che si è adottata nel caso in esame. Era infine da sottolineare l’approssimazione con cui to con preservanti a base di cipermetrina. Con le coperture rifatte con losanghe di pietra sbozzata ed a spacco naturale, nel rispetto formale del preesistente impianto, è stato possibile fornire adeguata protezione alle sottostanti murature, precedentmente interessate da numerose e più o meno estese zone soggette ad infiltrazioni da acque meteoriche. Successivamente, è stato possibile procedere al restauro delle facciate. molte capriate risultavano assemblate, unendo in modo estemporaneo elementi di recupero, di qualità spesso non sufficiente a consentirne l’impiego strutturale. In più, le infiltrazioni di acqua piovana e gli attacchi di insetti xilofagi avevano indebolito gravemente buona parte dell’orditura secondaria, nonché alcune zone critiche della struttura portante primaria. Nel rifacimento delle strutture portanti è stato impiegato legno di abete adeguatamente protetto con preservanti a base di cipermetrina

Qui a lato: il disegno riproduce una capriata lignea e ne evidenzia lo stato di degrado. Alcune capriate presentavano cedimenti preoccupanti ai fini della stabilità di tutta la copertura. In basso: una delle travi consumate da umidità e da insetti.


IL RESTAURO DELLE FACCIATE
Nel 1997, in concomitanza con l’avvio del restauro delle coperture, si è proceduto alle ispezioni preliminari finalizzate alla redazione del progetto di recupero delle facciate della Cattedrale. Tali indagini hanno innanzitutto consentito di individuare ciò che rimaneva dell’originale colore caratterizzante le facciate. Il colore base in esse dominante, che seppur mitigato dalla “patina”, o meglio dalla sporcizia del tempo, si presentava su tutte le pareti esterne del monumento, era approssimativamente bianco, come riportato nelle cronache della fondazione. Indagini stratigrafiche successive hanno testimoniato ancora la presenza del medesimo colore applicato anche per più volte. Dal punto di vista storico-artistico l’evento più significativo del restauro è stato il ritrovamento degli affreschi antichi i quali sono stati portati alla luce sulla parete sud, in corrispondenza della zona più riparata, immediatamente sottostante gli archetti pensili romanici, situati in corrispondenza del claristorio. Allo scopo di progettare un restauro che fosse il più possibile ricostitutivo e rispettoso del loro aspetto originale si è proceduto ad effettuare, congiuntamente alla Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici del Piemonte, rilievi e ricerche mirate. Lo scopo era individuare quali pigmenti e quali malte fossero state impiegate, oltre a ricercare la presenza di leganti o fissativi di natura organica. Si è poi proceduto a una campagna di analisi termografiche, le quali hanno fornito importanti risultati che consentono di avanzare alcune nuove ipotesi relative alla ricostruzione delle diverse fasi architettoniche. Sono evidenti in facciata le rielaborazioni architettoniche del ‘300 – ‘400 e dei periodi successivi, che si manifestano con divergenze stilistiche rimarchevoli. Il compito del lavoro di restauro è stato il recupero, la conservazione, con cenni di integrazione cromatica e materica per consentire una migliore lettura di questi elementi, nel rispetto sostanziale delle caratterizzazioni stilistiche. Su parti sufficientemente estese delle facciate erano evidenziate le proprietà decorative della pietra e del mattone, come ben si poteva notare nel secondo ordine (sopra elevazione in stile gotico) delle strutture ad archetti pensili, le quali presentavano segni continui ancora visibili su buona parte del loro perimetro, identificabili in una bicromia bianco-rossa tra sottarco ed archetto. Una significativa attenzione è stata riservata alla conservazione della decorazione a colore che proponeva, sul primo ordine di archetti (romanici), effetti cromatici decisi attraverso l’impiego di tinte vivaci e semplici disegni “a fresco” fortemente caratterizzanti. Dalle indagini iconografiche volte a rintracciare esempi analoghi sul territorio piemontese , risultava che la Cattedrale di San Giusto poteva essere considerata una testimonianza ancora viva della “pittura architettonica” tipica del periodo romanico. Concordemente con le Soprintendenze competenti, si è ritenuto corretto e coerente applicare, con la tecnica di velatura, il colore “bianco-avorio” di tonalità e matrice “chiara”, che riproponesse il più fedelmente possibile la cromia originale, pertanto si optò per impiegare il medesimo colore anche per la facciata ovest addossata alle mura tardo antiche. Sono state riaperte, anche se lasciate chiuse sul fondo, due monofore rispettivamente a destra e a sinistra del finestrone centrale. Una prima indagine ha interessato la parete sud della Cattedrale, ubicata alla destra del campanile. Al di sotto dell’intonaco, nella zona posta inferiormente alla bifora, in corrispondenza dell’altare delle reliquie, si è individuata la preesistenza di una grande apertura ad arco, successivamente tamponata con materiale lapideo di reimpiego misto a laterizio e malta. Una volta rimosso il materiale di riempimento, sono venuti alla luce nel sott’arco affreschi presumibilmente del ‘400, ben conservati e raffiguranti i profeti. Probabilmente quest’arco a sesto acuto testimonia la presenza, in quel punto, di una cappella di epoca gotica successivamente abbattuta, il cui tetto non doveva essere come si presenta attualmente, ma a capanna, e di questo può forse essere testimonianza sia l’interruzione che incorre nella serie degli archetti di facciata, i quali sono presenti solo fino alla metà della facciata che parte delle murature interne. Due campagne di indagine hanno condotto a ipotizzare almeno in parte quello che doveva essere l’aspetto originario della Cattedrale di San Giusto. In particolare la seconda ha evidenziato la presenza di una precisa diversità di composizione sia architettonica che muraria nella zona
tra lo stemma affrescato e il lunettone con l’affresco della crocifissione. Considerate queste premesse è possibile, a questo punto, ipotizzare che in origine la Cattedrale (o un eventuale edificio precedente) non doveva avere la facciata che ora vediamo, addossata alle mura romane e quasi inglobante le antiche porte. Con tutta probabilità l’edificio originario (ovvero un precedente edificio) doveva essere inserito completamente all’interno della cinta muraria, arretrato di circa 11 metri dal loro paramento murario interno e solo successivamente venne allungato portando ad addossare la facciata alla cinta. Di ciò danno testimonianza non solo gli esami termografici ma anche la diversa struttura compositiva che gli archetti vengono ad assumere nella stessa zona, presentando dimensioni diverse, ed inoltre le decorazioni a fresco si trovano solo nella parte alla destra della cesura, mentre sono assenti sulla parte di sinistra.

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