Un itinerario iconografico per l’architettura cultuale

Un itinerario iconografico per l’architettura cultuale

Dipinta per la cappella della Fondazione RUI di Milano, l’opera raccoglie il dramma della Passione conferendo allo spazio architettonico un’aura sacrale intessuta di sapori bizantini ed effervescenze postmoderne.

L’architettura cultuale si connatura lizza con l’iconografia sacra per raccontare quanto è capitato tra Dio e l’uomo.Tema di forte suggestione è la passione di Gesù. La sua via crucis avvolge abitualmente le pareti delle chiese, quale monito ai fedeli che ivi convengono per celebrare l’eucaristia. In tal modo la memoria degli ultimi giorni di Gesù viene coniugata al memoriale del suo corpo e del suo sangue nelle specie del pane e del vino.
Toni Pizzica, nella via crucis dipinta per la Cappella della Fondazione RUI in Milano, raccoglie il dramma della passione,
conferendo allo spazio architettonico un’aura sacrale in cui s’affastellano sapori bizantini ed effervescenze
postmoderne. Dipinge con raccoglimento monastico e creatività formale, fondando il suo componimento stazionale su continue ricerche di stile e di colore.

1. Gesù condannato a morte
2. Gesù caricato della croce
3 Gesù cade per la prima volta

Quanto apprende dalle ieratiche soluzioni orientali, viene tradotto alla “maniera” occidentale, onde avvicinare il linguaggio e proclamare il messaggio. Anche i simboli cromatici si discostano, talvolta, dalla tradizione. Il Maestro sublima con efficacia la tragedia della passione risaltando l’apoteosi della salvezza.Trasmette originalmente tale drammaticità fissandola nello “sguardo” dei suoi personaggi. Questi interloquiscono con i fruitori, così da riunire quanto celebrato nel racconto iconico e quanto pregato nel pio esercizio. Per Pizzica, gli “occhi” sono realmente specchio dell’anima. Grandi e sbarrati, interrogativi e inquieti, mesti e addolorati, oppure chiusi e spenti, gli “occhi” iconici sono la luce interpretativa del viaggio doloroso, dove protervia umana e divina misericordia entrano in collisione. Estenuando e ingigantendo gli sguardi, la via crucis si fa specchio enigmatico riflesso sui fedeli, onde compenetrare l’intero spazio architettonico in una scenografia dove il ricordo diventa attualità per il perpetrarsi e di ignoranza e di peccato. I grandi “occhi” di Gesù muovono alla meditazione in vista della compassione e del pentimento. Sempre “puntati” su interlocutori storici e reali costituiscono il filo conduttore del componimento che racconta l’ascesa di Gesù sulla croce. Se il devoto incrocia lo sguardo di Gesù, ne coglie sconcerto e misericordia.

4. Gesù incontra Maria, sua madre
5. Gesù aiutato dal Cireneo
6. La Veronica asciuga il volto di Gesù

Lo sguardo di Gesù, di quel Gesù che aveva insegnato e beneficato, è interdetto di fronte alle guardie che lo catturano, a Pilato che lo interroga, alla madre che lo compatisce, al cireneo che l’aiuta, alla Veronica che gli asciuga
il volto, alle donne che lo piangono, ai carnefici che lo crocifiggono. Poi quegli “occhi” sbarrati e mesti si chiudono.
Rimane inevaso l’interrogativo: “Perché? Perché tutto questo?”. L’enigma grava su quegli “occhi” chiusi al mondo. Gli occhi chiusi del Cristo evidenziano il mistero del suo innalzato sulla croce, per attirare a sé lo sguardo di tutti gli uomini, e del suo abbassamento nel sepolcro, per concentrare la fede di tutti i credenti. Abbagliati sono altresì gli “occhi” dei
protagonisti che nei diversi atteggiamenti di odio o amore, di fede o incredulità, di indifferenza o compartecipazione,
di speranza o disperazione, di sconfitta o vittoria, aureolano l’icona assoluta del Cristo.Tale assolutezza fa sì che quegli “occhi” siano soprattutto fissati sui fedeli nel momento in cui ripercorrono la via crucis.

7. Gesù cade per la seconda volta
8. L’incontro con le pie donne di Gerusalemme
9. Gesù cade per la terza volta

Un monito per non fare altrettanto, un segno della misericordia divina. Pizzica invade lo spazio della cappella con gli “occhi” di Gesù. È il Cristo checondanna il peccato ed è il Cristo che perdona il peccatore. I fedeli si sentono dunque indagati da quegli “occhi” che attraggono, così come deve
attrarre la croce e come deve abbagliare la resurrezione. Del resto, oracolano le Scritture: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv 19,37). Stilisticamente il Maestro forma la sua opera dialettizzando contesto e metacontesto, temporalità e atemporalità. L’assolutezza è data dai fondi a foglia d’oro che nell’arte bizantina richiamano la realtà celeste e nella via crucis indicano il mezzo salutare. Spezzati scenografici su Gerusalemme confermano che a patire è stato realmente il “Figlio dell’uomo”.

10. Gesù spogliato delle sue vesti
11. Gesù è inchodato sulla croce
12. Gesù muore sulla croce

Quell’“Uomo dei dolori” la cui morte infamante iconizza l’eclissi del divino, beffardamente, ma profeticamente contraddetta dalla t10/4=unica rossa. Poche campiture bianche presagiscono in modo provocatorio la presenza irriducibile del “Figlio di Dio”: la tunica durante l’interrogatorio dinanzi a Pilato, bende e perizoma nella crocifissione, il sudario nel sepolcro. Pizzica lascia intravvedere mediante studiati stilemi pittorici come la via crucis sia percorsa in fretta. I nemici di Gesù si volevano sbarazzare di tale inquietante sguardo.

"Estenuando e ingigantendo gli sguardi, la via crucis si fa specchio enigmatico
riflesso sui fedeli, onde compenetrare l’intero spazio architettonico
in una scenografia dove
il ricordo diventa
attualità per il perpetrarsi e di
ignoranza e di peccato."
13. Gesù deposto dalla
croce viene sepolto
14. Gesù è sepolto

Del resto, per i Giudei era alla vigilia della parasceve, così che andava rimossa ogni traccia di morte. Con rapidi tratti di colore il Maestro contrasta il fondo aurato della tavola e lo sguardo fisso di Gesù. Ne deriva un vortice assillato che solo si placa nella fede orante. È quella che devono avere i fedeli che si raccolgono nella Cappella della Fondazione RUI. Pizzica non è nuovo nel campo dell’arte sacra e questa via crucis lo dimostra. Attraversa con la sua arte le stagioni degli ultimi decenni del ‘900, rifiutando i significati nichilisti, senza rifiutarne i significanti. Tecnicamente è incline alla vetrata e alla tavola. Nelle vetrate coniuga figurazione ed astrazione carpendo nella luce del loro attraversamento l’irrompere dello Spirito e la presenza di Dio. Dipinge tavole con studiata eleganza senza cedere al decorativismo informale e senza indulgere nel figurativismo illustrativo.
Per questo riesce a trasmettere la magia del sacro in termini specificamente cristiani e non solo vagamente spirituali.

Rev. Prof. Carlo Chenis, SDB
Segretario della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa
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