Umberto Cao – Domande per il futuro


 

Mai come in questi anni l’Architettura è salita nell’interesse e nella considerazione del grande pubblico e mai come in questi anni lo scenario dell’architettura e il mondo degli architetti è stato attraversato da punti di vista tanto diversi e conflittuali. Eppure, soprattutto in Italia, si ripete spesso che l’Architettura è in crisi e ci si interroga sul ruolo della disciplina – ma è una disciplina? – sui suoi contenuti, strumenti e finalità; ci si chiede se l’architettura serve e se ha un futuro. Ma va bene così, perché parlare di ‘crisi’ significa esprimere vivacità intellettuale e propensione al cambiamento. E allora parliamo di questa ‘crisi’, delle sue ragioni, del suo sviluppo e del suo futuro.

Premetto che non demonizzo la globalizzazione come responsabile della confusione dell’Architettura contemporanea, così come non credo che una architettura fortemente localizzata possa rappresentare una alternativa per il futuro. Da sempre l’Architettura è stata un passo avanti rispetto alle tradizioni e ai localismi, da sempre l’Architettura è stato veicolo di nuove conoscenze. Basti pensare alla facilità con la quale, nonostante le difficoltà degli spostamenti e dei viaggi, le diverse espressioni stilistiche della storia – dall’epoca classica, ai diversi passaggi intermedi ellenistici e paleocristiani, sino ai grandi internazionalismi gotici e barocchi, alle certezze illuministe e ai repertori neoclassici – si sono diffuse tra paesi non sempre vicini geograficamente e culturalmente.
Veicolo di comunicazione poteva essere il commercio, la conquista militare, o più semplicemente il grande viaggio dell’intellettuale.
Il Movimento moderno poi è stato un grande unico percorso nella cultura internazionale del XX secolo, comprese le sue derivazioni meno accattivanti come l’allineamento allo ‘stile internazionale’ nel dopoguerra o al neostoricismo degli anni Settanta.
Fattore di internazionalizzazione fu l’insegnamento di alcuni grandi maestri, lo furono i convegni e le riviste. La circolazione delle idee è un bene per l’Architettura: esserne fuori significa scontare ritardi e isolamento (ricordiamo con quanta fatica il Novecento italiano ha dovuto recuperare lo sfasamento culturale nei riguardi del Moderno). Il problema
semmai è la capacità di compensare innovazione e tradizione, modernità e storia e di tradurla in concreti fatti architettonici.

Massimalismo
urbano

San Paolo
Foto di di Luiz Arthur Leiräo Vieira

Tokyo
Foto di Francesco Jodice

Caracas
Foto di Pablo Souto

Confortata dalle intuizioni di sociologi, sospinta dalla reazione alla mitologia dei ‘luoghi’ e al culto della storia celebrati negli anni Sessanta e Settanta, l’idea dei ‘non luoghi’ è stata in questi ultimi venti anni protagonista in Italia del dibattito architettonico per tre motivi: il primo di carattere generazionale, diventando lo strumento della trasgressione dei giovani alla cultura urbana dei padri o dei maestri; il secondo perché in Italia si costruiva poco e quindi la predisposizione alla riflessione teorica era permeabile ai contributi provenienti da altre discipline, come la sociologia e l’antropologia; il terzo perché consentiva di esplorare nuovi territori figurativi rispetto a quelli troppo condizionati dai vincoli della conservazione o del contesto storico. All’estero la sensibilità per questo tema era più spontanea e meno dichiarata, niente affatto condizionata da ragioni ideologiche. Molti architetti, per quanto immersi nella dimensione contemporanea, hanno continuato a sperimentare un forte radicamento al luogo: Tadao Ando con l’eccezionale sensibilità per gli elementi naturali esaltati dalla collisione con le forme aggressive delle sue pareti in cemento armato; Alvaro Siza, sempre attento alle misure e alle morfologie del paesaggio mediterraneo; Rafael Moneo, mai distante dalle tradizioni della città iberica di ieri e di oggi. Persino alcuni tra i più estremi protagonisti del repertorio figurativo contemporaneo, come Libeskind, Eisenman o Gehry non erano estranei ad un processo di identità architettonica in rapporto al luogo; semmai si può osservare come la forte caratterizzazione formale di progetti altamente simbolici inseriti nel vivo del corpo urbano finisse per concludersi con una immagine che affidava all’architettura la definizione
stessa del luogo: è capitato al Museo Ebraico di Libeskind a Berlino, al Memorial di Eisenman sempre a Berlino e allo stesso Guggenheim di Gehry a Bilbao, icona attentissima alle relazioni con la città, il fiume e la strada. A praticare l’atopia restano i teorici dell’hightech e i fautori della città generica, stretti attorno alla coerenza un po’ opportunistica di Rem Koolhaas e Bernard Tschumi. Ma lo straniamento dell’atopia ha ancora senso quando insicurezze e paure chiedono
nuovi luoghi differenziati e protetti? Abitiamo un territorio che non è più uniforme e indistinto, ‘liscio’ come dicono i sociologi, ma che appare fortemente connotato, suddiviso in ambiti diversi che corrispondono a diverse condizioni di protezione: gli enclave del degrado proteggono il rom o il clandestino; gli enclave della devianza, proteggono il tossico o l’emarginato; gli enclave del benessere proteggono il condomino borghese; gli enclave del mercato proteggono il consumista; gli enclave d
ella speculazione immobiliare proteggono i giovani precari e i nuovi poveri.

Se è vero che Architettura è l’esercizio della forma nella costruzione dello spazio abitabile, è anche vero che nel momento stesso in cui questo spazio ha esaurito la necessità di definirsi nei suoi contenuti, la forma resta priva di ragioni. L’Architettura è diventata ‘neutra’, o meglio ‘neutrale’. In quanto espressione formale autonoma che rifiuta la relazione semantica tra segno e referente, l’Architettura non è più ‘arte del costruire’ e, non essendo possibile una sua identificazione nell’Arte tout court, finisce per coincidere con le sue derivazioni contemporanee più ‘leggere’ come l’installazione o la moda. Il campo della figuratività architettonica si è dilatato, i linguaggi sono tanti, sono tutti, e quindi non hanno più valore. Così dalla pratica del progetto ‘decostruttivista’ (che aveva avuto antecedenti illustri nella vicenda del XX secolo, come il costruttivismo, il suprematismo, il futurismo ed in parte anche l’espressionismo) nato in opposizione all’ordine sintattico moderno, ma proprio per questo ancora legato ai fondamenti della disciplina, si è passati alla poetica del ‘gesto’, del riferimento a forme libere, spesso desunte del mondo animale o vegetale, evocate su basi autobiografiche od occasionali. Alla dissoluzione del linguaggio oggi si reagisce in tre modi: abbandonandosi al formalismo con l’alibi dell’‘artista’; rifugiandosi nel minimalismo con l’esercizio dell’etica, oppure accettando il pragmatismo come processo e sistema di relazioni.

Massimalismo architettonico
Foto di Umberto Cao

Tokyo

Berlino

Valencia

Non si tratta di definire un nuovo perimetro disciplinare. Non è più il tempo di ragionare sui principi e fondamenti della disciplina. Era possibile quando potevamo contare sui tempi lenti della riflessione e dell’approfondimento, quando le esperienze si accumulavano e si contaminavano tendendo ad una sorta di omogeneità e identità storica (quello che, ad esempio, è accaduto nel Movimento Moderno), ma quando queste si sovrappongono urtandosi e cancellandosi a vicenda, quando i punti di vista sono tanti, diversi ed in conflitto, vuol dire che la disciplina è frantumata in mille rivoli che sarebbe velleitario ricomporre. Si può invece ragionare sul ‘senso’ dell’opera di Architettura, definito da un asse concettuale teso in una ‘direzione’ e da un ‘verso’ che ne definisce il programma. Riprendendo alcune considerazioni
di Purini, oggi la ricerca teorica è vittima di un doppio equivoco: da una parte non è più sospinta da avanguardie oppositive al pensiero dominante (come nei primi decenni del Novecento), ma da gruppi che si allineano alle novità per gestirle. Dall’altra tende a ‘militarizzare’ la dialettica, aprendo confronti per affermare supremazie e non per costruire un pensiero forte: così si formano lobbies e non linee di ricerca.
Lo scontro allora resta tale e non comporta risultati tangibili.
Dobbiamo ancora risolvere molte questioni: il carattere’scientifico’ della ricerca architettonica e, all’opposto, il dubbio se il progetto abbia o meno la valenza di ricerca; il rapporto tra Tradizione e Modernità, quasi abbandonato dopo l’overdose degli anni Settanta; la definizione e lo studio del paesaggio, sempre più spesso delegato ad ambientalisti
di altre discipline; il rapporto tra Urbanistica ed Architettura; il rapporto tra Ingegneria ed Architettura; il rapporto tra Arte ed Architettura; il senso dell’insegnamento in un paese che conta già 140.000 architetti e la difficoltà nel transito alla professione considerata una ‘cosa diversa’: è forse normale che oltre il 50% dei laureati candidati all’esame di stato venga respinto?

Occorre partire dalla fine. È ancora valida l’affermazione che Hannes Meier fece avendo concluso sia l’esperienza alla direzione del Bauhaus che quella più politica nella Russia sovietica: ‘L’architetto è stato sempre intimamente legato al suo contesto sociale. Egli è uno degli strumenti umani posti al servizio del potere dominante, ha il mandato di consolidare le posizioni. L’architettura, oltre ad assolvere ad una sua diretta funzione, ha sempre avuto il compito di mantenere il potere … L’architettura non è un fatto autonomo, come certe prime donne del disegno ci vogliono far credere; l’architettura nasce e si forma nel grembo della società, è il prodotto di una età specifica, di un epoca definita.’
Serve un pensiero che non si fermi alla descrizione/interpretazione dell’opera costruita, ma la elabori criticamente come progetto sociale, ne proietti il significato nel tempo, ne valuti il potenziale di adattamento/ modificazione rispetto all’ambiente. Opere di architettura di altissima qualità, come Corviale a Roma, le Vele a Napoli e lo Zen a Palermo, sono state causa di degrado e malessere perché la politica non era in sintonia con il pensiero che le aveva generate, o forse perché l’architetto non si era calato nella realtà politica. Si dice che l’Architettura sbagliata è talvolta la causa di dissesti sociali. Ma è possibile il contrario? Può la giusta Architettura essere lo strumento di un nuovo assetto sociale? Può l’Architettura tornare ad essere ‘politica’?

UC
Preside della Facoltà di Architettura dell’Università di Camerino

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Consiglio Nazionale degli architetti, pianificatori paesaggisti  e conservatori
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