TRE VISIONI DEL LOFT


Il loft, quando è interpretato da menti creative, può diventare l’occasione per inventare uno stile di vita, un nuovo modo di stare in città. Quando si progetta un interno abitativo si è condizionati dai bisogni, le cosiddette “funzioni”, e dalle tipologie presenti nella memoria collettiva. Il loft ci aiuta a
dimenticarle e ci sprona a essere nuovi, personali e non convenzionali.

“Per me la casa è come il guscio per una tartaruga – dice la baronessa Lucrezia Durini De Domizio – perché non
ne posso fare a meno, qui tutto mi è complice ed è fatto a mia immagine e somiglianza. Amo vivere in grandi spazi bianchi e vuoti con un’essenzialità quasi ossessiva.
Non m’interessano gli oggetti di arredamento, detesto i tappeti e non sopporto l’argenteria; i fiori e le piante
lasciamoli nella loro nicchia ecologica dove staranno meglio che in casa. Voglio un arredo solo funzionale.”

“Tutto in questo loft corrisponde alla mia posizione culturale: è lo
specchio nitido di una weltanschaung, la sintesi di una scelta esistenziale.”

Ritratto della baronessa Lucrezia Durini De Domizio.
Lampade da terra ”Satel light”di Ingo Maurer.

“Non tutti i loft hanno origine da costruzioni paleoindustriali – dice l’architetto Emilio Caravatti – ce ne sono di provenienti da vecchi depositi agricoli, come in questo caso. Qui mi sono divertito a costruire una originale casa – gioco che secondo le esigenze può diventare un’accogliente casa – studio, un pied – à – terre, un allegro punto di ritrovo per amici e amiche. Seguendo lo slogan “salviamo il salvabile” nel soggiorno sono stati riportati alla luce due grandi riquadri del muro originale in grossi ciottoli di fiume, che oltre a rimandare alle origini della costruzione danno all’interno un tono allegro e contadino. Un altro intervento significativo è la scala che unisce il piccolo soggiorno all’esigua camera da letto: si tratta di una struttura in ferro con gradini in massello di faggio naturale ideata come una scultura a forma di fulmine che si scarica a terra. Il soggiorno conversazione è caratterizzato da economicissimi mobili di cartone, realizzati su mio disegno, che ben si accordano con la più costosa scultura di Bruno Chersicla “Il grifone” che qui fa da nume tutelare a guardia della casa.”

La scala, che ha un aspetto sghembo e dinamico, enfatizza la tendenza
alla leggerezza immateriale e all’apertura degli spazi di questo piccolo loft.

Il ritratto dell’architetto monzese Emilio Caravatti.
Tappeto artigianale “Kuuma“ di Kristiina Lassus.

“Non ho voluto fare il solito loft radical – chic – ci racconta l’architetto Aldo Jacober – ma uno spazio da vivere molto liberamente dove la poesia della struttura dismessa diventa metafora del caos metropolitano. Questo ambiente si affaccia su una serra della vecchia Milano e tutto il quartiere è connotato come zona di piccole industrie e
laboratori costruiti tra XIX e XX secolo. Sono rimasto affascinato dal loro silenzio, dalla natura inselvatichita, dall’abbandono di tante strutture sedimentate nel tempo. Individuati gli spazi che potevo riutilizzare, per la ristrutturazione ho dato carta bianca agli operai, lasciando decidere a loro anche i dettagli. Non volevo “personalizzare” nulla, doveva rimanere quello che era in origine: un laboratorio fatto solo per essere utilizzato
come tale. Così è stata salvata quella casualità che altrimenti sarebbe andata perduta.”

“Sono stati scelti solo mobili in disuso, tutti raccogliticci, di diverse provenienze.
Li ho trovati dai rigattieri, per la strada, in attesa dell’Amsa, dai vicini di casa.”

Un’immagine delll’architetto svizzero Aldo Jacober.
Camino “Kinefocus” di Dominique Imbert anche in versione orientabile, distribuito da Celsius Italia.

 

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