Sul Louvre vola un velo orientale


TESTIMONIANZE LETTERA APERTA AI VESCOVI: LA RICONOSCIBILITÀ DEL MUSEO

Un progetto di Mario Bellini e Rudy Ricciotti per il grande museo parigino. La corte Visconti, che ospita le collezioni di arte islamica, sarà coperta con cristalli disposti come la “casa” dei nomadi del deserto: il disegno annuncia il contenuto del luogo espositivo. Perché non adottare soluzioni di simile chiarezza anche per i nostri musei diocesani?

Il problema della connessione col luogo e con la tradizione è al centro delle preoccupazioni dell’architettura contemporanea – almeno quella più rispettosa della necessità di continuità.
Quando si ha a che fare con uno spazio museale la cautela si impone – e tanto più se tale ambiente è fortemente radicato nella storia e nella memoria come il Louvre, uno dei maggiori e più antichi musei del mondo.
Ma si impone anche la necessità di chiarire, attraverso il contenente, la natura del contenuto. Ecco quindi che si pone il problema: come generare un segno che accompagna le collezioni entro un’architettura che non sia estranea a queste e che spieghi che cosa il pubblico si trova a osservare.
Il progetto di Bellini e Ricciotti per la corte Visconti del Louvre cerca di rispondere a tali quesiti e trova una soluzione che ci permettiamo di indicare come un possibile esempio che sollecita una nuova visione anche per i musei diocesani italiani.
Descriviamo anzitutto, in breve, in che cosa consiste la proposta per il Louvre. Le collezioni di arte islamica sono destinate a essere ospitate su due piani che stanno nella corte Visconti: il piano terra e l’interrato (qui si troverà la prestigiosa collezione dei tappeti).
Sulla scorta di quanto già compiuto da Ieoh Ming Pei con la “piramide” di cristallo, che richiama l’arte egizia e consente di sfruttare il sottosuolo per offrire un ingresso ampio, ordinato e ricco di ambienti di servizio, nella corte Visconti si apre un ampio velo di cristallo, che la copre tutta.
Una superficie trasparente che consente di apprezzare la variazione della luce durante il giorno, i colori del cielo e il biancore della neve d’inverno. Una trama di triangoli – nella proiezione verticale in pianta isosceli rettangoli, ma che si allungano in funzione della distorsione dovuta al movimento a onda del “velo” – è sorretta da una struttura metallica. Questo “velo” di cristallo ha due strati: uno esterno in funzione protettiva e uno interno: 2.352 triangoli per strato.
La trasparenza di questa leggera struttura di acciaio e vetro consente alla luce di circolare liberamente nell’antico, austero cortile: in questo modo non si incide sull’architettura storica. Allo stesso tempo si realizzano nuovi spazi espositivi. Visti da dentro, non potranno non richiamare il disegno delle tende dei nomadi, sia per l’andamento del “velo” di copertura (che ricorda il velo diffuso tra le donne arabe), sia per la positura dei sostegni, che saranno variamente inclinati.

Spaccato di progetto: la corte Visconti e la copertura a “velo” sotto la quale si aprono due piani
espositivi. A destra: il rendering mostra la dimensione degli spazi in relazione alle persone.
(Si ringrazia Mario Bellini Architect(s) per le immagini di progetto gentilmente concesse)

Mentre la trasparenza assicura la connessione col luogo. Possiamo dire che si tratta di un’architettura in cui “l’abito fa il monaco”: la sezione di arte islamica del museo resta coerente con la struttura museale esistente, ma allo stesso tempo annuncia ed esprime la particolarità del contenuto.
Di qui la riflessione. Dai primi anni Novanta, in Italia si moltiplicano i musei diocesani, strutture atte a proteggere e valorizzare l’inestimabile patrimonio di opere d’arte di proprietà della Chiesa e disseminate in tutto il territorio, rendendolo visibile al pubblico, facendo delle opere d’arte ancor oggi degli oggetti eloquenti.
Rinnovandone (proprio grazie alle strutture espositive e didascaliche) la capacità di parlare alla sensibilità delle persone per raccontare la storia di fede, di testimonianza e di impegno che le ha generate lungo i secoli.
Tra le preoccupazioni che hanno mosso coloro i quali hanno organizzato i musei diocesani – o in generale ecclesiali – c’è quella di non distogliere le opere dalla loro sede naturale: la chiesa per la quale sono state pensate e realizzate, per esempio. Ma a volte la necessità di restauro o di custodirle in sicurezza evitando il rischio di asportazione indebita, fa sì che tali opere possano essere raccolte nei musei appositamente costituiti. Di solito questi si trovano in augusti palazzi storici. Spesso ali degli antichi episcopi, oppure sedi di seminari oggi purtroppo meno frequentati.
Diventano museo edifici che non erano pensati per tale finalità, anche se sono sempre stati legati alla Chiesa e quindi non sono avulsi dal linguaggio che parlano le opere d’arte che per la Chiesa sono state concepite. Purtroppo a volte capita che questi edifici di rilevanza storica non sono riadattati in modo tale da essere adeguati a una esposizione museograficamente aggiornata.
Ma la Chiesa è sempre stata splendida committente di opere e di architetture, e oggi desidera tornare ad esserlo e non a caso vediamo sorgere chiese nuove progettate da autori di importanza, o comunque dotate di architetture pensate a fondo, in cui si cerca di individuare un equilibrio tra la tradizione storica e le capacità espressive contemporanee.
Ma questo nel campo museale non si vede. Perché anche per i musei non pensare di progettare qualcosa che abbia la capacità di unire tecnica e sensibilità contemporanee alla tradizione? Perché non pensare che il museo ecclesiastico possa essere una presenza importante nella città contemporanea – proprio come sono venuti ad esserlo diversi musei contemporanei, dal MoMA di New York al J. Paul Getty Museum di Los Angeles, dalla Tate Modern di Londra, allo stesso, sempre rinnovato Museo del Louvre di Parigi, al Mart di Rovereto?
Può anche essere sufficiente portare all&rs
quo;esterno un segno forte, un gesto progettuale capace di esprimere la specificità del luogo e di renderlo riconoscibile nel territorio, nel quartiere: questo l’impegno creativo che il Vescovo può richiedere al progettista.
Un progetto che offra chiarezza e visibilità può anche mobilitare energie nuove – non solo di visitatori, ma anche di chi sa vedere nel museo un importante strumento di comunicazione.
Questo l’appello ai Vescovi: certo non è il primo Vostro impegno, ma fa parte della Vostra missione. Proviamo a parlarne.

Giuseppe Maria Jonghi Lavarini, architetto

 

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