Sistemi di recupero acque piovane

“L’acqua è un bene prezioso che non va sprecato”; quante volte abbiamo letto o sentito queste parole? E di queste volte, quante ci siamo fermati a pensare? Quante volte il nostro pensare si è tradotto in qualcosa di concreto, in un comportamento consapevole per cui possiamo dire di non aver solo letto o ascoltato ma anche di aver compreso e agito di conseguenza? La “Carta europea dell’acqua” è del 1968, successiva solo di qualche decennio alla definitiva estensione degli acquedotti comunali a livello domestico; pochi decenni per capire che l’acqua corrente aveva portato, oltre a tanto comfort e igiene, anche una sostanziale modifica delle abitudini e dei comportamenti di un numero sempre maggiore di persone; pochi decenni per capire che la via intrapresa era quella dello spreco e non del solo consumo.
Rispetto agli anni Settanta, quando il “consumo” di acqua potabile raggiunse livelli elevatissimi, la situazione è in via di miglioramento; ma, fino a quando la consapevolezza della crescente rarità delle risorse di acqua dolce non sarà radicata nella coscienza del singolo, le possibilità di uno sviluppo sostenibile del nostro pianeta sono scarse.
Al momento il problema è ancora relativamente lontano da noi, sia territorialmente che temporalmente; al momento il problema è di altri e, in futuro, sarà ancora di altri.
Per quanto se ne parli non riusciamo a prendere atto che i mutamenti che l’uomo provoca sull’ambiente e sulle sue dinamiche sono tali che il ciclo con il quale la natura provvede a fornire e depurare l’acqua rischia di diventare insufficiente.
Nonostante se ne parli tanto la nostra coscienza individuale rimane pressoché insensibile alle problematiche dell’ambiente e produce comportamenti insensibili all’ambiente.
Nella coscienza del singolo prevale un atteggiamento di indifferenza, soprattutto quando è chiamato in prima persona a un atteggiamento responsabile, al cambiamento di certe, poco sostenibili, abitudini quotidiane.
Sebbene la situazione mondiale sia critica, il nostro contesto permette ancora di non pensarci seriamente: disponiamo sempre di tutta l’acqua che desideriamo.
Acqua potabile, usata per cucinare, per l’igiene personale, per le pulizie, per il bucato, per innaffiare orti e giardini, per lavare l’auto ecc.
Il consumo medio pro capite in Italia è stimato tra i 150 e i 200 litri al giorno.La qualità dell’acqua potabile non è assolutamente necessaria per tutti questi consumi; si calcola che sia necessaria solo per il 50% del consumo. Siamo carenti della capacità di scelte consapevoli: non si compra un elettrodomestico perché consuma meno, si compra quello che offre il mercato; fortunatamente negli ultimi anni la qualità dell’offerta è migliorata, ma rimane il fatto che non si tratta di una scelta consapevole e voluta se non per motivi economici: ed ecco la corsa agli incentivi, motivata dal risparmio sull’acquisto del prodotto e null’altro; se l’elettrodomestico, oltre a consumare meno acqua, ne utilizzasse di non potabile, il bilancio, tanto economico quanto ambientale, sarebbe diverso. Sembra proprio che la strada verso capacità di scelte individuali sostenibili sia ancora lunga.
Probabilmente la qualità dell’informazione non è tale da ottenere anche la sensibilizzazione del singolo; il passo dall’uso all’abuso è breve.
Alcuni piccoli accorgimenti contribuirebbero ad accorciare questo passo: basterebbe controllare periodicamente l’impianto idrico domestico (sostituzione guarnizioni) per evitare inutili perdite, ridurre al minimo l’utilizzo di acqua corrente per la pulizia dei cibi e riutilizzarla per bagnare le piante in vaso, lavare l’auto con il secchio anziché con la canna, evitare di far scorrere l’acqua lavando i denti, preferire la doccia al bagno.
Fino a qui si è parlato solo di comportamenti e abitudini, ma si può andare oltre. Ci sono piccoli accorgimenti quali l’utilizzo di frangiflutti ai rubinetti che diminuiscono la portata dell’acqua, il doppio scarico del wc o, ancora, l’utilizzo di contenitori per la raccolta dell’acqua piovana per innaffiare piccoli orti e piante in vaso.
Esistono poi interventi più radicali, a livello impiantistico, capaci di contribuire alla soluzione dei problemi dello spreco, della penuria e dei sempre maggiori costi dell’approvvigionamento idrico, basati sul recupero e riuso delle acque meteoriche e delle acque reflue.Sono sistemi biocompatibili ed ecosostenibili in cui il primo, comune, vantaggio è la gratuità del conferimento e sono ideali per soddisfare gran parte del nostro consumo di acqua quotidiano quali il bucato, le pulizie della casa, lo scarico del wc, il lavaggio dell’auto e l’irrigazione.
L’acqua piovana non contiene calcare e l’assenza di depositi calcarei nelle condutture e sulle resistenze elettriche delle macchine di lavaggio (lavatrice, lavastoviglie) consente di risparmiare sui consumi di elettricità e di detersivi per la minor durezza dell’acqua.
L’impianto si compone di un sistema di accumulo e di un sistema di distribuzione.
Per un ottimale utilizzo dell’impianto di recupero è necessario calcolare il possibile apporto di acqua piovana, il fabbisogno di acqua non potabile e, sulla base del dato ottenuto, il dimensionamento del serbatoio.
L’apporto di acqua piovana si ottiene moltiplicando la superficie captante, il coefficiente di deflusso (variabile in funzione del tipo di tetto: dal 30% del tetto verde intensivo all’80-90% del tetto spiovente), l’altezza delle precipitazioni (variabile per ogni località del territorio italiano) e l’efficienza del filtro (dato fornito dal produttore).
Il calcolo del fabbisogno di acqua non potabile è in funzione del numero di abitanti, del tipo e numero di apparecchi utilizzati e del tipo di irrigazione, se presente.
I risultati si ottengono dalla compilazione di tabelle riferite al nucleo familiare che abita l’edificio.
Per il calcolo della capacità del serbatoio da installare si considera il periodo secco medio ovvero la quantità di settimane o giorni durante i quali si può verificare assenza di precipitazioni; formula di calcolo: fabbisogno annuo x numero giorni periodo secco / 365 giorni.
Il tetto dell’edificio funge da superficie di raccolta per il riempimento del serbatoio dove l’acqua piovana è condotta attraverso gronde e pluviali; il serbatoio è generalmente interrato ma sono possibili anche collocazioni diverse in relazione alla disponibilità degli spazi, alle caratteristiche del terreno e alla disponibilità economica; il posizionamento entro terra, anche se più oneroso, consente di eliminare l’ingombro, anche visivo, e l’installazione di manufatti anche di grande capienza.
Sono disponibili serbatoi pedonabili o carrabili.
Inoltre, l’interramento favorisce le condizioni ideali per conservare l’acqua: ambiente ossigenato, temperatura fresca e assenza di luce.
Prima di arrivare al serbatoio l’acqua passa attraverso un filtro che trattiene particelle estranee eventualmente presenti.
Una pompa convoglia l’acqua, attraverso un sistema di tubature separato da quello dell’acqua potabile, agli impianti di consumo: scarico dei w.c., elettrodomestici o irrigazione del giardino.
In caso di abbondanti precipitazioni uno sfioratore provvede al deflusso dell’acqua in eccesso verso un’area di infiltrazione.In caso di prolungato periodo con scarse precipitazioni una centralina ha il compito di comandare l’afflusso dell’acqua potabile quando si esaurisce la riserva d’acqua piovana nel serbatoio.
Per evitare pericoli di contaminazione, tubazioni e punti di prelievo dell’impianto di riciclaggio devono essere marchiati in modo chiaro per poterli distinguere in caso di successive modifiche o manutenzioni.
La realizzazione di un impianto di questo tipo permette di risparmiare circa il 50% dell’acqua potabile altrimenti utilizzata.
In materia di scelte sostenibil
i e compatibili il ricorso a tecniche di depurazione naturale per il trattamento dei reflui rappresenta una valida alternativa alla depurazione a fanghi attivi e l’unica alternativa a norma di legge in mancanza di collegamento alla pubblica fognatura; si tratta inoltre di un sistema suggerito anche dalla recente normativa in materia.
Tali tecniche rappresentano sicuramente una valida soluzione impiantistica e una scelta ideale per i centri abitativi sparsi e in generale per le piccole e medie utenze, in quanto consentono un ottimo inserimento nell’ambiente e possono sopportare carichi inquinanti discontinui.
Con la tecnica della fitodepurazione, soluzione ideale per il trattamento e la depurazione delle acque reflue con un costo di manutenzione praticamente nullo, si ottiene un’acqua pulita, inodore, incolore e a norma di legge, che può essere scaricata nel terreno, in un corso d’acqua, in un fosso campestre oppure riutilizzata per l’irrigazione o per usi non domestici.
La fitodepurazione è un sistema in cui, attraverso la ricostruzione artificiale di un processo naturale, si ottiene la depurazione delle acque reflue sfruttando la capacità di autodepurazione degli ambienti acquatici.
Si tratta di un sistema a ridotto impatto ambientale, di facile ed economica realizzazione e gestione; un processo in cui l’eliminazione degli inquinanti avviene attraverso processi fisici, chimici e biologici a opera di batteri che si sviluppano naturalmente in ambienti umidi.
Esiste una differenziazione in base al tipo di flusso del refluo, ma, genericamente, per un impianto di questo tipo si procede con la realizzazione di un bacino impermeabilizzato riempito con substrato permeabile (materiale inerte), piantumato con diverse essenze vegetali macrofite adatte alla depurazione; il bacino riceve le acque reflue, il cui livello è costantemente mantenuto 10/15 cm sotto la superficie dello strato inerte mediante un sistema di regolazione del livello posto in uscita.
Per una depurazione a norma l’impianto necessita di una fossa biologica (del tipo Imhoff o tricamerale) sulla linea delle acque nere per il pretrattamento dei reflui, in modo da trattenere le sostanze solide e un degrassatore sulla linea delle acque saponose e di cucina.
Le acque di scarico sono quindi convogliate nell’impianto di fitodepurazione.
La capacità della fossa biologica e del degrassatore devono essere rispettivamente di circa 250 litri e 100 litri per abitante equivalente.
Per quanto riguarda il dimensionamento della superficie richiesta, esso varia a seconda della destinazione del refluo in uscita (scarico in acque superficiali, scarico sul suolo, riutilizzo a fini irrigui o reintegro cassette wc ecc.); di norma, la superficie richiesta per uno scarico domestico varia da 4 a 8 mq per abitante equivalente (per le abitazioni si calcola 1 a.e. a persona).
La portata di scarico media giornaliera è considerata di 200 litri pro capite.
L’impianto è calpestabile e può essere posizionato anche nelle immediate vicinanze dell’abitazione in quanto non sussistono problemi di odori molesti e insetti.
La manutenzione di un impianto di fitodepurazione non necessita di manodopera specializzata ma è consigliato il controllo semestrale/annuale della fossa biologica, del degrassatore, e della presenza di piante infestanti.
I vantaggi di tali impianti, sia di recupero dell’acqua piovana che di trattamento e riuso delle acque reflue, se capillarmente diffusi, non sono solo individuali, ma si riflettono anche nella sfera dell’intervento pubblico in quanto evitano il ripetersi di sovraccarichi della rete fognaria di smaltimento in caso di precipitazioni di forte intensità e contribuiscono all’aumento dell’efficienza dei depuratori.
I potenziali benefici per la collettività sono talmente consistenti che alcune amministrazioni comunali hanno allo studio varie forme di incentivazione per quanti adottino sistemi di recupero e riciclaggio delle acque piovane e reflue. L’auspicio è che queste campagne di incentivazione siano sostenute da campagne di informazione e sensibilizzazione sul tema dell’acqua che si pongano l’obiettivo ambizioso di comunicare spunti di riflessione per diffondere la capacità di scelte sostenibili.

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