IL PROGETTO COMINCIA DAL RITO

Riflettere in modo scientifico sul corretto percorso che porta alla concezione di un edificio per il culto: questo lo scopo dell’incontro cui hanno partecipato oltre 300 delegati da tutta Italia. I tanti legami tra liturgia, arte, architettura sono stati esaminati alla luce della intriseca, fondamentale dinamicità dello spazio della chiesa.

Dal rito al progetto: qui sta la chiave di volta della progettazione delle chiese. Se nel dibattito dei nostri giorni l’accento si è spesso spostato sull’architettura come fatto meramente estetico, il seminario “Liturgia e spazio architettonico. Dal rito al progetto”, svoltosi a Roma il 13 e 14 giugno 2012 a cura dell’Ufficio Liturgico Nazionale e del Servizio Nazionale per l’Edilizia di Culto della Conferenza Episcopale Italiana, in modo organico e con serrata argomentazione logica ha tracciato con precisione il cammino, l’ordine di priorità, la “mappa concettuale” che vanno seguiti nel progettare chiese nuove, come anche nel ristrutturare o adeguare chiese esistenti. Partendo, appunto, dall’azione liturgica che sono chiamate a ospitare.
«Abbiamo assistito a uno straordinario ritorno del dialogo tra architettura e mondo cristiano»: Mons. Franco Magnani, Direttore dell’Ufficio Liturgico della CEI ha aperto il Seminario citando queste parole di S.Em. Card. Gianfranco Ravasi. «La Chiesa italiana – ha continuato Magnani – ha attuato molte iniziative di carattere didattico, a partire dalle due Note pastorali del 1993 e del 1996, sulle nuove chiese, la prima, e sull’adeguamento delle chiese esistenti, la seconda. Tuttavia ancora oggi spesso il programma iconografico e l’architettura non appaiono perfettamente intonate alla liturgia. Perché le chiese edificio non nascono da un’idea, come ha scritto Benedetto XVI in Sacramentum Caritatis, ma da un evento: il radunarsi dei fedeli. E lo spazio influisce in modo decisivo sullo svolgimento del rito». Don Giorgio Bonaccorsi, dell’Istituto di Liturgia Santa Giustina di Padova, ha insistito sulla complessità: «Lo spazio liturgico è corporeità, e quindi dev’essere modellato sul corpo che lo percepisce e lo abita. Ma il corpo qui è inteso non come figura, bensì come capacità cognitive, percettive ed emotive: in modo tale da coinvolgere la totalità della persona». Per inquadrare il rapporto tra spazio liturgico e progetto è fondamentale che lo si intenda «quale luogo autentico, nella misura in cui mantiene il credente nella esperienza del non luogo ovvero nella dimensione trascendente non definibile, bensì alludibile per via poetica, là dove lo spazio sa farsi silenzio».Sulla specificità cristiana del rito è intervenuto don Fabio Trudu, docente di Teologia liturgico-sacramentaria a Cagliari: «In questo erede della ritualità ebraica, il rito cristiano si basa sul far memoria». E tuttavia trova attuazione nel tempo presente: «L’evento fondante della Pasqua di Cristo è avvenuto in un preciso momento storico: nell’oggi rituale tale evento è attualizzato nella tensione escatologica. Così passato, presente e futuro si riuniscono in una dialettica dinamica».
Mons. Giuseppe Bausani, docente nel Collegio Alberoni di Piacenza, ha portato il discorso un passo più avanti, verso il progetto architettonico, notando che nei cinquant’ anni trascorsi dalla riforma liturgica si è ormai accumulato un patrimonio di esperienze che consente oggi un ripensamento critico, per esempio verso amboni che sono progettati solo come leggii, o altari che sono “oggetti” semplicemente rivolti verso il popolo.
«Sono equivoci che sorgono – ha spiegato Bausani – perché lo spazio liturgico è inteso come abitato da oggetti, mentre invece esso è abitato da luoghi liturgici».
E la liturgia «più che essere segno deve lasciare il segno, scuotendo la sensibilità delle persone».
Mentre i luoghi vanno bene articolati: la parola convoca, di qui l’importanza dell’ambone che è luogo del kerigma, ovvero dell’annuncio non dell’omelia, come era invece il pulpito. E l’altare va pensato come «luogo unico, innalzato, piccolo, compatto, ove il Signore si pone a disposizione di tutti, non solo di qualcuno…» Di qui che l’altare sia da concepirsi come centro effettivo dello spazio liturgico, non come oggetto eminente su un presbiterio visto come “pedana plenaria”, secondo la definizione critica data da Mons. Crispino Valenziano ad alcune opere contemporanee.Come rispondono gli architetti alle richieste liturgiche?
«Osservando la letteratura – riferisce Andrea Longhi, docente a Torino di storia dell’architettura – emergono diverse idee di ‘sacro’ diffuse tra i progettisti ed è interessante chiedersi in che modo esse influenzino il disegno» secondo un’interrelazione con la tradizione, che è variamente intesa. Per chiarire la situazione, Longhi propone di formulare una check-list delle modalità e delle tipologie che consenta un confronto ordinato e sistematico tra progettista e committente. Sul rapporto tra arte e liturgia è intervenuto don Paolo Tomatis, docente alla Facoltà Teologica di Torino: «Esso si articola nella ricerca di una proporzionalità al Mistero celebrato e all’assemblea celebrante, quindi implica riconoscibilità nell’oggi, appropriatezza liturgica, capacità estetica. Il tutto secondo lo stile della “nobile semplicità”». Il convegno si è concluso con una rassegna di progetti commentata dagli architetti Giorgio Della Longa e Antonio Marchesi, che hanno vagliato impianti architettonici diversi – assiali, avvolgenti, uni o pluridirezionali. «E la chiesa edificio – hanno spiegato i due progettisti – non è solo contenitore dell’azione liturgica. La sua qualità risulta dal complesso intreccio che include il rapporto con la città, la materia, la luce, la forma…
Tutti questi aspetti non sono separabili» ma sono chiamati a comporre un’architettura di somma complessità.
Nel riassumere i punti salienti toccati nel corso del convegno, Mons. Giuseppe Russo ha posto in evidenza come alla committenza spetti di continuare una riflessione che porti «a un corretto rapporto tra spazio e liturgia. Tenendo conto che l’architettura stessa della chiesa può contribuire alla crescita nella fede».

Due esempi discussi al Seminario, tra i progetti vincitori dei Concorsi CEI “Progetti Pilota”. Dall’alto: il progetto per la chiesa di Gesù Redentore a Modena (1a-1b) dell’architetto Mauro Galantino
(v. CHIESA OGGI architettura e comunicazione 91/2010); il progetto per la chiesa di San Carlo Borromeo a Roma (2a-2b) dell’architetto Antonio Monestiroli (v. CHIESA OGGI architettura e comunicazione 96/2012). In entrambi i casi, a sinistra si vedono i progetti di concorso e a destra i progetti realizzati. In questi ultimi si notano le variazioni apportate a seguito delle richieste del Committente: nel progetto Monestiroli (2b) risalta l’apertura di due ampi varchi nelle pareti laterali del presbiterio che consentono di disporre l’assemblea anche a destra e a sinistra di questo, dove prima stavano il battistero e la cappella feriale. Nel progetto Galantino (1b) l’asse principale dell’aula è stato ruotato di 90°, così se prima l’assemblea era disposta a “battaglione”, poi assume la configurazione a “communio raum”

APPROFONDIMENTO
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