Roma ritessuta

Roma è una città interrotta perché si è cessato di immaginarla.1

Si presentano i primi risultati di una sperimentazione progettuale svolta all’interno del Laboratorio di Progettazione 2A prof. arch. G. Strappa (seminario ‘Architettura e città’ diretto dallo scrivente) e parte di una ricerca di Ateneo Federato ADESSO, sul tema della riqualificazione dell’edilizia residenziale pubblica, diretta dal prof. G. Strappa, condotta nel laboratorio Lpa (Lettura e Progetto dell’Architettura2).
Il lavoro di ricerca ha prestato attenzione ad alcuni piani di zona della periferia est di Roma con l’obiettivo di indagare le possibili future strategie progettuali di trasformazione e integrazione con la città.
L’intervento eseguito in base al piano di zona Casilino 23 (Ludovico Quaroni, Gabriella Esposito, Luciano Rubino e Roberto Maestro), oggi ribattezzato Villa De Sanctis a seguito di un referendum voluto dai cittadini dello stesso quartiere, rappresenta un caso esemplare di progettazione alla scala della città e per questo motivo è stato scelto come significativo di un intero modo di intendere, nel bene e nel male, il progetto urbano.
Sono passati ormai 30 anni da quella esperienza ‘Roma interrotta’ che Piero Sartogo3 ideò e organizzò insieme con gli Incontri Internazionali d’Arte, recentemente ripresentata alla Biennale di Architettura di Venezia.4 La mostra Rome Uneternal city5 che ha voluto dare seguito all’idea proiettandola sulla periferia di Roma, ha parzialmente ispirato la ricerca del seminario da me diretto.
La pianta del Nolli6 rappresenta la città precapitalista, come si presentava prima della rivoluzione industriale. L’avvento di questo nuovo modo di produzione, stravolge la vita dell’uomo e la forma della città.
Sembrano scomparsi alcuni caratteri: la continuità degli spazi cavi, dei vuoti, le strade, le piazze, gli slarghi, gli invasi, prevalentemente progettati. Il progetto del vuoto urbano era uno degli elementi fondamentali per la costruzione della città: i prospetti che definivano una piazza erano il luogo dell’affaccio del privato sul pubblico e viceversa, funzionando come strumento di autocontrollo. Il tridente di piazza del popolo a Roma fa parte di un sistema di coerenza tra percorsi e landmark, costituiti dagli obelischi, per l’orientamento del pellegrino. Questo sistema di segni viene meno con la rivoluzione industriale, e già il Piranesi prefigura oniricamente, ben prima dell’avvento del modo di produzione industriale, nel suo Campo Marzio,7 una città costituita da oggetti dove il disegno dello spazio pubblico diviene secondario.
Occorre notare questa profonda differenza: dove nella pianta del Nolli, i segni sono il bianco dei vuoti urbani, in Piranesi i segni sono il nero della forma degli edifici. È sicuramente Le Corbusier a teorizzare questa negazione, nella città per oggetti, dove lo spazio collettivo non ha più forma, ovvero non è progettato come tale, ma diventa spazio privo di forma tra le figure degli edifici, ‘individui edilizi’; avviene qui la distruzione della forma degli spazi collettivi. La Corbusier dichiarando guerra alla strada corridoio, con il Plan Voisin per Parigi8 e poi in Urbanisme,9 proponeva in suo luogo una città in forma di tabula rasa dove gli oggetti, in questo caso i grattacieli a croce e gli edifici a redent, campeggiavano liberamente, tutti uguali, nello spazio vuoto privo di forma. In una città così concepita è quasi impossibile orientarsi in quanto ogni luogo è uguale all’altro.  Nel piano n. 23 Casilino, Quaroni realizza una raggiera di edifici con il profilo inclinato che converge in quattro centri distinti a configurare l’immagine di una enorme rovina di un Colosseo ideale. L’axis maior del Colosseo misura m. 18810 mentre la misura più grande del progetto del Casilino è di 918 m.: cinque volte più grande del Colosseo. Probabilmente questo ingrandimento del modello ha determinato uno straniamento: la difficoltà nel riconoscere la forma di questa parte di città se non attraverso una pianta.Per il progetto, Quaroni indisse una sorta di concorso tra i suoi collaboratori, al quale partecipò anche egli stesso, ma nessuna delle diverse soluzioni fu presa in considerazione e fu ideata una nuova proposta. Esiste un probabile rapporto tra la soluzione definitiva e alcune sperimentazioni di S. Muratori, come gli studi per l’espansione del quartiere Ina Casa alla Magliana del 1957.11
L’analogia con il progetto di Muratori rivela però una differenza sostanziale nel rapporto tra tipologia e morfologia.
Nel progetto di Muratori il tessuto edilizio è incentrato sul percorso, anzi è organicamente aderente ad esso, e ancor di più strade e percorsi sono determinati dalla morfologia del territorio.
Nel progetto di Quaroni, invece, tessuto, percorsi e morfologia obbediscono a leggi diverse e non sono coordinati con la realtà territoriale.
Osservando il PRG del 1961 si nota come questo quartiere, analogamente a molti dei progetti del primo e del secondo PEEP, sia circondato dal verde e privo di collegamenti visibili con la viabilità principale e con i tessuti urbani al contorno.
Il piano del 1931 prevedeva lo sviluppo di questa parte di città attraverso un tridente, come prosecuzione dell’asse urbano di viale Malatesta a oriente. Il disegno ispiratore del piano non è stato completato, ma il tridente innerva ancora oggi la rete stradale: la proscuzione dell’asse di viale Malatesta connette l’asse di viale delle Gardenie a Centocelle; il ramo meridionale del tridente collima via Ceprano, e quello settentrionale collima via Federico Delpino fino a incontrare il forte Prenestino. Il ramo meridionale coincide con una delle direzioni della raggiera di Quaroni. La posizione dell’asse non collima una qualsiasi delle diverse direzioni del ventaglio, ma la più importante, quella che determina la posizione della Piazza principale dell’insediamento dove si trovano la chiesa, il mercato e il plesso scolatico. La disamina comparata dei progetti urbani romani di Ludovico Quaroni, dimostra che il progetto è diverso dalla serie cronologica di appartenenza: si tratta di un episodio di progettazione che rivela, oltre alla mano dei collaboratori, in particolare Roberto Maestro, un rapporto analogico con le categorie dell’arte contemporanea di quegli anni. Il rapporto tra tessuto edilizio e percorsi in questo progetto è quasi estemporaneo, il rapporto tra strade e volumi edilizi si articola qui con la separazione tra percorsi pedonali e carrabili, in un solo caso l’asse stradale coincide con il vuoto urbano. Ne consegue una complessità percettiva, quasi un disordine urbano, che rende il quartiere visivamente isolato dal contesto e di difficile orientamento per chi non lo conosce bene. L’intervento, forse in modo del tutto casuale, ha raccolto uno degli assi del tridente che il piano del 1931 aveva previsto. Il luogo fondamentale del collettivo urbano, sede degli edifici specialistici della chiesa e del mercato, recentemente pavimentato grazie alla partecipazione dei cittadini, si trova al termine di tale asse e predispone al suo termine una nodalità che gli autori degli edifici per servizi del plesso scolastico antistante non hanno saputo leggere e interpretare progettualmente in modo conforme. L’asse detemina la posizione della piazza, collimando il campanile della chiesa di S.G. Da Maiella, e individuando la posizione del centro dell’insediamento.
L’asse meridionale del tridente del ’31 è stato proposto al Laboratorio di Progettazione del secondo anno come master plan per la riconnessione urbana del Casilino 23. Con il fine di misurare lo spazio dell’asse, si è proposto il montaggio critico di due esempi urbani della stessa lunghezza, uno riferibile alla città precapitalista (via della Lungara, spazi vuoti) e uno riferibile alla città capitalista (Corviale, spazi pieni). Abbiamo quindi proposto agli studenti di progettare un asse di ristrutturazione che collegasse l’ingr
esso del quartiere verso la chiesa, con la prosecuzione di viale Malatesta, riconnettendo il quartiere alla città e realizzando un tratto del tridente. Il sistema iugerale, un sistema agrimensorio romano molto antico (71 x 35,5 m) è stato impiegato per dimensionare gli isolati. La viabilità principale non è stata proiettata all’interno del quartiere, ma collegata con la rete realizzata, si è anche previsto un percorso ciclopedonale all’interno del nuovo parco Ad Duos Lauros.Note
1. G. C. Argan, Le mappe del desiderio: proposte di architettura per una Roma diversa,
‘Modo’, n. 13 (ottobre 1978), pp. 39-42.
2. Laboratorio di Lettura e Progetto dell’Architettura, Dipartimento di Architettura e Costruzione, Università di Roma ‘La Sapienza’, direttore Prof. Arch. Giuseppe Strappa,
http://w3.uniroma1.it/lpa
3. P. Sartogo, Roma interrotta, in 11. Mostra Internazionale di Architettura. Out there: Architecture beyond building, Installazioni, vol. 1, Venezia 2008, p. 155.
4. G. Lonardi Buontempo, Roma interrotta, in 11. Mostra Internazionale di Architettura.
Out there: Architecture beyond building, Installazioni, vol. I, Venezia, 2008, p. 154.
5. A. Betsky, Interrogazioni sull’architettura: meditazioni sullo spettacolo lì fuori, in 11.
Mostra Internazionale di Architettura, ‘Out there: Architecture Beyond Building’, Installazioni, Volume I, Venezia, 2008, pp. 14-21.
6. A. Ceen, Rome 1748 – The Pianta Grande di Roma of Gian Battista Nolli in Facsimile,
Highmount 1991.
7. ‘Si vedano i palinsesti ermeneutici dei disegni di Piero Meogrossi’, Attualita di Giovanni
Battista Piranesi. Franco Purini, a cura di Gianfranco Neri, Melfi, 2008.
8. Le Corbusier, Plan Voisin, Paris, 1922.
9. ‘La rue-corridor à deux trottoirs, étouffée entre de hautes maisons, doit disparaître’,
Le Corbusier, Urbanisme, Paris, 1925.
10. Cfr. Amphitheatrum Flavium, S. Ball Platner, A Topographical Dictionary of Ancient
Rome, London, 1929, pp. 6-11.
11. G. Strappa, L’arte della progettazione e l’avvenire delle scuole di architettura, Inaugurazione dell’Anno accademico, Il progetto di architettura come sintesi di discipline,
Roma, 2009, p. 31.

Bibliografia
G. Muratore, Giocando con Roma, ‘La Repubblica’ (22/5/1978), p. 13.
F. Dal Co, Roma interrotta, ‘Oppositions. A Journal for Ideas and Criticism in Architecture,
Published for The Institute for Architecture and Urban Studies’, MIT press, n. 12,
Spring 1978, pp. 109-118.
Thermes, Roma interrotta: dodici interventi sulla pianta del Nolli, ‘Controspazio’ (4/1978).
C. Dardi, Sette interventi attorno al tridente (C. Dardi e M. Colocci, con A. Cappelletti, M.
Fazzino, E. Puglielli, C.Polidori, A. Zattera), in ‘Roma interrotta, catalogo della mostra’,
Roma, 1978, pp. 48-64.
P. Carl, J. Di Maio, S. Peterson, and C. Rowe, Roma interrotta: sector eight, ‘Modulus: the
University of Virginia School of Architecture review’, 1979, pp. 76-88.
F. Purini, Due modelli, in Interni urbani, ‘Architettura Città’, (12-13/2005), pp. 14-17.
A. Capuano, Temi e figure dell’architettura romana 1944-2004, Roma, 2005.
G. Strappa, Quei bizzarri quartieri degli anni ’60, ‘Corriere della Sera’ (5/3/2007).
A. Camiz, Periferie significanti Vs. sradicamento, disidentità relazionale ed invisibilità degli
spazi collettivi nella città capitalista, in Periferie? Paesaggi urbani in trasformazione,
‘ArchitetturaCittà’ (2/2007), pp. 15-17.
A. Camiz, 30 years after Roma interrotta, ‘Urban Flux’, n. 4 (11/2008) pp. 16-20.
Camiz, Roma interrotta alla Biennale di Venezia. 11. Mostra Internazionale di Architettura, H(hortus), settembre 2008.
G. Strappa, L’arte della progettazione e l’avvenire delle scuole di architettura, Inaugurazione dell’Anno accademico, Il progetto di architettura come sintesi di discipline, Roma 2009.

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