Rivive il fuoco della protostoria:dagli scavi archeologici nasce il progetto del caminoLa civiltà di Golasecca

Dagli scavi archeologici nasce il progetto del camino

Quanta creatività nasce dal passato, la sfida lanciata dalla redazione de IL CAMINO all’architetto Coarezza, mette in luce le potenzialità di una rilettura efficace del patrimonio esistente. Il progetto che presentiamo è un esempio d’interazione feconda tra creatività e archeologia mentre il testo offre il vivace susseguirsi di sensazioni e pensieri del percorso progettuale.

Giuseppe Coarezza, architetto. Nato a Gallarate (VA), dove vive e lavora. Si laurea presso il Politecnico di Milano e inizia subito la libera professione occupandosi di edilizia residenziale e industriale. In seguito ha integrato l’interesse per il campo architettonico impegnandosi in lavori di ristrutturazione, arredamenti con disegno di mobili e allestimento di esercizi commerciali. Negli ultimi vent’anni ha maturato consistente esperienza nel campo del disegno industriale.

L’uomo primitivo ha gestito la sua quotidianità tra l’adorazione del “Dio Sole” apportatore di “luce e calore” e la venerazione del fuoco come lembo terrestre del Dio Sole apportatore degli stessi indispensabili benefici. Venerazione e praticità hanno sempre posto il fuoco in posizione baricentrale negli insediamenti umani fin dalle primordiali caverne. Il luogo proposto per l’accensione del fuoco che oggi chiamiamo camino, è sempre stato elemento dominante verso il quale tutto converge, si è sempre identificato con la presenza di quell’elementare gruppo di convivenza chiamato famiglia. A questo proposito va ricordato che a tutt’oggi nei paesi d’oltralpe il termine “fuoco” è sinonimo di “famiglia”, il numero di fuochi sta ad indicare il numero di famiglie presenti. Questi concetti mai abbandonati, caratterizzano anche le proposte abitative dei maestri dell’architettura moderna, vediamo in Wright il camino concepito come piccolo locale al centro della casa, un camino rifugio, perno geometrico compositivo dell’edificio. In Alvar Aalto come isolato e solitario monumento al silenzio, alla meditazione e alla pace dello spirito, posto al centro di un patio. La componente utilitaristica del “fuoco-camino”, in presenza delle alternative energetiche dei nostri giorni, cede il passo a quella emotiva, la fiamma diventa elemento vivo e compagna di meditazione e relax, in alternativa all’assedio di monitor e teleschermi.

LA CIVILTÀ DI GOLASECCA
I testi che accompagnano dati raccolti sono stati estrapolati dal volume del Civico Museo Archeologico di Sesto Calende, il museo che documenta attraverso le testimonianze archeologiche la presenza di una comunità stabilmente insediata nel territorio da 3000 anni. “Intorno a 60.000 anni fa, nei momenti finali del primo stadio della glaciazione di Wurm, il territorio verbanese appariva molto diverso dall’attuale. La conca del lago Maggiore, era occupata dall’enorme massa glaciale, che univa le lingue provenienti dall’Ossola e dall’alto Ticino, mentre il ghiacciaio del Cusio terminava nella cerchia morenica sopra Borgomanero e l’Agogna scorreva mantenendo il proprio letto in un avvallamento tra le due distese di ghiaccio. Nella zona immediatamente a valle della morena frontale dei ghiacciai un paesaggio steppico simile a quello attuale d’alta quota, battuto dal vento e interrotto da rivi e conche con piccoli laghi torbosi si prestava al pascolo dei grandi erbivori. Inseguendo queste mandrie bande nomadi di cacciatori neanderliani (Homo Sapiens Neandertalensis) praticavano la raccolta dei frutti spontanei ed una caccia sistematica in piccoli gruppi (…) Le tracce di questi primi frequentatori della zona sono molto labili, in un’epoca in cui tutto il territorio piemontese poteva fornire alimento secondo queste tecniche rudimentali di sussistenza a non più di 2.000 individui circa”. (Filippo Maria Gambari, Soprintendenza Archeologica del Piemonte). La cartina mostra la distribuzione delle stazioni preistoriche in Lombardia e sui laghi varesini. La cultura di Golasecca. “Si da questo nome a una particolare cultura protostorica, diffusa nell’Italia nord-occidentale, Lombardia e Piemonte, tra le Alpi e il Po, specialmente nel territorio del Lago Maggiore e in quello comasco. Il merito di avere intuito per primo l’esistenza di un’importante fase preromana nell’area del Ticino allo sbocco del Lago Maggiore compresa tra Golasecca, Sesto Calende, e Castelletto Ticino, va attribuito a un abate di Golasecca, Giovan Battista Giani, che nel 1824 individuò nei boschi di Golasecca una serie di sepolcreti. Il ricercatore intuì che le tombe a incinerazione individuate erano più antiche di quelle romane. In seguito numerosi studiosi eseguirono scavi sistematici in questo comprensorio riportando alla luce un migliaio di tombe che furono attribuite alla cultura di Golasecca dal luogo in cui furono effettuati i primi rinvenimenti. Si presume che il territorio fosse esteso per 20.000 mq e in esso sono stati individuati più di 200 siti; ma durante la prima età del Ferro, tra il IX e il V secolo a.C., due sono le aree di maggiore intensità demografica: quella dei dintorni di Como e le zone di Golasecca, Sesto Calende e Castelletto Ticino. Le ottime condizioni ambientali costituite dal Ticino e dalla protezione delle colline favorirono il consolidarsi del nucleo golasecchiano che costituì un importante centro protourbano, con scali lungo itinerari commerciali, sede di attività artigianali, centro di riferimento per l’organizzazione di un territorio più ampio. La superficie complessiva dell’insediamento era con ogni probabilità di più di cento ettari (…) si trattava di piccoli villaggi ubicati a breve distanza l’uno dall’altro”. (Maria Adelaide Binaghi, Soprintendenza Archeologica della Lombardia). (R.G.)

LA CASA E IL FUOCO NELLA CULTURA DI GOLASECCA
Le strutture abitative individuate in località Mulini (a Sesto) sono relative a tratti di fondazione muraria, a piani pavimentali e ad un fornetto per alimenti. Gli alzati di queste costruzioni dovevano essere
costituiti da una struttura portante in pali e travi lignee, impostata su poco profondi basamenti murari a secco, costituente alzati a telaio, tamponati con argilla applicata esternamente su filari di canne o rami precedentemente fissati ai pali con legacci. Anche la copertura superiore doveva essere costituita da materiale deperibile, come paglia o lastrine di legno o di corteccia. Una serie allineata d’impronte di piccoli pali verticali testimonia la scansione interna di tramezzi lignei trasversali oppure di un rudimentale impianto manifatturiero domestico. Il vano, largo 3 metri, era pavimentato in acciottolato stabilizzato con l’intenzionale riporto tra gli intersizi di limo argilloso. Il fornetto golasecchiano (qui nella foto). A breve distanza dal vano domestico era la base interrata di un fornetto a cottura alimentare. Sconvolto superiormente, si presentava articolato in due piccoli vani adiacenti, relativi all’antistante area di alimentazione e alla consecutiva area di combustione (inferiore) e di cottura (superiore). La struttura presentava una lunghezza di 2,40 metri lungo l’asse mediano nord-est/ sud-ovest. La fossa che costituiva l’area di alimentazione, di forma ellittica, immetteva nella piccola area circolare di combustione attraverso uno stretto varco, lateralmente marginato da due lastrine infisse di taglio. La cameretta di combustione interrata (sottostante al piano di cottura asportato), si presentava foderata lungo la parete da lastrine adiacenti infisse verticalmente”. (Roberto Mella Pariani, Società Lombarda di Archeologia, Milano).

Il progetto
Un progetto per un luogo “fisico” che permetta al fuoco di svolgere queste attuali queste attuali funzioni può avere come ispirazione un ritorno a quei “luoghi di fuoco” emblemi di civiltà primordiali che l’archeologia ci ripropone. La civiltà di Golasecca può essere fonte inesauribile di spunti e di riferimenti, il forno per la cottura alimentare è uno di questi. Era costituito da due vani adiacenti: una fossa che costituiva la zona di alimentazione e una cameretta di combustione a forma circolare. I due vani comunicavano attraverso uno stretto varco delimitato da due lastre infisse di taglio; lo stesso tipo di lastre delimitava la parete circolare della camera di combustione che presentava un soprastante piano di cottura. Ecco quindi la proposta di un “ambiente camino” (corpo centrale di un ipotetico ambiente), con cavea tonda che permette di far circolo intorno al fuoco. La combustione è attivata su un focolare cilindrico sormontato da cappa a cono in rame con torrino pure cilindrico. I tagli praticati per la dovuta aerazione sulle pareti del cono e sul torrino richiamano le grandi coste delle fibule femminili in bronzo, invece la base del cono è arricchita con decorazioni di cavallini stilizzati. La pavimentazione della cavea ripropone invece l’acciottolato di pietre fluviali, in pietra sarà pure il muro di chiusura retrostante, il legno sarà il materiale per i sedili.

 

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