Respiro del giorno e voce dei secoli

Interno della fonderia Capanni, in una foto degli anni ’20. Fu solo tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 che il mestiere del fonditore di campane, da itinerante che era divenne stanziale. Paolo Capanni fu un precursore di questa rivoluzione dell’arte fusoria, con la fonderia che stabilì a Castelnovo ne’ Monti nei primi anni del ‘900.

In realtà le conosciamo solo attraverso quell’etereo messaggio che viaggia nell’aria e parla direttamente allo spirito: il suono. Il rintocco pacato – o mesto, o felice – che segna i tempi liturgici, le ore del giorno, gli eventi che accompagnano la vita della comunità. Le campane segnano il cammino della vita ma, su in alto nelle celle dei campanili a malapena le vediamo. Le campane, pur con la loro mole a volte non indifferente, non le vediamo. Le sentiamo soltanto, lontane su in alto. Così le conosciamo, anche nelle città dove i campanili sono scomparsi tra le case, perché sono e restano un archetipo impresso da secoli nella nostra cultura: campane e campanile, col loro sapore di conforto che discende dal loro richiamo all’unità dei fedeli nella fede, il ritrovarsi nel momento in cui suonano fratelli grazie al loro abbraccio melodioso che vibra nell’aria rendendo amica la notte, cristallina la nebbia, ancora più intenso il giorno. Ma non le vediamo, le campane, di solito. Le sentiamo, le ascoltiamo con nostalgico affetto, le amiamo: ma non le raggiungiamo, non le osserviamo, non le tocchiamo. Sappiamo che forma abbiano, ma quando mai qualcuno si è arrampicato fin sulla cima della torre per avere di esse un’immagine più concreta, meno distante, più vivida e presente? Di qui il grande interesse suscitato dal progetto espositivo presentato dalla ditta Capanni di Castelnovo ne’ Monti, con la mostra presentata alla fiera “Restauro 2001” svoltasi a Ferrara nel periodo marzo-aprile 2001. Un’idea semplice e geniale: prendere tutte le campane dell’immensa raccolta Capanni, farle vedere al pubblico e farne così il nucleo di un nuovo possibile museo nascente. La mostra ha sollevato un tale interesse che è stata immediatamente replicata sotto il titolo “Il suono del tempo – Appennino reggiano terra delle campane” presso il Centro Culturale Polivalente di Castelnovo ne’ Monti dal 28 luglio all’11 novembre 2001, costituita da campane e pannelli illustrativi che ne raccontano l’affascinante storia, che spiegano le tecniche costruttive, che rivelano i segreti delle loro note

Sopra: un’immagine della fonderia Capanni oggi.

E la gente è accorsa. Molti hanno cominciato a chiedere fotocopie del materiale esposto e notizie più ampie sulle campane: alcuni hanno chiesto di fotografarle e si sono attardati a provarne la voce; gli insegnanti hanno sollecitato strumenti didattici per le scolaresche. «In considerazione del fatto che il ‘discorso’ sulle campane è destinato a continuare senza soluzione di continuità anche negli anni a venire – scrive Clementina Santi, Assessore alla Cultura e Turismo della Provincia di Reggio Emilia che, insieme con molte altre autorevoli istituzioni pubbliche e private, ha patrocinato la mostra – abbiamo deciso… di fissare il cammino fatto fin qui, consegnando ad alcune pagine scritte gli esiti di questa prima parte del percorso che ci porterà, in tempi non lontani, al museo». Oltre all’esposizione presso “Restauro 2001” e alla mostra di Castelnovo ne’ Monti, uno degli altri passi intrapresi è stato la Rassegna delle campane a cielo aperto: quaranta campane della storica collezione Capanni sono state collocate nei passi più belli e frequentati dell’Appennino, dal passo di Pradarena a quello del Cerreto, dal Castello di Sarzano alla Pieve di Santa Maria, dalle piazze dei borghi a quella del Teatro Municipale di Reggio Emilia. «Le campane – continua l’Assessore Clementina Santi – hanno ‘un’anima’, che non è solo quella fatta di terra che ha dato l’impronta originaria alla loro forma di fusione, e hanno una vita, che non è solo quella che nasce col bronzo. Le campane hanno anche una voce: che non è solo quella delle parole che portano dentro, ma è anche quella che parla attraverso le parole delle loro epigrafi. Le campane hanno una storia che esse raccontano attraverso le date e i nomi che gli uomini hanno scritto attraverso di loro e con loro, nel tempo… Infine le campane sono portatrici di una rete di messaggi, di codici e di significati: un finissimo tessuto di simboli le avvolge…». Tutto questo il visitatore delle mostre svolte ha avuto modo di scoprire: tutto questo il museo racconterà, riprendendo e rilanciando il messaggio di pace che accompagna le campane.

«L’origine delle campane è remotissima e, tutto sommato, abbastanza misteriosa – scrive Massimo Roncato – il più vetusto reperto archeologico di questo genere in nostro possesso è il campanello trovato vicino a Babilonia databile, all’incirca, al I millennio a.C. Lo scrittore ebreo-romano Flavio Giuseppe (I sec. d.C.) nelle sue Antichità giudaiche, 1. III cap. 7, ci riferisce che: “Il re Salomone (974-937 a. C.) teneva numerose campane d’oro sul tetto del suo tempio per allontanare gli uccelli”. Sir Austen Henry Layard (1817-1894), scopritore di Ninive, trovò, nel corso dei suoi scavi a Nimrud, otto campanelli fusi in un calderone di rame…». Ma non solo nel bacino del Mediterraneo si trovano tracce antichissime delle campane: esse compaiono ovunque nel mondo. Campanelli in rame da slitta risalenti a prima del 500 a.C. sono stati trovati in tombe peruviane preincaiche. In Cina sono state trovate campane di notevoli dimensioni risalenti al sec.VIII a.C. Anche in Giappone, India ed Egitto si ha notizia di campane usate nell’antichità.

Sopra: la mostra tenuta nel Centro Polivalente di Castelnovo ne’ Monti, nucleo del nascente Museo della Campana. In primo piano, il battaglio della campana di Rovereto “Maria Dolens”, che da solo pesa 6 q.li.

Nell’antica Grecia la campana veniva chiamata còdon, termine derivante da quello del fiore di papavero. Gli antichi Romani invece, sottolineando della campana non la forma ma il suono, la chiamavano tintinnàbulum. Il termine italiano invece deriva dalla regione Campania: qui secondo la tradizione il vescovo di Nola, Paolino (409-431), avrebbe favorito la produzione per uso liturgico dei vasa campana, i vasi della Campania: in questa regione infatti si produceva un bronzo di qualità particolarmente buona. Ma da lì la tradizione campanaria si diffuse nel resto della penisola. Nel Reggiano – spiega Sauro Rodolfi – le prime tracce dell’arte campanaria risalgono al tardo Medio Evo. A testimonianza della longevità delle campane, sul campanile della chiesa di San Giovanni Evangelista vi sono a tutt’oggi due campane del 1208. Diverse famiglie hanno incarnato nella storia la tradizione campanaria nella zona reggiano modenese: i Bolli, i Bimbi, i Cherubini-Riatti, i Ruffini-Stefani e, a Castelnovo ne’ Monti in provincia di Reggio Emilia, i Betalli. A quest’ultima famiglia subentrò nella prima metà dell’800 la famiglia Capanni, che ha saputo crescere, nel corso dei decenni, acquisendo una rilevanza sempre più vasta, fino a raggiungere un livello di preminenza internazionale. La crescita di importanza della famiglia ha accompagnato l’evolversi della tecnica. Quando subentrò ai Betalli nel 1846, Paolo Capanni fondeva le campane sul luogo ove queste dovevano esser installate, ai piedi del campanile. Sarebbe stato oltremodo difficile trasportare le campane per lunghi tratti, a causa delle loro dimensioni e del loro peso. Ma lo stesso Paolo tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 costituì il primo nucleo di fonderia stabile, a Castelnovo ne’ Monti, dove ancor oggi si trova la Fonderia Capanni. Nel corso della loro lunga storia, i Ca-panni hanno raccolto e conservato campane storiche provenienti un po’ da tutta Italia. La collezione conta più di 500 pezzi. Le campane di questa straordinaria collezione, scrive Clementina Santi, «nell’insieme disegnano un ideale itinerario geografico e storico in quanto provengono da tutto il territorio nazionale e si collocano lungo un arco di quasi dieci secoli che va dal Medio Evo a oggi». «La fonderia, tuttora attiva, da un lato può proporsi come esempio di archeologia industriale, dall’altro racchiude un patrimonio di esperienza quasi unico che, attraverso molte generazioni, ha affinato ogni segreto della fusione, da quello tecnico a quello artistico, a quello musicale». Troviamo campane Capanni in tutta Italia, in tutto il mondo: campane nuove o antiche rinnovate e restaurate. Campane quali il Baion del Duomo di Parma (del 1933) o l’immensa, famosissima Maria Dolens di Rovereto, che pesa 226,39 quintali e ogni sera batte 100 rintocchi in memoria dei caduti di tutte le guerre. Un’esperienza viva e feconda che il museo renderà accessibile a tutti.

(Immagini e citazioni sono tratte dal catalogo “Il suono del tempo” a cura di C. Santi e P. Ielli, pubblicato dal Comune di Castelnovo ne’ Monti, 2001)

 

 

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