Quel che resta è lo stile

Sfoglio di nuovo ora ‘i colori del bianco’ e non posso fare a meno di sottrarre a Paolo il frammento di una citazione da Osvaldo Soriano per restituirlo – ancora come titolo – a Paolo stesso, al suo lavoro e alla sua persona. Lo stile resta.

Da qualche mese, insieme ad Alessandra Capuano e Antonella Greco, ci incontriamo, con Gaia Remiddi, nello studio di via della Minerva, dove riuniti attorno a un tavolo disegnato da Paolo apriamo cartelle 100×70, di quelle con i lacci di stoffa, e distendiamo rotoli, rigorosamente composti con la faccia verso l’esterno, pieni di carte di diverso formato e qualità. Gaia ci guida, con amore e trasporto, ma anche con sorprendente lucidità, in questo viaggio a ritroso, dentro una biografia che nel caso di specie è prima di tutto autobiografia. Un viaggio della memoria, emozionante, stimolante, pieno di scoperte.
Almeno per chi ricompone a fatica i frammenti di una personalità complessa e non così vicina. L’obiettivo dei nostri incontri è quello di selezionare disegni per una esposizione. Una esposizione che vorremmo raccolta, misurata, essenziale. Non un disegno in più.

Perché una mostra di disegni di Paolo Angeletti? L’occasione nasce dalla volontà espressa dal DiAR, il nostro dipartimento, di organizzare una iniziativa per ricordare la sua figura. La ragione culturale e scientifica attiene alla volontà di fissare l’attenzione su una personalità di rilievo nel panorama romano e nello specifico sul disegno come strumento di lavoro per l’architetto. Alessandra e io proponiamo di occuparcene, subito coinvolgiamo Antonella. Gaia c’è ma non c’è. Il progetto ha bisogno del proprio tempo, ne parliamo saltuariamente in brevi e occasionali incontri di corridoio coltivandone a lungo la volatilità. Poi prende corpo, condividiamo un documento e fissiamo la data del primo incontro di lavoro. Piove, il lungotevere è bloccato, arrivo scomposto e in ritardo all’appuntamento, premono pensieri vari e quotidiani. Da tempo non entravo nello studio Angeletti&Remiddi, che non ho mai frequentato con continuità. L’atmosfera è familiare, raccolta, animata da quel disordine ordine dei luoghi praticati, abitati da cose che appartengono alla storia delle persone, del loro mestiere di architetti, docenti, studiosi. È esattamente quella che ricordavo. Paolo c’è, in tutto ciò che abbiamo intorno. Volteggia nell’aria con leggerezza, come un elfo (così Antonella in una occasione che non ricordo). È lui l’artefice del nostro incontro.
Apriamo la prima cartella. L’odore forte della carta apre un varco nell’architettura dei sensi, e chiama in causa la memoria. Nel breve volgere di un attimo la mente è sgombra, siamo altrove. L’occhio si avvantaggia del supporto dell’olfatto e del tatto. Materiali leggeri, fino a ieri in evoluzione si presentano a noi con altro peso specifico. Pretendono rispetto e discrezione. L’imbarazzo iniziale lascia spazio all’emozione.
Si alternano momenti di discussione e condivisione a spazi di decompressione durante i quali rompiamo le righe e seguiamo percorsi guidati da stimoli e curiosità personali. Il pomeriggio scorre, c’è ancora molto da fare. Ce ne andiamo con le mani ombrate, nutriti dalla qualità e dalla ricchezza del lavoro di Paolo, dalla sua passione, dalla sua dedizione, dalla sua pazienza. Seguono altri appuntamenti, altri ne seguiranno, non so dire dove ci condurranno. La mostra si farà.
Scorrono di fronte a noi in un unico piano sequenza, i disegni del periodo universitario, che spaziano dalle nitide prospettive interne di una camera da letto datate 1959, agli ex-tempore, fino ai lucidi delle sezioni di straordinaria complessità di un non meglio identificato centro polifunzionale. Gli alzati della casa di Muccia e la prospettiva dello spazio interno con i vuoti ritagliati per ottenere l’effetto bianco nella cianografia.Molti dei disegni selezionati riguardano progetti dello studio Angelletti&Remiddi, spesso nei casi dei concorsi, di gruppi allargati. E i progetti sono di tutti coloro che vi hanno lavorato, progettisti e collaboratori.
In questi casi soprattutto quando si tratta di geometrici, si è posto il problema della attribuzione, ovvero dell’autografia. Una questione legittimamente sollevata da Antonella. Eppure, ampliando il campo semantico, al progetto di disegno, l’autoralità può estendersi oltre l’autografia se la presentazione delle cose guadagna una autonomia
dalla cose stesse, va oltre la rappresentazione. La questione è aperta, non saremo noi a dirimerla.

Ho conosciuto Paolo nel 1993, dopo la laurea, durante il primo corso di perfezionamento in progettazione architettonica del DAAC. È stato mio correlatore per la tesi di dottorato di ricerca, che ho svolto a Pescara tra il 1995 e il 1998 in un ambiente per lui oramai lontano.
Ci siamo incontrati di rado, sempre al suo studio, l’ultima volta mi restituì una copia del fascicolo ancora in bozza con poche annotazioni semplici e chiare, a margine del testo, tutte a matita. Aggiunse in omaggio il catalogo di una mostra di Alvar Aalto. Di quegli stessi anni ricordo una vicenda singolare. Paolo, insieme a Gaia, attraverso gruppi della sinistra se non ricordo male legati a ‘Il Manifesto’, erano in contatto con associazioni e comitati di quartiere che si riunivano a Santa Maria della Pietà per capire che cosa stava succedendo dell’ex ospedale psichiatrico. Fu lui a proporre a Tonino Terranova, Alessandra Criconia e a me di partecipare a questi incontri ricchi di umanità di generi diversi. Le riunioni si svolgevano in una atmosfera surreale dentro un padiglione dismesso, che portava sui muri nudi i segni forti della propria storia. Il nostro sforzo titanico doveva essere quello di catalizzare le energie disperse di questo gruppo scomposto e eterogeneo cercando la convergenza su una proposta. Naturalmente le cose andarono in maniera diversa.

Ho in mente un disegno a mano libera di Paolo, in formato A4 preparato in occasione di una di quelle riunioni, c’era scritto sopra ‘entrare fuori, uscire dentro’. La planimetria generale, con in evidenza l’anello centrale della distribuzione, esattamente un chilometro, e poi quattro quadrati con giaciture diverse, incastonati nel bordo come nuove porte, forse disposti secono i punti cardinali. Questo disegno non siamo ancora riusciti a trovarlo. Con mia sorpresa il mese scorso Gaia mi ha mostrato un fax di allora con un mio schizzo per Santa Maria della Pietà che Paolo aveva conservato in un cassetto.

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