QUANDO IL SAPERE ERA ORDINATO

La consuetudine all’incontro, allo scambiarsi opinioni, a tracciare un percorso di conoscenza comune, non mi impedisce di leggere gli esiti del lavoro di Danilo Lisi, con particolare attenzione al complesso parrocchiale di S. Paolo Apostolo a Frosinone, con la lucidità e la severità che impiegherei nel chiosare l’opera di chiunque altro. E il fatto di condividere un percorso, un destino, una storia, mi rende il compito, per quanto possibile, ancora più difficile.
Non è inopportuno rammentare che una volta le arti solevano dividersi in arti del trivio (grammatica retorica e dialettica – scienze delle voces e del quadrivio (aritmetica, musica, geometria e astronomia, scienze delle res)1, riferendo l’Architettura a pieno titolo al novero delle seconde2, a significare la sua affinità con ciò che è numerabile e numerato -forma formata- e con ciò che è ancora da numerare forma formante- ma che del numero reca in nuce le infinite potenzialità.
In particolare, fra tutti i numeri, l’architettura riferisce al numero 4 che rappresenta la Terra nei suoi quattro orizzonti e nei suoi quattro elementi formanti e al quaternario, il cui segno si ritrova sempre nell’ordine delle cose manifestate3. La qual cosa ci dice anche che l’architettura costruita, l’unica che permane forte nella memoria delle genti, è a misura dell’architettura celeste: sia essa desunta dall’armonia delle sfere e dalla reciproca posizione degli astri, come fu per gli Egizi e i Sumeri, che fissarono le misure del Mattone primigenio a misura del Quadrato di Pegaso4; sia essa a immagine della Gerusalemme Celeste e comunque frutto di una poietica di ispirazione non umana5.Il quattro nella sua valenza simbolica richiama ancora il tempo nel circolo dell’anno: le quattro stagioni, le quattro fasi del dì, le fasi lunari; i quattro evangelisti, i quattro arcangeli, i quattro pilastri del mondo, le quattro consonanti del nome di Dio, denotando diversa valenza la stessa cifra, vuoi nel campo della metafisica, come anzidetto, che in quello della fisica (e Danilo Lisi governa sia l’una che l’altra); giacché sono quadrate le torri e le città turrite, le corti e i chiostri, i portici di accoglienza, gli atrii, i vestiboli e molte
delle architetture disegnate in guisa della Tradizione, che le vuole legate ai cardini che incernierano il cielo alla terra, secondo il semplice schema del cerchio diviso in quattro parti da due diametri ortogonali; figura che esprime precisamente la relazione del quaternario col denario (il numero 10), come risulta dalla formula 1+2+3+4=10, che nella visione pitagorica prendeva il nome di Tetraktys, e che rappresenta la soluzione al cosiddetto problema della quadratura del cerchio, o della circolatura del quadrante, dove si mostra che l’intero sviluppo della manifestazione è così ricondotto al quaternario fondamentale6.
E ancora una volta emerge chiara la visione della Gerusalemme celeste, archetipo di qualunque architettura umana, giacché essa è quadrata7 e fa del quattro la sua cifra significante.
“Sapienza è dunque il mondo delle forme formanti e la conoscenza che di esso se ne abbia”8. Ordo (ordinis) invece non è ancora tassonomia, scienza del fare ordine, moderna pretesa di onnipotenza computazionale, ma è qui intesa come regola, regola monastica, benedettina o cistercense che sia dove si associa all’ufficio divino e alla lettura spirituale, il lavoro manuale: “ora et labora”. È ancora una formula valida per taluni. Talaltri, in tempi più recenti, la chiamarono ricerca sapiente 9; unica a consentire all’architetto di ottenere i risultati prefissi attraverso il perseguimento di una via interiore piuttosto che del meretricio professionale.
Questi i fondamenti che io riscontro nel lavoro di Lisi, moderno Ordinatore, capace nondimeno di quella astrazione che ci strappa alla consuetudine per proiettarci nell’altrove, nel mundus imaginalis che del 4 fa 5, consentendo l’accesso alla (quinta) essenza delle cose.
Per rimanere ancora nel contesto delle cose, altra caratteristica del lavoro di Lisi, pare a me, sia l’idea della misura del pondus e della proporzione. È scritto che il buon Dio ha tutto disposto “con misura, calcolo e peso”10. E a proposito delle misure, è scritto ancora che Egli “rivelò a Noè le dimensioni dell’Arca, a Mosè quelle del tabernacolo, a Salomone quelle del tempio. [e che] Ezechiele ricevette in sogno le dimensioni del nuovo tempio 11.Uno sguardo retrospettivo all’opera di Danilo Lisi mi conferma l’opinione che egli tratti la scala dell’edificio e, soprattutto quella del complesso degli edifici (sia esso parrocchiale o meno), alla stregua di chi, estraendo il cosmo dal caos, diede regole precise per la successiva movimentazione delle sfere.
In particolar modo, alludo ai progetti a scala urbana: la sistemazione della piazza Mayer Ross a Sora e la Scuola primaria del costituendo polo scolastico Giovanni Paolo II a Bonate di Sopra, nei quali la modalità operativa della reiterazione e dello scarto sono qui applicate con sistematicità quasi ossessiva, sulle possibili mutazioni del numero tre, e nel primo caso del suo quadrato, anticipando le sistemazioni planimetriche delle architetture cultuali, nelle quali, queste tematiche saranno approfondite in forma compiuta.
È il caso della chiesa del Sacro Cuore in Ceccano, dove lo schema planimetrico della scuola di Bonate, forse a causa delle dimensioni del lotto, viene riprodotto in forma di duplice quadrato anziché triplice, con semplice schema A-B, anziché A-B-A. Identica soluzione troviamo nella chiesa di S. Carlo a Isola del Liri, dove la maggiore complessità è dovuta alla realizzazione di due “barchesse”, che alloggiano la canonica e le opere parrocchiali, a riquadrare lo spazio del sagrato.
Alla scala dell’edificio-chiesa è già evidente il tentativo di fondere la figura del cerchio e del quadrato in un solo disegno: in un caso, tagliando gli spigoli con quarti di curva convessi, alla maniera borrominiana e segnando il cielo con otto colonne, col pavimento stellato a rimarcarne l’impianto stellare; nell’altro, con una muratura compatta e sei colonne a segnare l’area dell’altare e un pavimento in dallage optime alla maniera di Corbù12, che anziché rimarcare la centralità dello spazio, ne esalta la ampiezza, la profondità e il senso ultimo della trascendenza.
I temi compositivi fin qui accennati si esaltano e trovano compimento nel complesso parrocchiale di Frosinone dedicato a San Paolo Apostolo.
Il tema urbanistico fin qui semplicemente sotteso, esplode.
I singoli edifici anziché comporsi ordinatamente intorno allo spazio claustrale si rimontano a formare uno spazio urbano, una cittadella, una acropoli, in cui il costruito, la natura e la natura “costruita” si ricompongono consegnandoci l’idea di un luogo compiuto, dal sapore marcatamente urbano, in cui il quadrato generatore è interrotto sullo spigolo nord orientale e ricomposto tramite l’inserimento di un cilindro e di un cubo, che si confrontano specchiandosi nella rotazione dell’atrio del salone parrocchiale che si torce quasi disordinatamente a fronteggiare la Porta della chiesa con le opere a fare da contorno.L’idea di Luogo è ulteriormente ribadita dall’uso sapiente dei materiali e dei colori, che rimarcano le simbologie già espresse in forma geometrica. Il cilindro dell’aula poggia su un basamento di pietra sponga che ne ribadisce la tettonica, pur nella sua vocazione celeste, che del cielo reca il segno vuoi nella circonferenza generatrice, vuoi nella sequenza delle dodici aperture a significare dello stretto legame col ciclo delle stagioni e dello zodiaco, vuoi infine con il bel rosone che sovrasta la finestra termale.
È del colore delle terre il salone parrocchiale che si lega alle opere che in un continuo rovesciamento di senso13 sono del colore del cielo a significare che il magistero della chiesa ci riporta comunque a colloquio con i cieli superni, auspice la magnifica vetrata a s
ette specchiature, come sette sono i cieli planetari.
L’impianto liturgico è di tipo post-conciliare, con l’assemblea compattata intorno al celebrante, che sul bema si muove agevolmente fra i poli maggiori: l’altare in asse con la porta, rettangolare tendente al quadrato, l’ambone scultoreo, la sede.
Tutti disegnati dal progettista e dall’artista Fernando Rea, che li abbozzano in forma quasi definitiva fin dai primi schizzi. Di loro pugno anche il disegno del fonte, dovrei dire piuttosto del battistero, che ha il paramento esterno in ruvida pietra, tre grandi vetrate e una serie di piccole finestre con scorniciature in lastrame di travertino.
La semplice penitenzieria, scomposta in due confessionali, affianca la porta maggiore. Pur operando Lisi nell’ambito di un linguaggio a cavallo fra il modernismo de “i volumi puri sotto la luce” e del post-modernismo alla Ridolfi, non nega il suo profondo legame con l’architettura del Ventennio, come si evince chiaramente dalla sagoma del campanile, in acciaio corten, che, letteralmente aggrappato al volume dell’aula, risuona delle suggestioni dei Libera e De Renzi alla esposizione universale di Chicago del ’32 e alla Mostra della Rivoluzione Fascista che si tenne a Roma, al Palazzo delle Esposizioni dal 1932 al 1934; ultime testimonianze di una architettura che sapeva commuovere facendo ricorso alla immaginazione e ai segni, pur se a servizio di una liturgia profana.Né posso evitare di accennare brevemente alla questione del sacro, che nel caso di Lisi è palesemente inteso come qualcosa che permane giacché la sacralità è intrinseca all’edificio. Nella mai avvenuta diatriba fra Schwarz e Congar, siamo dalla parte di quest’ultimo14. In conclusione, a proposito dell’ordine, che a me pare essere la costante nel lavoro del collega Lisi, non posso non rammentare Mies quando diceva, a proposito della professione dell’architetto, che dobbiamo “(…) portare ordine nella confusione del nostro tempo. (…) un ordine che dia a ogni cosa il suo posto, quel posto che secondo la sua natura le compete. (…) Il bello è lo splendore del vero” 15 perché corrispondente alla relativa forma formante e alla sue necessarie manifestazioni: e quel far sì che ciascuna cosa abbia il posto che le compete nel cosmo non vuole essere altro che l’ulteriore affermazione della necessità che il cosmo sia ordinato, giacché antitetico al kaos, dal quale il costruttore primigenio ne dispose le sorti con il semplice potere del logos.
E di quel cosmo la Gerusalemme Celeste è prototipo, manifestazione che anticipa, archetipo, ancorché proiettata nel futuro, dove la videro anzi tempo gli occhi del profeta.

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