Progettare per sopravvivere

Riprendo il titolo del famoso libro degli anni ’50 che è anche nel nome del ‘Neutra Institute for Survival Through Design’ di Los Angeles.
L’espressione è un po’ drammatica, ma ?progettare per contribuire a migliorare la condizione umana’ è lungo, meno efficace, forse più vero, anche se ormai sembra in gioco proprio la sopravvivenza sul pianeta.
Diversi mesi prima del 22 aprile – la data di Austerity vs Extravagance, lo scontro radiofonico fra Frank Ghery e Cameron Sinclair – il XIX Seminario di Camerino ha proposto una riflessione a sostegno di trasformazioni sobrie, che non inquinino l’ambiente, tese a ridurre ogni forma di consumo e ad un rapporto pacificato con la natura e le stratificazioni del passato, per un’architettura frugale.
La storia delle civiltà è impressa nelle pietre perché si è sempre costruito non solo per soddisfare bisogni pratici, ma anche per esprimere significati (fig. 1). L’invenzione della scrittura risale a vari millenni a.C., quella della stampa a metà del ‘400, quella del cinema a fine ‘800, internet a fine ‘900: comunque la forma dell’ambiente fisico è la testimonianza più chiara di ogni civiltà, una ?avventura delle idee’ che impregna gli habitat con risultati eccelsi, ma anche con degenerazioni a metà del secolo scorso sintetizzate da Lewis Mumford in tre categorie:
 la piramide (l’assenza di spazio interno, il sacrificio delle necessità umane sull’altare della pompa e della vanità);
 la cassa da imballo (l’imballaggio precostituito che impressiona e fa pubblicità);
 il letto di Procuste meccanico (il principio di adattare la gente ad esigenze tecnologiche o formali).
Di queste tre forme di degenerazione, due permangono peraltro esaltate: la produzione contemporanea non riesce infatti a liberarsi dalle accattivanti lusinghe dell’architettura spettacolare, da forme insensate, oggetti stupefacenti, immagini pubblicitarie che ben si legano ad ambizioni politiche diffuse (fig. 2). Nei secoli l’architettura è anche stato strumento per incutere soggezione, per magnificare grandezze umane o divine, a volte solo per testimoniare.
Considerarla ?autonoma’ ha poi sempre generato danni: sia quando è stata ridotta a pura forma, sia quando si è risposto a sole questioni funzionali o economiche, ignorando ogni preoccupazione sociale, ambientale o paesaggistica (fig. 3).I primi decenni del ‘900 erano animati da forti speranze, in quegli anni è nato il futurismo. Tutto sembrava diventare facile, poter dare risposta anche alla ribellione delle masse: la rivoluzione dovuta all’automobile consentiva l’esplosione dimensionale delle città, la separazione delle discipline produceva esperti di ogni tipo, le tecnologie costruttive facilitavano i processi, le funzioni sembravano stabili e la ricerca tipologica produceva modelli ideali ripetibili, l’energia a buon mercato sopperiva agli errori del costruire diffondendo prassi dissipative.
L’international style divenne il credo in nome del quale edifici analoghi venivano costruiti a Calcutta come a New York, a Stoccolma come a Beirut (fig. 4).
A questo credo si oppone il filo rosso che lega l’architettura organica; il richiamo di Neutra; il dissolversi dei CIAM e l’affermarsi delle tesi del Team X; le interpretazioni di Reyner Banham, storico vicino a quel gruppo; le radici di Arcosanti, l’utopia-concreta preannunciata nel 1965 da Paolo Soleri; poi il Club di Roma con I limiti dello sviluppo poco prima del risveglio imposto dalla grande crisi energetica del ’73.
In Italia il CNR lanciò il Progetto Finalizzato Energetica (fig. 5). Le esperienze di quel periodo – su Spazio e società, la rivista di Giancarlo De Carlo – spingevano alla ricerca delle informazioni perdute: concluso il periodo dell’energia a buon mercato finiva anche quello dell ‘architettura dissipativa; si riscoprivano principi antichi, il rapporto con il contesto ed il clima, le tesi dell’architettura organica.
Contro gli schematismi dell’international style riprendevano forza differenze e regionalismi. Città futura (?Futuro Remoto ’88’) fonda le sue tesi sulle compresenze: la città ideale non è più un modello astratto, ma intreccio fra tensioni ed aspirazioni contrapposte.
Nel 1973 – lo stesso anno della grande crisi energetica – negli 8 peccati capitali della nostra civiltà Konrad Lorenz esamina gli errori accumulati da atteggiamenti incuranti e rapaci e che minacciano di soffocarla. La sostenibilità progressivamente diviene luogo comune, forma una nuova sensibilità, afferma l’ecologia dell’ambiente costruito.
Muta anche il quadro normativo, ma sempre carico di ottiche settoriali.
Oggi di ogni attività si misurano impronta ecologica, consumo energetico, consumo di acqua virtuale, produzione di CO2. Aumenta la capacità di comprendere, ma la questione del rapporto fra attività umane e natura resta irrisolta, anzi le preoccupazioni aumentano. Lo testimoniano alcuni libri abbastanza recenti, tutti nella stessa direzione:
La decrescita di Serge Latouche, 2003; Collasso di Jared Diamond, 2005; La risorsa infinita di Pietro Greco e Vittorio Silvestrini, 2009.
Sono preoccupazioni della civiltà occidentale: vicino all’aeroporto di Abu Dhabi entro qualche anno sarà ultimata Masdar – la città del postpetrolio progettata da Norman Foster – cinquantamila abitanti su sei chilometri quadrati, zero-emissioni CO2, zero-rifiuti, energia esclusivamente da impianti fotovoltaici, eolici e termali con risparmi dell’ordine dei cento milioni di dollari di petrolio/anno. Interdetta alle automobili, servita da 2.500 navette zero-carbonio, ospiterà il Masdar Institute of Science an Technology, dedicato allo studio e alla ricerca nel campo delle energie rinnovabili in collaborazione con MIT. Risparmi di petrolio, ma contemporaneamente il 1° novembre apre il nuovo circuito della Formula 1 adiacente al gigantesco Parco Tematico Ferrari prossimo all’ultimazione.
Oggi vi è esigenza di discontinuità, di prassi operative diverse. Le Carrè Bleu, feuille internationale d’architecture – dagli anni ’50 fautore dei temi della sostenibilità – nell’ultimo periodo ha accelerato questo impegno. Mi limito a segnalarne tre numeri: Fragments / Symbiose, il numero-manifesto 2006; Differer-difference-differance e il progetto di Dichiarazione dei Doveri dell’Uomo presentato nella manifestazione per i suoi 50 anni alla Cité de l’Architecture et du Patrimoine di Parigi.Progettare per sopravvivere – la speranza di sopravvivere attraverso il progetto o la fiducia nel progetto come strumento per migliorare la condizione umana – è un  imperativo (fig. 6).
Il ‘900 ha esaltato ogni forma di separazione, logiche disciplinari, specializzazioni, gli esperti (quelli che Max Weber definiva senza intelligenza se sordi alle interrelazioni fra i fenomeni). Oggi invece si impongono forme di interazione ed integrazione sempre più intense, ampiezza di vedute, ?in-disciplina’. Introdurre discontinuità nei processi di trasformazione è esigenza globale, ma qui – in questa penisola imbevuta di Mediterraneo – assume caratteri specifici; qui dove la natura è in prevalenza artificio – come mostrano gli straordinari paesaggi formati dalla densa rete dei nostri abitati – e dove l’artificio è stratificazione antichissima, come testimoniano le Cinque Terre, la Cascata delle Marmore (fig. 7) e perfino il Campidoglio.
?Localismo’ è termine ambiguo: evoca chiusura, ma anche radicamento.
Le trasformazioni degli ambienti di vita richiedono visioni forti della dimensione locale e al tempo stesso coerenti con questioni globali.
Diversamente dal mondo organico che si evolve con adeguamenti continui, impercettibili nel breve periodo, tutti i prodotti dell’uomo – quindi anche città e territori – mutano attraverso un susseguirsi di innovazioni, presentano ?punti critici’, cioè discontinuità.
Diqui alcuni interrogativi:
 Le trasformazioni fisiche precedono l’evolversi di relazioni sociali e comportamenti, o ne sono conseguenza?
 Come
intrecciare temi spaziali ed a-spaziali?
 Su quali principi fondare la riqualificazione dei nostri spazi?
 Come affermare l’ecologia dell’ambiente costruito, come interpretare il rapporto Natura/Architettura?
Difficile rispondere: errori e pericoli si annidano in qualsiasi tentativo di risposta. Occorrono tentativi, dibattiti, scontri e condivisioni, ragionamenti teorici ed azioni concrete, sperimentazioni. Prevedere è consapevolezza, progettare è fiducia nel futuro: l’instabile equilibrio Natura/Architettura – dall’era delle caverne a quella delle nanotecnologie – è sostenuto da queste risorse meravigliose se immettono discontinuità
(fig. 8).
Assunto l’obiettivo della qualità diffusa, non è la bellezza o la qualità dei singoli edifici che rende un ambiente confortevole, la stessa idea di bellezza non può esaurirsi in inafferrabili canoni estetici.Provo a sintetizzare in tre punti i requisiti di base per la qualità delle trasformazioni urbane e per l’ecologia dell’ambiente costruito.
 Qualsiasi intervento, quale ne sia la scala, è parte di insiemi più ampi; va pensato come frammento; rifiuta egoismi, narcisismi o qualsiasi ottica settoriale; è insito nel progetto essere insieme di errori sapienti. Proporsi come frammento significa privilegiare l’appartenenza all’ambiente, ai paesaggi, agli intrecci di stratificazioni che individuano un luogo: significa superindividualità prima che individualità.
Questa visione quindi non supporta ambientismi: spinge a valutare quando il costruire deve essere frugale o quando conduce alla formazione di nuovi paesaggi (fig. 9).
 La sostenibilità – in ogni accezione e sfumatura del termine – va affermata e sostenuta, non solo in rapporto all’ambiente e alle grandi questioni naturali. Si afferma anche tramite flessibilità, disponibilità al mutamento, mutazione dei modi di pensare; sostiene compresenze e diversità. Sotto altri aspetti è compattezza, alta densità, riduzione del consumo di suolo, utilizzo del ciclo delle acque, dei movimenti dell’aria, riduzione dei fabbisogni energetici, uso di materiali locali, innovazioni nei sistemi e riduzione della domanda di mobilità.
 Il rapporto Natura/Architettura non impone aprioristiche subordinazioni del costruito, ma accende dialettiche. Intelligenza, conoscenza, ricerca consentono di curare malattie, di intervenire sui processi naturali, di migliorare la condizione dell’uomo. Il rapporto Natura/ Architettura implica quindi il rispetto di questioni sopraordinate, ma anche la creazione di antidoti (fig. 10).
Trovo infinitamente sublime lo sconvolgere che fa l’uomo sotto la spinta della ricerca e della creazione, l’aprire strade, colmare laghi, sommergere isole, lanciare dighe, per questa divina inquietudine che ci spara al futuro. Questa provocazione di Umberto Boccioni è propria del clima futurista di cento anni fa (fig. 11).
Più o meno negli stessi anni Benedetto Croce parlava di ?natura imperfetta ‘. Di per sé la natura non è né buona né cattiva: grazie a processi antichissimi e sempre incompiuti, la si potrebbe definire esperta.
La natura che conosciamo ha distrutto altra natura a noi sconosciuta.
Rispetto ai suoi tempi quelli dell’architettura sono istanti: quando non più vissute le trasformazioni prodotte dall’uomo tendono a macerarsi e annullarsi. Natura/Architettura è un intreccio variabile: vi sono sia ambiti incontaminati, sia frazioni dello spazio fortemente definite dalle azioni umane, sia intrecci intermedi. Natura/Architettura è comunque incontro fra tempi e forze sostanzialmente diverse: ma le attuali condizioni – demografiche, climatiche, energetiche e di ogni tipo – fanno temere trasformazioni irreversibili e rendono perciò urgenti gerarchie di valori condivise e – soprattutto – creatività fondate su conoscenza (che può difendere dai terremoti, rendere fertili o abitabili spazi poco adatti, e così molto altro), intelligenza (che può accelerare processi evolutivi) e capacità di comprendere (che può esaltare la spiritualità umana).
In sintesi nelle nostre aree, migliorare le condizioni di vita attraverso il progetto – o ?progettare per sopravvivere’ – assume come inscindibili uomo e natura; esprime una fiducia neoilluminista (echeggio quello che per Kant era il motto dell’illuminismo) perché è il coraggio di servirsi della conoscenza, dell’intelligenza e della capacità di comprendere.
?Progettare per sopravvivere’ spinge poi ad immergersi nel futuro riallacciandosi alle radici dell’architettura organica.

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