Per una architettura di sfumato

Da più parti si sente il bisogno di andare oltre l’architettura, in ciò (e solo in ciò) l’ormai lontana e deludente Biennale del 2008 intercetta un sintomo generalizzato che non solo è doveroso prendere in considerazione, ma a cui è necessario dare risposta. Questo sintomo si esprime con una latente ma evidente disaffezione nei confronti degli edifici. Le prime avvisaglie le abbiamo avute più di dieci anni fa con opere in cui il terreno tendeva sempre più a ricoprire gli edifici, alle volte tombandoli del tutto, per poi proseguire con ogni sorta di camouflage verde spesso al limite del kitsch. Quel che si respira è quindi una tensione generalizzata che non è osato definire nichilista, che vede nella scomparsa del problema la risoluzione del problema stesso; una attitudine iconoclasta a dire il vero già vista quarant’anni fa con l’architettura radicale, ma che al contrario di questa oggi si ripropone con forme più aggraziate, ma priva di quell’ottimismo utopico che aveva nutrito quella stagione ormai lontana.
Il punto è quindi se andare oltre l’architettura lasciandosi sospingere dal desiderio radicale di eliminarla il più possibile, oppure ipotizzare vie alternative, capaci di andare oltre gli slogan e le relative icone alla carta che ne derivano. Propendendo per la seconda ipotesi gradirei testimoniare una ipotesi messa a punto nel tempo.
Il tutto nasce da un breve ed intenso saggio di Kengo Kuma ospitato nel libro che Aldo Aymonino e chi scrive abbiamo dedicato agli spazi pubblici alcuni anni fa (Architettura degli Spazi Pubblici; Un-Volumetric Architecture, Skirà, 2006). L’incipit dello scritto è perentorio: ‘Vorrei eliminare l’architettura, questo è quello che sento e che continuo a sentire’. Stupisce il fatto che l’apodittica affermazione non venga da un architetto accademico radicale, ma da un autore la cui fama è data dalla realizzazione di edifici estremamente raffinati, che non rinunciano affatto alla loro presenza e che non possono essere condensati in slogan semplicistici. Proseguendo la lettura si capisce che quella di Kuma è solo una boutade, un espediente retorico per attirare l’attenzione nei confronti di un articolato ragionamento che parte dall’arte figurativa, più precisamente dalla nota stampa dell’artista giapponese del diciannovesimo secolo Hiroshighe: Sudden cloudburst
on the great bridge near Atake (1857). Nella stampa Hiroshige riesce ad amalgamare la figura del ponte con lo sfondo attraverso l’apposizione in primo piano del pattern astratto della pioggia che cade. Non è certo questo il caso di scomparsa dell’architettura, anzi ciò su cui Kuma pone l’attenzione è ancora qualcosa di profondamente architettonico e corrisponde a ciò che ormai cento anni fa aveva colpito Wright nelle stampe giapponesi: una diversa concezione dello spazio, anti-prospettica, accidentale, in cui l’architettura è parte di un contesto più ampio ed è indissolubilmente integrata ad esso non essendone più il centro.
Non una novità quindi, ma il ribadire che la questione del ripensamento dell’architettura passa necessariamente attraverso la relazione, sostanziale in arte e spesso dimenticata in architettura, tra figura e sfondo.
Più interessante è quanto Kuma afferma quando parla di Leonardo e della tecnica dello sfumato, una tecnica le cui intenzioni sono magistralmente descritte dallo stesso Leonardo quando afferma che ciò che stava cercando era una pittura in cui le ciocche dei capelli delle sue dame scherzassero con l’aria. L’intuizione è folgorante, ma Kuma la lascia cadere nel vuoto. La domanda allora può essere così formulata: se la questione non è più quella della scomparsa dell’architettura ma più semplicemente quella di un coinvolgimento sostanziale, di una amalgama, della stessa nel contesto, è possibile pensare a degli edifici di sfumato?
La risposta appare semplice: basta lavorare sulle facciate, sugli attacchi al cielo degli edifici, decorarli a modo ed il problema sembrerebbe risolto. Ipotesi … too tricky, troppo truffaldina, direbbero gli americani, di sapore anni ’90, ovvero ancora una volta di immagine, di semplice iconografia.Il punto è che la categoria dello sfumato, mentre per l’arte fa riferimento ad un codice ben preciso, per l’architettura il codice non esiste e non è neanche di facile intuizione.
Lo sfumato infatti, per essere una categoria valida oltre la semplice iconografia, dovrebbe incorporare in sé non solo la figura, l’immagine, ma anche lo spazio e perché no, la tecnica. Un allineamento a dir poco improbabile.
Cercando di dar forma all’intuizione di Kuma in seguito mi sono imbattuto in un libro di Renato Barilli Maniera moderna e manierismo (Feltrinelli, 2004) in cui l’autore contrappone la linea dura, geometrica, prospettica del manierismo fiorentino e di Dürer con quella morbida, sfumata, aerea e antiprospettica della pittura veneta e di alcuni altri manieristi atmosferici dell’epoca. L’ipotesi andava ad avvalorare la contrapposizione che vedevo in architettura tra edifici lineari, plastici, ‘duri’ e quelli atmosferici, sfumati, in dissolvenza con l’intorno, verso cui ero attratto senza però che questi concetti rispondessero a delle architetture precise.
Ero quasi giunto alla conclusione della impossibilità di una architettura di sfumato, atmosferica, integrata con l’ambiente, quando in un viaggio in California mi è capitato di imbattermi in un raro esempio. A Pasadena c’è un capolavoro di Frank Lloyd Wright: casa Millard, detta ‘la Miniatura’, un’opera in textile block del 1923, nelle intenzioni di Wright ‘… un albero ambientato tra gli alberi’ ma è meglio dire una architettura resa natura senza rinunciare all’architettura. L’edificio infatti ha una chiara articolazione volumetrica, quasi un’opera cubista, eppure appare attirare a sé il rigoglioso giardino come se fosse un tutt’uno con esso; vedendola si ha la sensazione di stare di fronte ad un quadro post-impressionista reso architettura, dove la distanza tra figura e sfondo è abolita senza rinunciare alla figura ed allo sfondo. Ha ragione Kenneth Frampton a ribadire il concetto che la tessitura è stata una delle componenti essenziali dell’operare di Wright e come questa componente si esplicitasse con la tecnica costruttiva. Casa Millard ne è un esempio evidente: il suo essere tessuta con l’ambiente circostante è dovuto alla sua tecnica costruttiva, più specificatamente alla tecnica del textile block. È infatti il blocco di calcestruzzo nobilitato ad essenza della costruzione, il suo vibrare nella percezione nella sua tessitura a conferire all’opera quella sensazione di sfumato nell’intorno, in cui non sfigurerebbe la Vergine delle rocce.
È dunque possibile una architettura di sfumato, ma è possibile solo se essa è ‘tessuta’ non solo con l’intorno, ma anche in se stessa attraverso la sua tecnica costruttiva. Wright quindi, almeno in quest’opera, ci indica una strada per andare oltre l’architettura, non solo rimanendo dentro l’architettura, ma esaltandola. Una strada stretta, difficile, purtroppo di poco successo in un’epoca che insiste nel ridurre il progetto di architettura a slogan, ad uso e consumo di friabili teorie da tempo immemore sempre uguali a loro stesse e come tali sempre più noiose.

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