Paolo Avarello – Nodi metropolitani


 

Si parla sempre più spesso di ‘metropolizzazione’, ma in riferimento a fenomeni diversi:
– le ‘conurbazioni’, ovvero la crescita delle grandi città che ‘invadono’ il territorio dei comuni minori, anche se spesso sono questi che crescono più rapidamente, tendendo a ‘saldare’ i territori urbanizzati;
– la ‘disseminazione’ insediativa, intorno alle grandi città, ma anche in assenza di queste, come in buona parte del Veneto o lungo la costa adriatica.
Si tratta di fenomeni generalizzati: il sub-urbano diffuso è presente quasi ovunque, almeno nelle aree ricche del pianeta, e anche la crescita delle grandi città è fenomeno ‘globale’: nei paesi poveri, perché in città è più difficile morire di stenti che in campagna, e in quelli ricchi, perché solo le grandi città offrono ai ceti medi, e ai cosiddetti ‘creativi’, opportunità di lavoro e di vita adeguate.
La ‘metropolizzazione’ genera paure e allarmi. In Italia l’archetipo città è molto forte, e si identifica spesso con il ‘Comune’. La ‘metropolizzazione’ prescinde invece dai confini comunali, sfugge al controllo dei Comuni, spesso mettendo in conflitto le loro scelte; ma, soprattutto, sembra mettere in dubbio l’esistenza stessa delle città tradizionalmente concepite. Fenomeni dunque fuori controllo, che sembrano addirittura negare lo statuto forte che lega urbs e civitas, diritti, appartenenza e identificazione.
Certo il tema presenta aspetti problematici o decisamente negativi: il ‘consumo di suolo’, ieri allarmante per l’agricoltura, oggi per l’ecologia; il dispendio energetico e, soprattutto, il traffico. La dispersione sul territorio di spezzoni, frammenti e filamenti urbani, infatti, nasce e si muove sulle quattro ruote private, che per altro raggiungono quasi tutte la ‘città’, disturbando i ‘cittadini’, che pagano le tasse (locali) anche per i city users. Temi oggi di punta, ma in realtà fenomeni non del tutto nuovi, anche in Italia. Già negli anni ’30 alcune grandi città (Milano, Genova, Napoli) hanno infatti assorbito i Comuni finitimi, privandoli della loro autonomia e spesso anche dell’identità. Non ‘metropoli’, comunque, ma solo Comuni più grandi, imposti da un governo non proprio democratico. Tuttavia, l’ultimo governo italiano che si sia occupato di politiche urbane: dal dopoguerra a oggi tutti i governi, e la politica nazionale in genere, hanno evitato di occuparsi delle città.
Se le esperienze di accorpamento forzoso hanno segnato in negativo il tema delle metropoli, c’è però anche qualcosa di più profondo: una percezione distorta della realtà metropolitana, anche per chi la vive, confrontandola, anche inconsciamente, con ‘come dovrebbe essere la città’.
In Italia, comunque, il tema metropolitano non ha mai goduto di particolari attenzioni: qualche tentativo negli anni ’50 (Milano, Torino), e nei primi anni ’60 (Firenze); ancora, con il ‘Progetto ’80’, unico tentativo di impostare una ‘programmazione’ nazionale per lo sviluppo. Poi nulla fino ai primi anni ’90, quando compare (L. 142/1990) la curiosa
dizione ‘città metropolitana’, poi traslata nel riformato Titolo V della Costituzione. La stessa legge attribuiva alle province la competenza per i piani territoriali di coordinamento (L. 1150/1942), pensati invece per parti di territorio da ‘governare’ direttamente attraverso i Provveditorati statali. Per qualche anno si è pensato così che le ‘città metropolitane’ potessero coincidere con le province, ma l’ipotesi non regge alle verifiche, salvo forse in pochi casi.
In questi anni, comunque, l’espansione ‘discontinua’ e le ‘città metropolitane’ hanno continuato a lievitare, in assenza di autorità di governo e di provvedimenti di contrasto, e tanto meno di ‘riassetto’ e/o di riqualificazione degli insediamenti. Certo, sul tema si è molto discusso, ma essenzialmente, purtroppo, della costituzione degli enti metropolitani e, soprattutto, di che cosa resterebbe una volta costituiti: una ‘provincia ciambella’ a Roma, uno o due mozziconi di regione a Milano, Genova e Napoli; e nel Veneto?
Sembra quindi che la ‘metropolizzazione’, continui a imbarazzare, perché resta ‘selvaggia’ e incontrollata, ma forse anche perché fanno ancor più paura i cambiamenti a cui si andrebbe incontro, se si tentasse davvero di risolvere il problema. Intanto i governi che, come il parlamento, continuano a non occuparsi della ‘questione città’, sono costretti di tanto in tanto a conferire speciali poteri di ‘commissario’ ai sindaci delle grandi città, naturalmente senza risorse aggiuntive: per il traffico, la delinquenza, l’immondizia o i depuratori o, sempre più spesso, per i deficit di cassa. Poteri validi, però, solo sul loro territorio comunale, mentre i fenomeni – e proprio questo è il problema – sono evidentemente più estesi.
Senza voler scaricare tutte le colpe sulla classe politica, il confronto con altri paesi europei, per non andare lontano, è davvero impietoso.
Soprattutto dopo la crisi degli anni ’80, che ha trasformato la ‘società industriale’ in ‘post industriale’, producendo per contrasto, in molti paesi, una sorta di ‘rinascimento urbano’. E gli investimenti per le (grandi) città sono stati la principale leva di rilancio dell’economia, oggi più che mai ‘urbana’. Anche in questi paesi ci sono state critiche e proteste per il nuovo volto delle grandi città, e anche per il connubio tra poteri pubblici e investimenti privati, elemento ricorrente nelle pur diversissime esperienze nazionali, che certo non sempre ha prodotto soluzioni ragionevoli e adeguate, ma che sembra tuttavia obbligato, e per altro assunto dalla UE come condizione per erogare finanziamenti.
E grazie a questi finanziamenti anche in Italia si sono fatte esperienze di questo tipo, anche se più limitate, per numero, dimensioni fisiche e investimenti, per rilevanza dei soggetti coinvolti e per l’impatto fisico ed economico sulle città. Le critiche restano invece modeste e generiche: la città che cresce ‘troppo’, le case che costano ‘troppo’, palazzi ‘troppo’ alti, le aree libere che scompaiono (e se si costruissero villini?), i ‘troppi’ e ‘troppo’ grandi centri commerciali, il traffico, davvero ‘troppo’, prodotto per lo più da quelli che protestano. Prima di chiedere ai nostri politici di occuparsi davvero delle grandi città dovremmo forse chiarirci le idee: ora viviamo di fatto come cittadini metropolitani, ma sognando paesi e cittadine, o ‘quartieri comunità’, forse mai esistiti, e in cui forse non vivremmo volentieri. Intanto i nostri migliori laureati,
che magari condividono questi ‘luoghi comuni’, vanno quasi tutti a lavorare nelle grandi città europee e del mondo.

PA
Università di Roma Tre, Direttore di ‘Urbanistica’

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