Nella terra dei Nuraghi

Casa per le vacanze in Sardegna

Servizio di: Maria Luisa Bonivento
Testo di: Walter Pagliero
Foto di:Tiziano Canu

Questa villa ha una doppia anima: fuori si presenta come una corazza di pietra, dentro come l’interno di una conchiglia con meandri filettati di blu.

Fuori c’è quanto di più aspro e affascinante si possa immaginare: una zona dal sapore arcaico, piena di grandi massi di granito grigio che si mescolano alla macchia mediterranea prima di irrompere accanto alla casa. Ma anche la costruzione partecipa della mitica dimensione pietrosa: ha fianchi megalitici e anche il portico, che vuole essere molto
arioso, è stato costruito con una sovrabbondanza di pietre. Guardando da fuori, il soggiorno si presenta come un delicato intrico di antri curvilinei che ricordano un poco i “sassi” di Matera, cioè le straordinarie architetture scavate nella roccia. Vi è lo stesso desiderio, dovuto a un comprensibile bisogno di normalità, di alleggerire, di dimenticare
la roccia dentro cui si è entrati per vivere. Si soggiorna meglio in un macigno, se l’interno assomigli a quello di una qualsiasi casa mediterranea.

“Qualsiasi” fino a un certo punto però; perché queste aperture ad arco che diventano una spirale nell’architettura spontanea dei pescatori non si erano mai viste. Per spiegarle bisogna tornare all’inizio della colonizzazione della Sardegna da parte di speculatori (in senso buono) venuti dal continente. Quando l’Aga Khan decise di fare un’operazione in grande stile acquistando dai contadini per poche lire larghe fasce di terreno, per loro improduttivo, su una costa abbandonata da Dio e dagli uomini che poi chiamò Costa Smeralda, ha avuto una visione molto lungimirante: creare per i vip europei un nuovo luogo di vacanze che fosse chic come la costa azzurra ma barbarico come la Corsica. Questa ripianificazione del paesaggio prevedeva un’edilizia di lusso: grandi alberghi con piscine “naturali” a bordo mare e una serie di ville di cui quella per lo stesso Aga Khan è stata la prima.
Chiamò salomonicamente due architetti di diversa nazionalità: Vietti, italiano, che costruiva già ville per le grandi famiglie in uno stile “mediterraneo” che ben si accordava ai suoi progetti, e Cüelle, francese, che s’ispirava all’architettura spontanea più tormentata, a Gaudì, e alle cavità di certe grotte scavate e levigate dall’acqua. I due partirono insieme, ognuno per la sua strada e con i suoi fans, costruendo mirabili “pezzi unici” che andrebbero tutelati dalle belle arti.

Tutto questo è il retroterra culturale di questa villa dell’entroterra, abbastanza strana per chi ha in mente i villini di Rapallo, ma del tutto normale per chi è abituato ad andar per ville in Costa Smeralda. Questi grandi archi che fanno da quinte avvolgenti si sono già visti negli interni dell’architetto Cüelle, e sono diventati quasi un biglietto da visita per le persone aggiornate: si sa che quando è il momento di andare a nanna occorre prima percorrere perigliose scale spiraliformi per poi rintanarsi in camere fatte a uovo, è la moda. Qui i muri sono invece più tradizionali, cioè stanno in piedi in maniera verticale, è solo sul soffitto che si imbarcano in piccole volte. Niente effetto grotta, quindi. Ma c’è un’altra cosa che colpisce: i profili blu lungo gli spigoli. Tutto l’interno viene così sottolineato, e lo spazio bianco tipico delle case mediterranee, solitamente luminoso e coeso, viene qui scandito in volumi semplici che si rincorrono in inedite prospettive a canocchiale. Un fatto nuovo per la Sardegna.

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