Nella casa di un maestro.

Testo di: Walter Pagliero

Nell’antica cittadina di Chiari, in provincia di Brescia, ora vive e lavora Giovanni Repossi, mitica figura dell’ambiente artististico milanese, pittore, scultore e docente dell’Accademia di Belle Arti.

Quanto può fare un camino in una casa piena di quadri e di sculture importanti come l’abitazione del maestro Giovanni Repossi? Può fare molto e, come i collezionisti d’arte ben sanno, i riverberi della fiamma donano molto sia ai dipinti ad olio che alle sculture, perché il “tremulo” d’intensità del fuoco dà profondità e dinamismo alle immagini; i ritratti poi sembrano divenire parlanti. In questo caso l’armonico camino rinascimentale in pietra grigia è di per sé una presenza, un personaggio che affascina con la sua grande bocca piena di fuoco. I quadri di Giovanni Repossi, con la loro densa atmosfera di mistero e di sortilegio, si sposano perfettamente con tale fantastica perfezione. Si sa, l’arte attira l’arte, e come il maestro Repossi ha attirato nella sua casa, per via di amicizia, dipinti di autori ormai passati alla storia dell’arte, così anche il camino non poteva essere un oggetto qualsiasi. L’ampiezza e la musicalità delle sue volute, accostata alla ricchezza ed eleganza delle trabeazioni, fanno di questo camino un vero pezzo di scultura, un oggetto da collezionista. Ma un camino, per monumentale che sia, è sempre un camino e la sua funzione rimane quella di riscaldare e rallegrare chi gli sta vicino. Qui vive in simbiosi con divanetti e poltrone, che lo circondano come la platea di un teatro dove si rapprensenta, per l’ennesima replica, lo spettacolo del dio fuoco, sempre nuovo e mutevole per chi lo ama.

Tra storia e mito Una riflessione su Giovanni Repossi a cura di Mauro Corradini Dalle pareti, dal cavalletto, nell’ordinato disordine dello studio, a chi entri nel laboratorio di Giovanni Repossi vengono numerose immagini: sono i sogni, le riflessioni, il mestiere, anche, di chi ha lungamente appreso a tradurre in iconografie i pensieri della mente, la saggia malinconia che accompagna l’uomo, è stato scritto, fantasmi di malinconia attraverso cui l’artista scrive la sua vicenda espressiva. Sono ormai cinquant’anni che Repossi scrive la sua storia, il suo progressivo abbandono della realtà sull’onda lieve della memoria; anche Repossi, come tutti i giovani della sua generazione, è partito dal prelievo, si è sentito interprete delle tensioni sociali che hanno attraversato il nostro Paese nella difficile ricostruzione (fisica e morale) del secondo dopoguerra. Poi, la sua vicenda espressiva si è sviluppata in altra direzione: ha potuto scorgere al lavoro e dialogare in Accademia con gli ultimi grandi narratori dei realismi tra le due guerre, ha parlato e discusso con Funi sulla grandezza degli eroi antichi. Difficile abbandonare tutto questo patrimonio per inseguire l’attualità che viene invadendo la vicenda dell’arte, proprio negli anni della sua prima maturità; difficile soprattutto abbandonare quella capacità espressiva, tanto faticosamente conquistata: e quanto più la mano è agile nel muoversi sul foglio, tanto più la cultura deve rinserrare, costringere, guidare e piegare, perché la mano vada dove vuole la mente, non dove vuole l’occhio: castigare il talento naturale della mano che traduce in segno l’immagine per ottenere. Da qui il bisogno di temi e tecniche diverse, che l’artista ha utilizzato nel corso degli anni, dal disegno all’incisione, dall’olio alla tempera, dall’affresco all’acquarello. Anche Repossi, sul finire degli anni cinquanta, appare attratto dalla nuova figurazione, e nel decennio successivo dall’uso pop dell’immagine: ma la cultura è fatica, non abbandono alle mode. Sul finire degli anni sessanta, i suoi paesaggi appaiono scanditi su ritmi, strutture formali, per mediare tra l’urgenza delle nuove ricerche e il bisogno segreto di misura: le strisce colorate a disegnare improbabili arcobaleni o sognati orizzonti squarciano il cielo e ne riportano la forma in equilibrio. In tutte le scelte poetiche di un cammino così lungo, c’è l’inconsapevole rifiuto di ogni tentazione espressionista, quasi a voler frenare l’emozione, per far emergere la forma. L’emozione vive tra le righe, è il sottile rovello che compare nell’angolo dimenticato, dove la forma si scioglie e tutto sembra fondersi in un grumo.

È la via che Repossi ha utilizzato per giungere alla memoria, alla riconquista del passato, filtrato dal ricordo. Un ricordo accatastato, irregolare, non ordinato, come lo studio: tutto si sovrappone e si accavalla. L’opera è un dialogo tra le forme, un sedimentarsi di figure, ognuna delle quali ha una sua legittimità, una sua verità: legato alla cultura della sua generazione, il pittore lascia aperta la finestra sul mondo, e da quella entrano le paure, le inquietudini, le miserie e banalità della vita quotidiana, e si commisurano con le vicende di una memoria, avida (ricca) di passato. Dalla memoria che si incanta nei giardini sognati, il pittore viene trascorrendo verso il mito, iniziando uno dei viaggi più singolari dell’ultimo ventennio dl secolo che abbiamo appena trascorso. Il mito, la verde Irlanda, la storia colta di una tradizione mediterranea sono i riferimenti per definire le speranze e i progetti di una generazione che della ricostruzione ha saputo cogliere solo la disillusione. La certezza vera è nell’arte, per questo anche la vita si confonde con i ritmi delle differenti tecniche, quasi che il
vivere fosse un’espressione dell’agire artistico, Repossi si è conformato all’arte, ai saperi e alle emozioni che di ogni tecnica sono componente specifica. La vita è un’altalena di sensazioni che discendono dal fare, fino al recente approdo alla tecnica dell’acquarello, che trascrive con l’immediatezza del colore liquido le forme dei suoi sogni: confermandosi anche in questo è un classico, un classico moderno. Nello studio solo qualche segno di un’attività decorativa (affresco, encausto, tempera a secco) che ha praticato e ancora pratica, tra i pochi, in una realtà dove tutto sembra in evoluzione: rimane ancorato alla sua pittura, certo che le verità vengono ancora dalla forma e dal mestiere.

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