Nel segno della riconoscibilità e ospitalità


Un profilo teologico-simbolico per le chiese di oggi

Nell’incontro sull’architettura delle chiese, organizzato a fine 2006 da Mons. Gianfranco Poma, Responsabile della Commissione per le Nuove Chiese dell’Arcidiocesi di Milano, Mons.Virginio Sanson, Responsabile per i Beni Culturali della Diocesi di Vicenza, ha svolto un intervento, di cui riportiamo ampi stralci, sui rapporti tra teologia e progettazione.

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E’ utile rilevare come la Lumen Gentium, dopo aver affermato la natura essenzialmente trinitaria e misterica della
Chiesa come ‘sacramento di Cristo’ in rapporto al ‘Regno di Dio’, al n. 6 ne offra anche una serie di immagini bibliche desunte sia dalla vita pastorale o agricola, sia dalla costruzione di edifici o anche dalla famiglia e dagli sponsali, e che si trovano già abbozzate nei libri profetici: la chiesa è un ovile (Gv 10,1-10), un gregge (cf. Is 40,11; Ez 34,11s), un podere e una vigna (1Cor 3,9), un edificio (1Cor 3,9.11; 1Pt 2,4-5; Ef 2,19-22), una famiglia [> casa di Dio] (1Tm 3,15), tempio santo, città [> nuova Gerusalemme], sposa dell’Agnello (Ef 5;Ap 19,7), pellegrinante [> tenda]; al n. 7 la presenta anche come corpo di Cristo; al n. 9 la descrive come popolo di Dio. Poiché la chiesa-edificio si trova in un rapporto epifanico nei confronti della chiesa-comunità, è evidente che queste immagini potevano offrire suggestioni e stimoli molto interessanti alla fantasia creativa degli architetti, oltre che ai pastori delle comunità. E in realtà, molti architetti vi si sono ispirati, quando hanno modulato il tema dell’edificio sacro come casa (di Dio e/o del popolo-di-Dio e/o della famiglia-di-Dio), oppure come tenda (del convenire insieme, del celebrare in movimento), o come ovile, con riferimenti sia al paesaggio naturale che alla situazione urbanistica.
Notevoli tensioni ha creato la contrapposizione della chiesa intesa come casa-di-Dio o come casa-del-popolo, spesso ideologicamente forzata; mentre invece la vera natura dell’edificio sacro deve configurarsi come casa-dell’incontro tra il Padre e il suo popolo nel Corpo-di-Cristo (unico vero luogo di culto) per la potenza agapica dello Spirito santo.
Ma fin dal primo capitolo si afferma che "la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano". Per cui la chiesa-edificio, epifania architettonica della Chiesa Corpo di Cristo, a sua volta dovrebbe essere segno e sacramento dell’azione salvifica del Signore e della sua Sposa nei confronti di tutti gli uomini. E al n. 8 si sottolinea come la Chiesa sia ‘insieme’ (e non in modo contrapposto) "assemblea visibile e comunità spirituale.."; le sue due dimensioni "non si devono considerare due cose diverse; esse formano piuttosto una sola complessa realtà risultante di un duplice elemento, umano e divino", a somiglianza del suo fondatore, il Verbo incarnato.
Al n. 9 si sottolinea come la Chiesa, nuovo Popolo di Dio sia innanzitutto ek-klesìa, cioè ‘assemblea convocata’, che comporta perciò da parte dei fedeli un ‘uscire’ dalle proprie case, un ‘incontrarsi’ e ‘radunarsi’ in un solo luogo; e poi popolo pellegrinante, con la conseguenza di un ‘camminare’ verso un ‘escaton’, un approdo nella Gerusalemme celeste. L’edificio sacro perciò che la epifanizza è un luogo ‘verso’ cui convergere, e un luogo da cui ‘ripartire’ per nuovo cammino.
La dimensione del pellegrinaggio suggerisce stimoli per pensare la chiesa come luogo di arrivo, transitososta e partenza, e quella dell’escaton suggerisce richiami alla Gerusalemme celeste come a un qualcosa che sta al-di-là e oltre l’edificio terreno. L’azione liturgica si colloca dunque nel momento intermedio della sosta, a cui si arriva, ma per ripartire. Al n. 13 si afferma che "tutti gli uomini sono chiamati a formare il popolo di Dio. Perciò questo popolo… si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli… [in quanto Dio] vuole radunare insieme tutti i figli dispersi (cf Gv 11,52).
La chiesa-edificio pertanto deve porsi come luogo di accoglienza di tutti gli uomini di buona volontà, che in qualche
modo si sentano attratti verso di essa.

La Costituzione Gaudium et Spes
La quarta costituzione conciliare GS ha preso in considerazione il rapporto fra la Chiesa e il Mondo, quello contemporaneo in particolare. L’idea centrale del documento è la chiarificazione del ruolo della Chiesa, che non si pone di fronte al Mondo come alternativa per la salvezza, quasi che il mondo fosse una realtà fuori dell’orizzonte della salvezza stessa, e come se il Mondo dovesse diventare Chiesa per essere salvato. Il Mondo nella sua realtà creaturale di cosmo, terra, umanità e storia è innanzitutto opera dell’amore creante ed appellante di Dio, e questo suo statuto originario non può essere distrutto dalla malvagità umana, per cui c’è sempre la possibilità della salvezza, purché si ri-orienti a Dio, in obbedienza ai suoi appelli. La Chiesa è una comunità di chiamati alla salvezza, non tanto e non solo per sè stessa, ma piuttosto per essere mandata ad annunciare al Mondo che Dio lo vuole salvare in Cristo mediante lo Spirito, e ad offrire a tutti la comunione che Dio dona e instaura. Il Mondo salvato diventa così a poco a poco Regno-di-Dio, in cui Dio è tutto- in-tutti; a quel punto la Chiesa come istituzione scomparirà del tutto, avendo svolto il suo mandato nel tempo della storia.

Il santuario di Maria Theotokos di Loppiano, caratterizzata da vetrate istoriate, espressione di gioia
(v. CHIESA OGGI architettura e comunicazione n. 74/2006).

Questa nuova e più evangelica auto-comprensione della Chiesa-comunità avrebbe dovuto ispirare anche la collocazione e la conformazione della chiesaedificio, sia in rapporto al creato nella configurazione paesaggistica, sia in rapporto alla città
nell’inserimento urbanistico.
Data l’evidente natura incarnazionista del popolo di Dio che si prolunga come Corpo di Cristo nel tempo e nello spazio, anche la sua dimora, cioè l’edificio sacro, si incarna, per così dire, nel paesaggio, assumendone tutte le valenze spaziali ed emozionali umane (in quanto paesaggio-abitato), e si incarna ancora di più nel paese-città, condividendone tutte le
caratteristiche strutturali, funzionali ed estetiche (in quanto manufatto umano di civiltà).
E data la natura kerigmatica e comunionale della comunità credente, la casa che la ospita, mentre per un verso si racchiude in un interno di intimità per le proprie celebrazioni, alle quali è convocata ed adunata accedendovi con uno stacco dal quotidiano, per un altro all’esterno si apre all’annuncio, alla testimonianza ed alla condivisione, senza frapporre barriere difensive ingiustificate, coltivando un atteggiamento invitante all’avvicinarsi del cosiddetto ‘lontano’.
Tali atteggiamenti esistenziali del vissuto della comunità determinano da una parte un’espansione del concetto di ‘luogo sacro’, inteso generalmente solo come spazio celebrativo, verso un insieme di spazi adiacenti necessari per i servizi comunitari alla fede e alla carità (cf l’idea predominante di complesso parrocchiale), e dall’altra un’apertura dialogica di questi spazi verso il territorio, il paesaggio, la città e la storia del vissuto comune degli uomini.
In questo contesto acquisisce particolare rilievo architettonico la configurazione degli spazi e degli elementi sogliari
della chiesa, come il sagrato o realtà simili (come chiostri, porticati, ecc.), e degli spazi ed elementi di visibilità e di raccordo (come il campanile e i percorsi di accesso).
Questa consapevolezza ha spinto a immaginare gli spazi della comunità e quelli celebrativi in particolare come connotati di gioia, di festa, di serenità, dove i colori chiari e la luce prevalgono su configurazioni oscure e deprimenti.

Interventi delle Conferenze Episcopali
Dal 1965 al 2000 alcune Conferenze Episcopali sono intervenute per dare direttive e disposizioni sulla costruzione
di chiese nuove e sull’adeguamento di quelle storiche, in applicazione dei documenti conciliari e quelli immediatamente post-conciliari, come la Inter Oecumenici del 26 settembre 1964. Non tutti i documenti trattano esplicitamente dell’aspetto esterno delle chiese e dei loro elementi sogliari; alcuni anzi lo ignorano del tutto.
Il documento del Patriarcato di Lisbona parla degli ‘accessi’: "Parlando di accessi, preferibilmente di ‘entrate’, nasce la nozione di percorso, che inizia dalla porta di entrata. Sarebbe troppo limitato stabilire in astratto la forma migliore per entrare in chiesa, ma, d’altro canto, interessa stabilire il modo di passare dalla strada all’interno della chiesa: che questo passaggio sia graduale, si pone come esigenza psicologica; che questo passaggio sia significativo, si pone
come esigenza liturgica; che questo passaggio sia invitante, si potrebbe anche dire convocativo, è esigenza pastorale. Per ottenere questo si deve ricorrere a mezzi capaci di costituire un percorso graduale, significativo e invitante; il sistema
atrio-nartece non è l’unico e in certi casi sarà sconsigliabile.
La soluzione dipenderà, come è evidente, dalla impostazione globale di tutto il complesso. Intanto, se possibile, sarà bene che questo percorso includa uno spazio per la riunione, per l’incontro dei parrocchiani, o che il tutto realizzi questa possibilità".
Il documento della Provincia ecclesiastica di Montreal, a firma del Card. Léger, riprende l’antica tradizione: "Il nartece o vestibolo sarà un luogo di transito tra il sagrato e la navata", e prende in considerazione anche il problema dell’accoglienza dei bambini: "Alcune chiese hanno allestito un locale adiacente alla chiesa (cryingroom), dove i genitori accompagnati da bambini possono seguire la celebrazione della Messa. L’esperienza non è molto soddisfacente dal punto di vista dei genitori e della loro partecipazione alla liturgia. Sembra preferibile custodire i bambini in altro luogo".
Una piccola raccomandazione è contenuta anche in un documento della Conferenza Episcopale USA del 1978, al n. 54: "E’ raccomandabile progettare degli spazi di raccordo tra l’ambiente liturgico e un atrio o ‘foyer’ o altro ambiente adatto per radunarsi prima e dopo le celebrazioni. In alcune zone, dove il clima lo consente, può essere situato all’aperto. Questi luoghi di incontro possono favorire le presentazioni, le conversazioni, la partecipazione a rinfreschi al termine della liturgia, e creare un maggior senso di comunità che oggi è considerato un requisito previo a una buona celebrazione".

La chiesa Herz Jesu di Monaco di Baviera, caratterizzata
da grande rigore formale (v. CHIESA OGGI
architettura e comunicazione n. 69/2004-2005).

Riflessioni conclusive
Durante la celebrazione liturgica l’assemblea è ‘orientata’ all’altare-Cristo, e, oltre l’altare, verso l’abside (in avanti) e/o verso la cupola (in alto), nella tensione escatologica dell’attesa del Signore, per essere elevati alla gloria insieme con lui dopo il lungo cammino della vita.Terminata la celebrazione, la sequenza del percorso aula>porta>nartece>atrio invita
i fedeli, dopo la ‘sosta’ celebrativa, a ri-tornare gradualmente alla vita civile nell’impegno dell’annuncio, della vita etica e della testimonianza. Questi transiti di andata-ritorno sono graduali, senza barriere e senza ostacoli: gli spazi nella loro ‘progressione’ e ‘regressione’ modulano gli stessi moti e i sentimenti dell’animo dei fedeli, secondo le più normali
leggi psicologiche di auto-comprensione e quelle sociologiche di associazione, rispettandone dunque le loro dinamiche interiori. Per quanto riguarda poi la ‘connotazione’ dell’edificio sacro attraverso ‘segni’ aggiunti, compreso il non sempre
uso creativo della ‘croce’, è necessario rilevare come la ‘riconoscibilit&agr
ave;’ debba sgorgare piuttosto dalla stessa invenzione formale-architettonica. Riporto a proposito una bella riflessione dell’episcopato tedesco in un recente intervento (1988) sulla valenza simbolica dei ‘materiali’: "Nella costruzione di chiese architetti e artisti non si servono di materiali diversi
da quelli degli altri edifici. La materia è la stessa, ma viene collocata in un contesto di significati nuovi.
Nella loro forma architettonica e artistica le cose diventano portatrici di significati che rimandano al di là di ciò che è superficialmente materiale. Come ambiente strutturato, esse rendono per gli uomini credenti il mondo trasparente di Dio. Il mondo materiale ottiene così per il credente il suo significato ultimo di creatura di Dio. Le cose vengono interpretate alla luce del Vangelo e così diventano significative. Al riguardo si tratta non di una sacralizzazione nel
senso di una segregazione, ma di un emergere delle tracce del Creatore delle cose" (p. 138).

Mons. Virginio Sanson

(I documenti della Conferenza Episcopale Italiana sulla costruzione e l’adeguamento delle chiese, che il testo di Sanson ampiamente cita, sono stati pubblicati su CHIESA OGGI architettura e comunicazione n. 22/1996).

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