Maurizio Oddo – Permanenze storiche e mutazioni contemporanee

 

Permanenze storiche e mutazioni contemporanee. L’insostenibilità del progetto del nuovo. Non si tratta di un ossimoro, ma semplicemente della registrazione di una sconfitta ovvero l’esplicitazione di un paradosso in atto, tra mito e storia tra storia e progetto; quel mito che, come sottolinea Roland Barthes (Miti d’oggi), priva di ogni storia l’oggetto del suo discorso. In esso, la storia evapora come una domestica ideale: prepara, porta, dispone, il padrone arriva e lei scompare silenziosamente, come misteriosamente scompare l’intervento di Minissi dalla Villa del Casale.
Facciamo un passo indietro. Nel corso del XIX secolo vengono portati alla luce i resti di una villa della tarda romanità, nota come villa del Casale dal nome della località in cui sorge, con ‘la serie più grande e completa di mosaici che siano mai stati scoperti in un solo monumento’ (C. Brandi, Sicilia mia).
A partire dagli anni ’50 del secolo scorso, inizia l’opera sistematica degli scavi accompagnata da alcune azioni impossibili in cui le tracce, la memoria e le aspettative di senso del progetto rimangono gli elementi eletti che possono continuare a fungere da riferimento per una – indebolita – legittimazione, non solo di un senso retrospettivo, esclusivamente legato al passato, ma anche contemporaneo, attraverso un’architettura, o un intervento critico di architettura che voglia vivere
radicalmente questa esperienza.
Nel 1954, viene bandito il concorso per la copertura dei mosaici della villa, destinato a coniugare le ragioni della tutela monumentale ed ambientale del vasto complesso costruttivo e decorativo con quelle della protezione. Il bando di concorso viene inviato, tra gli altri, a Franco Albini, ai BBPR, a Carlo Mollino, a Pier Luigi Nervi, a Ignazio Gardella, a Giovanni Michelucci, a Carlo Scarpa, ad Adalberto Libera e a Franco Minissi che, a causa del brevissimo periodo di tempo assegnato – soltanto due mesi – sarà l’unico a consegnare il progetto richiesto, elaborato nella sua versione definitiva, insieme a Cesare Brandi. Quest’ultimo esporrà, nel suo volume Archeologia siciliana del 1957, i fondamenti teorici dell’intervento di restauro: rifiuto categorico di una ricostruzione filologica della villa – che caratterizza, invece, il progetto in fase di realizzazione-conservazione in situ dei mosaici, protezione degli stessi mediante strutture leggere di copertura sorrette da sostegni ‘invisibili’ ancorati alle antiche murature ancora esistenti, utilizzo delle stesse murature come base dei camminamenti per il percorso museale. Viene scelto il perspex, materiale trasparente, che modellato a profili e lastre, forma le coperture, le pareti e i brise-soleil corrispondenti; esili sostegni d’acciaio, ancorati, sorreggono la copertura a uno o a due spioventi con un originale velario interno che diffonde la luce ed elimina le ombre sui mosaici provocate dalle strutture metalliche.

I lavori, completati nel 1959 (la Legge sui Beni Culturali prevede un intervallo minimo di 50 anni per la dichiarazione del Bene monumentale), sono accolti positivamente dalla critica che indica l’intervento come un caso esemplare da seguire anche successivamente; un caso unico all’interno del restauro dei monumenti e della museologia moderna.
Durante il ventennio successivo, nonostante alcuni nuovi interventi – il padiglione della biglietteria, il viale di ingresso e il completamento di alcune coperture – a firma dello stesso Minissi, il complesso subisce una serie di danni che, legati principalmente ad alterazioni e dismissioni arbitrarie di alcune parti essenziali del progetto originario, modificano i sistemi di areazione e di ventilazione naturale con il conseguente effetto serra all’interno dei singoli padiglioni.
La mancata manutenzione e i catastrofici eventi degli anni Novanta, a partire dall’alluvione del 1991, completano il quadro. Riconosciuta dall’Unesco, quale bene di interesse mondiale, la villa è stata interessata dal Programma regionale per il recupero dei beni culturali (POR 2000-2006) il cui progetto, nel 2003, è stato affidato all’architetto Guido Meli, Direttore del centro regionale per la progettazione e il restauro di Palermo, con il coordinamento generale di Vittorio Sgarbi.

Importo a base d’asta, 13.755.000,00 Euro. Scartate alcune ipotesi iniziali, come la grande cupola di Mario Bellini e il progetto presentato da Guido Canali, scartata ogni ipotesi di concorso di progettazione, viene promossa la ricostruzione filologica e opaca dell’intero complesso.
Il nuovo progetto, infatti, nega la trasparenza e la leggerezza della villa pensata da Minissi quale elemento fondante ed irrinunciabile del progetto di restauro.
Sinteticamente, il nuovo progetto Sgarbi/Meli prevede:
 la cancellazione del progetto spaziale di Minissi, considerato e riconosciuto vero e proprio topos della museografia moderna;
 in opposizione alla citata trasparenza, l’uso della muratura continua e del legno rivestito di rame preossidato per la copertura;
 la chiusura perimetrale dei muri con l’evidente rischio di realizzare una ricostruzione falsamente imitativa dell’architettura originaria della villa.

Come ha fatto rilevare Marco Dezzi Bardeschi, proponendo di riprendere le linee guida del progetto originario attraverso soluzioni tecnologicamente più avanzate, il vero problema dei 3.500 mq di mosaici pavimentali della Villa e della sua copertura sperimentale è sempre stato quello della manutenzione periodica, inutilmente reclamata e mai ottenuta, dallo stesso Minissi.
Parafrasando Martin Heidegger (L’arte e lo spazio), i resti della villa, contrariamente a quanto richiesto dall’intervento in atto, non possono agire in funzione legittimante il progetto e per certi versi rassicurante, ma principalmente in senso sospensivo, nel senso cioè di far oscillare l’evento-progetto collocandolo in relazione a un fondo che anche lo ‘sfonda’, ne accentua la provvisorietà, a partire dalla coppia progetto del nuovo/testimonianza storica. La rovina, scrive Georg Simmel, crea la forma presente di una vita passata, non in base ai suoi contenuti o ai suoi resti, bensì in base al suo passato in quanto tale.
Sul piano pro
gettuale concreto, l’intervento tende a risolvere con allusioni alla memoria dei luoghi, dei materiali, dei residui. Ma questa memoria è ancora una volta legata al valore delle testimonianze archeologiche in sé piuttosto che alla forza icastica ed univoca delle immagini di progetto; delle immagini di un nuovo edificio – perché di questo si tratta – ovvero della caricatura di un antico complesso romano che fa tornare in mente Georges Simenon di Cecile è morta: ‘Il
municipio non era né antico né moderno: era brutto, brutto nella forma, nelle proporzioni, nei materiali, brutto fin nei minimi dettagli’.

Villa del Casale, Piazza Armerina, Enna

 

Il nuovo progetto, infatti, non prevede ristrutturazioni puramente funzionali o puramente restaurative dell’intervento di Minissi; a differenza delle strategie culturali più aggiornate, esso è lontano dal considerare il sito archeologico come una delle parti più moderne dell’intero territorio. D’altro canto, parafrasando Heidegger, abitare un luogo, avendone cura e riaggiustandolo continuamente, non ha nulla da fare con l’irrigidimento storicistico di certe operazioni in fondo museali, di pura e semplice ripresa monumentalizzante di forme del passato come la ricostruzione finto filologica in atto, un’ennesima forma di rassicurante legittimazione di scelte errate ed impraticabili a monte. Alla leggerezza dell’intervento originario, il nuovo progetto oppone la pesantezza dell’arbitraria ricostruzione muraria.
Nel progetto coordinato da Vittorio Sgarbi compaiono ben 20 consulenti scientifici: dall’analisi dei materiali alle scienze botaniche, passando per gli impianti elettrici. Unica grande assente l’architettura; un’assenza dovuta principalmente al disinteressamento degli storici dell’architettura che, per definizione, non sono portati, all’interno dei loro studi a tenuta stagno, al pensiero progettuale ma, al contrario, all’antitesi della progettualità. Essi sconoscono che l’essere in grado di
leggere un’architettura senza interporre un’interpretazione soggettiva rappresenta non solo ‘la forma ultima di esperienza interiore’, stando a Nietzsche, ma anche la certezza di non dare al racconto stesso un senso. Rimane il dubbio che evoluzione e cambiamento siano stati due concetti trascurati nel progetto di Guido Meli che si presenta con
la pretesa di attuare un tentativo di comprensione e spiegazione logiche e consequenziali che cancellano gli interventi progettuali del secolo scorso. La storia, d’altro canto, non è per il progetto semplicemente un insieme cronologico di eventi susseguentisi nel tempo: soltanto uscendo da questo barbaro equivoco si può pensare di aprire impensate
possibilità di integrazione tra tutte le possibili ‘storie’ che, all’interno della odierna società globalizzata, non possono non comprendere la contemporaneità. Siamo noi – dice Lucien Fèvre – che, nel bisogno di ‘organizzazione del passato’, diamo un ordine, che continuamente viene rivisto, ad una catena di fatti apparentemente senza significato.
L’insistenza sulla ricostruzione filologica del progetto promosso dalla Regione piuttosto che sul disporre e decidere sul progetto contemporaneo ha da fare profondamente con la nostra attualità: con quella degli architetti, ai quali nelle condizioni attuali del progettare si chiede sempre più un lavoro di riaggiustamento e sempre meno di ‘costruzione’.
La cancellazione della tracce del progetto di Minissi accompagna, come contrappunto paradossale, una tendenza generale che si registra nel campo del restauro architettonico: se rimane un significato al progetto questo è legato alla perdita delle sue sicurezze e all’assunzione di aleatorietà nel segno della giusta interpretazione di un passato
nostalgico. Da questo discende, purtroppo, quella che ho definito all’inizio l’insostenibilità del progetto del nuovo.

MO

Università Kore, Enna

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Consiglio Nazionale degli architetti, pianificatori paesaggisti  e conservatori
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