Massimo Pica Ciamarra – Discontinuità/differenze nel continuum urbanizzato

Per leggerne l’insieme, basta navigare con Google Earth: l’urban sprawl sembra un’immagine virtuale del ‘cosmic web’, la teoria per la quale nell’universo la materia scorre in rivoli formati dagli effetti gravitazionali della materia oscura, il 90% della massa. Dove la materia è più rarefatta, i filamenti si allungano; dove vi sono alte concentrazioni, come nelle galassie, si formano nodi. Meandri scientifici troppo complessi: l’ironia è forma comunicativa per eccellenza, quindi niente
immagini satellitari, nessuna endoscopia computerizzata dell’universo, al bando le immagini virtuali, ma due paradossi grafici che sembrano scrutare il futuro: (1) l’immagine datata del cratere del Vesuvio costruito fin su, col sottile ponte che lo scavalca; (2) i faraglioni di Capri in un recente disegno di James Wines. Due incubi, due esasperazioni, esiti qui impossibili. Ma dai paesi ad economia irruente vengono anche immagini in sostanza non troppo diverse, (3) costruzioni in corso, che richiamano fumetti di un quarto di secolo addietro.
Nei termini macroscopici, la diagnosi è condivisa. (4)

Quando Giovanni Marucci lanciò il titolo di questo Seminario, Luigi Prestinenza sollevò un dubbio: Si può parlare ancora di città continua quando questa sta assumendo la forma di enclaves residenziali o commerciali lungo le grandi infrastrutture, ma in sé chiuse e ipersorvegliate?’
Il fenomeno c’è – ma qui debole nel raffronto con Los Angeles o con qualche altra realtà non solo della California – ben delineato nelle ‘Geografie della paura’ di Mike Davis. Le enclaves ossessionate dalla sicurezza sono un’evoluzione logica degli accatastamenti di monadi caratteristici del costruire contemporaneo. Modelli che mettono in crisi l’identità delle città europee, mediterranee in particolare. Il magma prodotto da sommatorie di monadi non è la città continua, nulla a che vedere con ‘Madrid-ciudad lineal’ di Soria y Mata o con il senso di città vivo nella nostra cultura, felicemente testimoniato da quegli archeologi per i quali le città hanno cominciato a definirsi tali (5) quando lo spazio fra gli edifici ha assunto senso, o meglio quando il significato degli spazi di relazione ha cominciato a prevalere su quello dei singoli
edifici. (6) Già 40 anni fa lo srotolarsi del costruito sul territorio per Konrad Lorenz era fra i ‘peccati capitali della nostra civiltà’.
www.worldometers.info.it è un sito internet in almeno 20 lingue diverse che ‘rende disponibili le statistiche mondiali in un formato che fa riflettere’. Il contatore che registra, unità per unità, la crescita della popolazione mondiale segna ogni mese oltre 6 milioni di individui in più; per il contatore che misura il consumo di suolo nello stesso periodo scompare 1 milione di ettari.
Nelle aree urbane, traffico, impermeabilizzazione del suolo, luce, concentrazioni di materia e molti altri fattori determinano particolari microclima. Da qualche anno si misura l’‘impronta ecologica’ di ogni specifico sistema urbano, mentre i geologi affermano l’avvento di un’era nuova – l’antropocene – poiché si sta formando un’altra significativa
variazione nella composizione dei sedimenti dopo quella che segna il passaggio dal pleistocene all’olocene quando, oltre 10.000 anni fa, la fine della grande glaciazione mutò vegetazione e composizione del suolo. (7) Quella dell’inquinamento luminoso – raddoppia ogni 10 anni – è un’altra immagine satellitare significativa: Europa ed alcune aree scintillano; di contro ampi territori flebili, quando non bui.

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‘Città sostenibile’ è slogan diffuso. Esprime una tensione che coinvolge politiche sociali, economiche, territoriali, ma che a volte perde la visione integrata che ne è l’essenza. Squilibri a scala mondiale derivano da incoscienti sostegni a insostenibilità globali. Le singole azioni sono sempre a rischio: lo dimostrò Edward Lorenz con la ‘teoria del caos’ secondo la quale il battito di una farfalla in Brasile può provocare un tornado nel Texas. Ma consideriamo la nostra realtà. L’Italia fa parte del G8 fin da quando era G6; è una boutade, ma c’è chi dice che su questa penisola vi siano i 2/3 del patrimonio artistico mondiale.
Qui la popolazione ancora cresce, ma decresce nel contesto mondiale: 2,5% 50 anni fa, ora la terza parte, solo l’8 per mille, la stessa aliquota dell’obolo fiscale che ogni anno possiamo addirittura scegliere a chi destinare. In Italia la popolazione varia per caratteri e struttura.
In termini numerici è sostanzialmente stabile, ma il consumo di suolo pro-capite cresce anche qui, in qualche decennio ha perfino cambiato ordine di grandezza.
(8) Ha fatto scalpore la notizia che dal 2000 gli esseri umani in città sono più di quelli che vivono in campagna. In Europa o America in città vive quasi il 75% della popolazione. È un dato controverso: è segnale positivo, ma a volte segnala condizioni di vita disumane, crescita di malattie, drammi e tensioni sociali. In alcuni paesi più della metà della popolazione urbana vive in baraccopoli, senza acqua e fognature. Al di là delle patologie, vi sono forti differenze nei odi e nelle forme in cui si sviluppa l’urbano anche nelle aree per così dire ‘sviluppate’, differenze però che non dipendono dal PIL, l’indice che misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta come lo definì Robert Kennedy.
In Italia gli abitanti delle città superano di molto quelli che vivono in campagna, ma le città maggiori decrescono.
Torino, Milano, Firenze, Roma, Napoli perdono abitanti: Napoli 30 anni fa oltre 1.200.000, oggi 900.000. Il dato però è relativo a chi dorme; di giorno convergono in città numeri molto più elevati: garantiscono paralisi ed inefficienza. Nello stesso tempo nelle città si verifica un depauperament
o di funzioni urbane: i punti di incontro sono centri commerciali, ‘non luoghi’ e simili. Se ne cancellano le connotazioni identitarie, le città perdono di centralità. L’urbanizzato contemporaneo manca di ‘intelligenza del territorio’, mostra l’insostenibilità dell’insieme.
Non solo le periferie sembra non finiscano mai, come diceva Pasolini: le città contemporanee si saldano l’un l’altra, non hanno confini.

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The Endless City (La città senza fine a cura di Ricky Burdett e Sudjic Deyan – Phaidon Press Ltd 2007) è un’analisi interdisciplinare di sei metropoli: Berlino e Londra in Europa, New York e Città del Messico in America, Shanghai in Asia, Johannesburg in Africa. Non suggerisce di limitarne la crescita, ma lancia ipotesi per una migliore qualità di vita dal punto di vista sociale ed economico.
La riflessione sulla ‘città continua’ va circoscritta. Troppo diverse fra loro le varie realtà anche all’interno del nostro paese, non solo fra realtà dei vari continenti a volte semplicisticamente omologate. Peraltro nessuna delle città delle regioni del Mediterraneo è oggi una ‘città globale’ nel senso introdotto nel 1991 da Saskia Sassen, nessuna ha dimensioni unitarie di rilievo a scala mondiale. Nessuna delle città delle regioni del Mediterraneo oggi è fra le prime 30 città mondiali per qualità della vita, velocità di sviluppo o altri fattori significativi. Le regioni metropolitane di Roma, Napoli, Barcellona o Madrid sono fra le più grandi e le più dense, ma i fenomeni che le attraversano sono del tutto diversi da quelli delle megalopoli in trasformazione e crescita vertiginosa.
Malgrado i fenomeni patologici che ne trasformano il senso, le città del Mediterraneo dispongono di straordinari intrecci e stratificazioni che ne sostengono i valori. Finché le reti di cui erano parte si catalizzavano in ambiti ristretti, queste città si sviluppavano dando rilievo ad assetti spaziali fondati da legami diversi da quelli attuali. La rivoluzione dovuta ai mezzi di trasporto, quelli individuali in particolare, ha introdotto reti che hanno distrutto quelle più minute ed ha favorito
la metastasi urbana. L’interesse per le qualità spaziali si è andato via via riducendo, fin quasi ad azzerarsi. L’era telematica consolida questo processo tramite reti e spostamenti immateriali impensabili, favorisce nuovi stili di vita, però diversi nelle varie regioni del mondo: altrove la telematica è fattore di ulteriore disgregazione, nella nostra ‘terra di città’ è fattore di aggregazione, fa riscoprire i centri minori che per decenni si sono andati spopolando.
Il continuum urbanizzato comunque dilaga; dilagano monadi incapaci di costituire tessuti. Sono il prodotto di mentalità, abitudini, procedure ammorbanti; di logiche di pianificazione monofunzionale, di recinti industriali, lottizzazioni residenziali, villaggi per vacanze. È lontana l’era delle città compatte prodotte dall’esigenza di stare insieme, di difendersi, di collaborare, di non erodere il suolo, di consumare poco. Vivevano di integrazione, gli edifici si facevano ombra fra loro, rendevano piacevolmente vivibili gli spazi urbani. Oggi prevalgono altre forme di relazione.
Se il termine ‘città’ connota realtà ormai mutate, va accantonato?
Perché chiamarle città-continua o città-diffusa? Occorre un lessico nuovo capace di cogliere discontinuità e diversità e nel continuum urbanizzato dove il magma edificato si oppone a nuove infrastrutture, ostacola la continuità di corridoi ecologici e reti di ampio respiro utili a qualità ambientale e qualità delle condizioni di vita, ignora l’esigenza di formare nuovi paesaggi.

 

Patologia chiara, diagnosi evidente: non così le cure e i metodi per opporsi ad un degrado in apparenza ineluttabile. Non basta leggerne le cause contingenti: l’abbandono delle continuità edilizie per gli ‘isolati’ e i ‘recinti’; gli anacronistici standard; le normative settoriali; l’oscillare della priorità fra strutture e infrastrutture, non più in simbiosi; la velocità con cui sul territorio si accumulano ingombri, lontani dall’interpretare potenzialità e paesaggi; le dimensioni degli interventi; il frazionamento delle iniziative; e così via. Non bastano eccellenze o rari interventi di qualità. L’habitat contemporaneo mostra sprechi e ridondanze dovuti a modelli organizzativi e gestionali che hanno indubbie possibilità di innovazioni. Peraltro nel suo insieme è diseconomico. Non c’è utopia che non si basi su grandi scale di intervento o quanto meno
principi diffusi, né c’è realtà senza visione utopica.
Se non è possibile una drastica inversione, come riscrivere regole e principi alla base dell’urbano? (9) È ipotizzabile un ‘codice’ da declinare nelle specifiche realtà? Molti gli spunti che hanno anche attraversato questi Seminari. Potremmo cominciare con rendere simultanee le riflessioni sollecitate nelle varie occasioni dalla regia dei nostri Seminari.
Assunti compatibili, soprattutto adatti a fare sistema con l’obiettivo di ricucire visione territoriale e singole azioni di trasformazione, piani e progetti, visione strategica e programmi di intervento.

 

A livello di piano occorre pretendere una ‘carta’ unica o ipertesti aggiornabili di continuo, capaci di includere informazioni diverse, integrarle, farle interagire, saldare piano e progetto, non inseguire concatenazioni di conformità, ma compatibilità dinamiche. Gli apparati normativi vanno semplificati e rivoluzionati. Anche a livello di progetto, delle effettive
azioni di trasformazione dell’ambiente, urge una mutazione concettuale – da sostenere nei processi formativi e attraverso codici comportamentali – che spinga verso l’‘apofenia’ – il ‘prevalere delle relazioni’; l’‘apologia del non costruito’. Questioni già affrontate anche qui a Camerino, e sistemi di nuove centralità da stratificare nel tempo.
Nel pianeta vi sono realtà dove si costruisce sul mare, altre dove non spaventano grattacieli alti un miglio, altre dove le menti più brillanti di una nazione si riuniscono in conclave per idee nuove per un futuro radioso, altre a noi più vicine. (10) Nelle regioni del Mediterraneo, nella nostra penisola in particolare, il continuum urbanizzato ambisce iperconnettività e polarità diffuse, reti e nodi. Non servono più ‘piani’ carichi di obiettivi etici, partecipazione, equità; ma poi contraddetti da interventi concepiti come monadi. Occorre ‘crescere con arte’, agire sulla domanda, saldare visione strategica, piano, progetti. Occorrono ‘agopunture’ che materializzino logiche di relazione, evitino monadi, rifiutino ogni logica di settore, assumano l’interazione come proprio punto di fuga.

MPC

Vice presidente INArch

 

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