Mario Docci, Alfonso Ippolito – La città continua

Premessa
La città contemporanea, con le sue espansioni continue e indifferenziate, sta creando una molteplicità di problemi che, presi nel loro complesso, sono difficili da analizzare poiché sono concatenati e non sempre si possono scindere. Lo stato di disagio che queste nuove parti di città inducono sul comune cittadino, è stato più volte indagato, con risultati non sempre convincenti ed in alcuni casi contraddittori; mentre il problema della compatibilità ambientale ed il continuo consumo di nuove porzioni di territorio, sono percepiti da tutti.
Un altro aspetto da indagare è l’azione di disorientamento nel comune cittadino dovuto al continuo urbano, alle strutture edilizie indifferenziate e alla mancanza di gerarchie negli spazi urbani.

Le porte di Siena

Siena, Porta Camollia

I limiti della città
Le città europee, fino alla metà del secolo XIX, si connotavano per il loro perimetro, spesso definito da una cinta muraria, la città era racchiusa in un perimetro ben delineato e la città era solo ciò che stava all’interno, mentre la campagna era tutto ciò che stava fuori. Questa netta separazione aveva una notevole influenza sull’identità dei cittadini
che potevano riconoscersi nella loro città come elemento definito, alla cui immagine urbana contribuivano in modo determinante la cinta muraria e le sue porte, che segnavano il luogo di passaggio fra due distinti territori: la città e la campagna. In alcune città italiane questa identificazione con la città, che i cittadini avevano, è rimasta inalterata fino alla metà del secolo scorso. La mia città, Siena, ne è un esempio: le porte per noi senesi hanno sempre avuto un ruolo particolare, stare dentro le mura significava non solo essere cittadini, ma anche appartenere ad una contrada (quartiere). Per i senesi, nella graduatoria dei valori, prima viene l’appartenenza alla città e dopo alla contrada. Il ruolo
simbolico delle porte è tanto evidente che Porta Camollia, essendo il passaggio obbligato per chi proviene da nord (via Francigena), ha inciso sul fronte esterno una scritta (Cor magis tibi Sena pandit) ovvero: Siena ti apre più largo (che questa porta) il cuore. L’immagine ci mostra la porta con le sue trasformazioni medicee dei primi anni del ’600.
Verso la seconda metà del secolo XIX al momento della demolizione di molte cinte murarie e delle relative porte, si cercò di creare un nuovo tipo di porta o meglio l’ingresso alla città: questo ruolo venne affidato alla Stazione Centrale, che facendo arrivare i visitatori della città in un luogo significativo, mostrava così il volto della città. La funzione della Stazione come porta della città, sarà presto superata dall’avvento dell’automobile, che può accedere alla città seguendo percorsi non obbligati. Queste semplici osservazioni confermano il ruolo strategico svolto dai limiti della città e dai suoi punti d’accesso, le porte.
L’annullamento dei limiti della città a causa dell’espansione urbana è stata così forte che in alcuni casi ha determinato la fusione tra due o più città, generando la perdita d’identità e del senso d’appartenenza del cittadino, facendo insorgere nel medesimo anche un forte senso di disorientamento, non più riuscendo a trovare dei punti di riferimento, perché queste nuove parti della città, si presentano come un elemento continuo che non consente più all’utilizzatore, di percepire lo spazio urbano come un ambiente organizzato e strutturato secondo una gerarchia di valori.
Questi fenomeni, che agiscono sulla psiche dei cittadini sono ben noti, ma essi non vengono affrontati poiché da un lato vi è una scarsa attenzione da parte della pianificazione e dall’altra vi è l’azione dello spontaneismo e dell’abusivismo edilizio che edificano senza porsi alcun problema.

Roma, il fallimento dell’Urbanistica contemporanea. Tessuto urbano a campione: Tuscolano

Il fallimento dell’Urbanistica contemporanea
L’urbanistica, a partire dalla metà del secolo XX, ha mostrato i propri limiti, pensando di poter pianificare la città in ogni suo minimo dettaglio, realizzando così una pianificazione bloccata, che incanalava i singoli progetti architettonici verso una monotona ripetizione. Si pensava, in altre parole, che la città pianificata nei minimi dettagli, avendo anche definito le volumetrie attraverso le norme del regolamento edilizio, potesse risultare qualitativamente migliore, purtroppo così non è stato, molte espansioni delle nostre città tra gli anni cinquanta e la fine del secolo lo dimostrano.
Solo negli ultimi decenni del secolo scorso si è cominciato a prendere coscienza che l’Urbanistica doveva restringere il suo campo di azione, pianificando le infrastrutture principali e le grandi scelte strategiche, gli insediamenti, secondo la logica tipica dello Strategic Master Plan, lasciando l’attuazione del piano a progetti stralcio, in modo che la qualità dell’architettura potesse svolgere con maggiore libertà il proprio ruolo.
Va ricordato che il fallimento dell’Urbanistica contemporanea non deriva solo dalla qualità degli urbanisti e dal dibattito interno alla loro disciplina, ma in questo processo, ha un ruolo decisivo la politica, nelle sue varie accezioni. Va infatti tenuto conto dei margini di manovra che molte amministrazioni pubbliche italiane si sono riservate utilizzando lo strumento dell’accor
do di programma, strumento giuridico che come è noto consente di operare in deroga al Piano Regolatore Generale approvando nuove edificazioni che non tengono conto dei vincoli previsti dal medesimo. Questo strumento ha permesso ad alcune amministrazioni di realizzare enormi volumetrie per abitazioni e per servizi privati, che hanno cambiato il volto ad alcune nostre città. Il caso di Roma è emblematico, con lo strumento dell’accordo di programma sono stati realizzati molti ipermercati: si veda la zona est di Roma con centri Commerciali enormi come quelli di Ikea, Metro, Media World; con lo stesso strumento sono state aumentate le volumetrie abitative di alcune zone come quella della Bufalotta, di Acilia, della Romanina e molte altre. Ebbene questi insediamenti non solo hanno aumentato a dismisura le cubature attraverso gli accordi tra imprenditoria privata e amministrazione municipale, ma come immediata
conseguenza hanno determinato la crescita esponenziale dei volumi del traffico stradale; in alcuni casi questo strumento è stato utilizzato per occupare aree libere, ignorando il problema della compatibilità ambientale. L’utilizzo dell’accordo di programma non viene solo utilizzato nelle zone periferiche, ma anche per cambiare destinazione ad aree centrali come nel caso di Villa Ada in viale Romania a Roma, dove il cambio di destinazione di un parco vincolato, consentirà di realizzare la nuova sede per l’Università LUISS.
Vorrei ricordare che questi nuovi insediamenti stanno agendo negativamente sul clima della città: com’è noto qualsiasi volume edificato, modifica il microclima in un interno più o meno limitato, ma quando le volumetrie sono compatte e di grandi dimensioni, gli effetti possono risentirsi anche a distanze notevoli. Un esempio tra i tanti, quando venticinque
anni fa fu realizzato dall’Istituto Autonomo della Case Popolari di Roma l’edificio del Corviale, con la sua lunghezza di quasi un chilometro e mezzo e la sua altezza di oltre trenta metri, gli abitanti di Trastevere, si accorsero che il clima del loro quartiere era cambiato. Il famoso ponentino, vento caratteristico, non rinfrescava più le serate del popolare quartiere, perché era deviato dalla barriera interposta da questo enorme volume, che accoglie al suo interno più di tremila persone.

Tessuto urbano a campione: Grottarossa

I problemi della compatibilità ambientale e il consumo del territorio
Oggi ci rendiamo conto che l’architettura non può più ignorare i problemi della compatibilità ambientale, l’enorme espansione delle città, l’occupazione sistematica di nuove aree di terreno libero, sta rendendo impossibile la vita degli esseri umani e non solo di essi. Oggi si pone con gran forza il problema della compatibilità dell’architettura con il nostro ambiente; in passato il rapporto tra architettura e natura, era alla base stessa dell’arte del costruire.
Il fenomeno del degrado ambientale è visibile in tutti i paesi del mondo, in particolare in quelli più industrializzati; esso è più evidente nelle periferie delle nostre città, dove una volta vi era la campagna oggi vi sono grandi edifici, l’aria è inquinata e la qualità della vita è pesantemente penalizzata. L’uomo sembra aver smarrito la propria strada, è venuto pertanto il momento di mettere in atto una profonda riflessione sull’architettura e sul come ritrovare un giusto equilibrio
con la natura.
Credo che una nuova strada, debba essere ricercata partendo dal fondamento stesso dell’architettura, che è, o meglio dovrebbe essere, il soddisfacimento delle esigenze fisiche, ma anche di quelle psichiche dell’uomo nel senso più ampio del termine. Come sappiamo, tra le esigenze dell’uomo vi è l’aspirazione a vivere in armonia con l’ambiente.
È necessario, in altre parole, trovare un giusto equilibrio, tra le esigenze di sviluppo della società e la conservazione delle nostre risorse naturali. Dobbiamo pertanto ripensare profondamente al disastro che abbiamo compiuto fino ad oggi, prima di occupare nuove superfici di territorio, tenendo conto che in molti casi, è preferibile recuperare vecchi edifici, ricostruire i quartieri degradati o a bassa qualità architettonica, piuttosto che realizzare nuove espansioni delle
città.
La nuova sfida dell’architettura degli anni duemila si combatterà su questi temi, ripensare all’essenza stessa dell’architettura, trovare una compatibilità con l’ambiente, ricercare e raggiungere una consapevole e forte riduzione (70%) dei consumi energetici. Partendo da questi presupposti, potremo ritrovare anche un nuovo linguaggio architettonico, che non sarà il frutto di vuoti canoni estetici, nuovi o ritrovati nel passato, ma discenderà direttamente dal nuovo modo di fare architettura; dal suo interno potrà scaturire un nuovo linguaggio, che esprimerà i valori architettonici del duemila. Un’architettura, in cui tutte le componenti, da quelle estetiche a quelle costruttive, dal rapporto con l’ambiente al risparmio energetico, dovranno concorrere per raggiungere una migliore qualità della vita.

Valmontone, la città storica e il degrado della sua immagine. Piazza dei Conti

Via Artena, via Casilina

La città storica e il degrado della sua immagine
La parti storiche delle nostre città hanno sempre avuto una qualità architettonica molto alta, grazie a edifici e spazi urbani che costituiscono delle polarità uniche, attorno alle quali si colloca un tessuto urbano ben strutturato, facendo sì che emergenze e tessuto si alternino per creare un immagine urbana articolata e di grande espre
ssività.
Le nuove esigenze della società della comunicazione, hanno fatto sì che a partire dagli anni cinquanta, la città storica è stata oggetto di una continua sovrapposizione di elementi di vario genere, che vanno dalla segnaletica stradale, ai cartelloni pubblicitari, ai chioschi di vario tipo, alle cabine telefoniche agli elementi dell’arredo urbano, che hanno stravolto l’immagine urbana. Oggi possiamo dire che tutti questi elementi, spesso messi alla rinfusa in epoche diverse, senza un minimo di coordinamento e razionalità, finiscono per omogeneizzare tutto e soprattutto nascondono il vero volto delle nostre città.

Valmontone, esemplificazione di elementi caratterizzati da elevata incompatibilità

Valmontone, Piazza della Costituente, via Cardinale O. Giorgi

Questa violenta sovrapposizione di elementi estranei all’immagine urbana, fa sì che paradossalmente anche nella città storica, in cui vi è una notevole gerarchia tra gli elementi che la compongono, nasca una uniformità dell’immagine che attenua la sua identità. Il comune cittadino finisce per percepire questi spazi in modo continuo, dal momento che le sovrastrutture coprono l’architettura, ed egli prova un senso di disorientamento anche in questa parte della città.
Anche dal punto di vista della comunicazione, la quantità incredibile di cartelli stradali e di altri elementi, finiscono per rendere difficile la loro lettura, tanto che l’automobilista, in molti casi, finisce per non avere il tempo per selezionare l’informazione di cui ha bisogno.

Valmontone, esemplificazione di elementi caratterizzati da elevata incompatibilità

Gallipoli, la città storica e il degrado della sua immagine. Raffronto prima e dopo
l’intervento di restauro

Penso che sia venuto il momento di mettere in atto dei progetti per il restauro dell’immagine urbana, capaci di prevedere una serie di interventi, in molti casi anche di costi molto contenuti, per eliminare le superfetazioni e ridare all’immagine urbana il suo vero volto. Per comprendere meglio quello che sto dicendo presento prima alcune immagini di Roma e poi alcune immagini di due lavori fatti in collaborazione con dei colleghi del mio Dipartimento, uno su una piccola
città in provincia di Roma, Valmontone, e l’altro sulla città di Gallipoli in provincia di Lecce.
Come si può vedere anche piccoli interventi, volti ad eliminare alcune delle sovrapposizioni improprie sugli edifici e negli spazi urbani, consentono di restituirci una immagine urbana meno confusa e più facilmente percepibile.

MD

AI

Università di Roma ‘La Sapienza’

Unicam - Sito ufficiale
www.archeoclubitalia.it
Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali
Consiglio Nazionale degli architetti, pianificatori paesaggisti  e conservatori
Consiglio Nazionale
degli Architetti, Pianificatori
Paesaggisti e Conservatori

 

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