Maria Chiara Tosi – Welfare e dispersione insediativa

 


La dispersione insediativa in Europa, e quanto è avvenuto nel nord est italiano ne è un esempio importante, può essere considerata un’opportunità per immaginare un inedito progetto per la città all’interno di un diverso modello di sviluppo; un progetto che punti a migliorarne la qualità collettiva. Questo è il punto da cui intendo partire.
L’esigenza urgente che ci si dovrebbe porre oggi, così com’è successo in altri contesti e momenti del passato, mi sembra essere quella di maggiore welfare per i cittadini, di un più alto livello di benessere che significa più comfort, sicurezza e salubrità. Da ciò, un progetto per la città che renda quest’ultima meno ostile nei confronti dei suoi abitanti, che renda meno faticose e più sicure le pratiche dell’abitare quotidiano.
Senza dubbio, il territorio e la città del nord est mi sembrano averne un grande bisogno, perché se da un lato è proprio la fatica di abitare ad avere spinto fuori dalla città sempre più persone alla ricerca di comfort individuale, contribuendo ai processi di dispersione insediativa, dall’altro le forme insediative prodotte non hanno saputo reimmaginarsi una forma dell’infrastruttura collettiva.
Come spesso è avvenuto ci si potrebbe limitare a criticare i fenomeni di dispersione insediativa, continuamente chiedendosi e valutando quali siano i molti costi o i pochi vantaggi, oppure ci si può sforzare ad immaginare un futuro diverso capace di confrontarsi con alcuni temi di fondo.
Un primo tema riguarda il fatto che in molte regioni europee la dispersione insediativa è carattere di lungo periodo, condizione originaria, un’eredità che oggi spesso non si riesce più a comprendere.
Ad esempio, nel Veneto la dispersione è una condizione fisica strutturale sulla quale si appoggiano processi di industrializzazione che approfittano o meglio capitalizzano questa risorsa che non è solo fisica, ma anche sociale. Come ha ben messo in evidenza Silvio Lanaro, la presenza della piccola azienda agricola, spesso mezzadrile, ma anche e soprattutto di servizi sociali, cooperative, strutture assistenziali, banche e casse rurali disperse, e di una cultura cattolica i cui interessi convergono con quelli del ceto proprietario conservatore e con la nuova imprenditoria manifatturiera, sono gli elementi capaci di descrivere il punto da cui origina la dispersione insediativa.
Un secondo tema è relativo al fatto che la dispersione insediativa non è una condizione spontanea, ma frutto di progetti e politiche, di precise intenzionalità. Massimo Cacciari a metà degli anni ’70, riflettendo su struttura e crisi del modello economico sociale veneto, riconosceva come l’intera politica democristiana avesse cercato di favorire una ‘complementarietà organica tra sviluppo e sottosviluppo, fra trasformazione industriale e mantenimento di condizioni sociali arretrate’, assecondando i processi di diffusione territoriale della residenza operaia, favorendo l’insediamento sparso in zone agricole, o tale da permettere l’innesco di forme di part-time o a domicilio. Ancora, assecondare lo sviluppo reagendo ai problemi di volta in volta emergenti, è il modo in cui Arnaldo Bagnasco ha descritto le politiche incrementali, remediali che hanno operato nel Veneto.
Un terzo tema individua nella dispersione insediativa la messa in forma della crisi ovvero della trasformazione decisiva di alcuni modelli tradizionali di organizzazione della città, ma evidenzia allo stesso tempo la risposta precaria, spontanea e scarsamente strutturata che si è prodotta.
Nel tentativo di far fronte a questa precarietà i territori della dispersione insediativa oggi richiedono di praticare un importante esercizio d’immaginazione di spazi e ambienti adeguati alla società contemporanea, uno sforzo di ri-concettualizzazione del territorio, della sua forma e funzionamento, dei suoi materiali.
Diventa cioè importante mettere alla prova la città ed il territorio attraverso esperimenti che alimentino un nuovo ‘patto’ tra pratiche sociali, processi economici e forme dello spazio abitabile.

Insediamenti nell’area centrale veneta

È per questa ragione che la necessità di un più generale investimento in capitale fisso sociale, così come di una complessiva politica di ri-attrezzatura, costituisce sicuramente un tema di grande importanza su cui è urgente e necessario riflettere; una questione difficilmente rinviabile che richiede un’assunzione di responsabilità da parte
di tutti i soggetti che a diverso titolo in questo territorio abitano, lavorano, si muovono e governano, ma anche da parte di chi questo territorio prova a modificare con piani e progetti alle diverse scale, e ciò non esonera gli urbanisti, che devono tornare a mettere questo aspetto all’ordine del giorno del proprio fare.
In questa direzione sembra muoversi la recente moltiplicazione di progetti e realizzazioni nel nord est italiano di asili, scuole, centri civici e biblioteche, ma anche di piazze, strade, spazi per lo sport e per il tempo libero, il cui orientamento emergente sembra essere quello di partecipare alla ricerca di uno spazio più ospitale ed abitabile, dove sia possibile stare bene collettivamente e non solo individualmente. La condizione necessaria per rendere praticabile un progetto di
questo tipo è forse quella di collocarsi entro un diverso modello di sviluppo ed i territori della dispersione ci spingono a riflettere a fondo sui limiti delle modalità di infrastutturazione praticate nelle aree urbane e consolidatesi nel corso degli ultimi secoli, aprendo un ampio spazio di sperimentazione a forme della razionalità differenti, che forse coinvolgono
principalmente questioni di sostenibilità dei processi di urbanizzazione.
Ripensare ai modi in cui intervenire sulle infrastrutture collettive, siano esse della mobilità, idrauliche, energetiche o naturali, abbandonando un approccio cheper lungo tempo ha privilegiato la grande dimensione e i grandi interventi, che sovente piacciono molto, ma hanno scarsa efficacia sul benessere collettivo, puntando al contrar
io ad un
grande piano di piccole opere, attraverso il quale è l’intero territorio a farsi infrastruttura, infrastruttura collettiva.
Un ridisegno del territorio che presupponga innumerevoli interventi volti al miglioramento tecnico e delle prestazioni offerte dai singoli luoghi, decisioni locali correttamente collocate entro un quadro generale d’insieme, investimenti cospicui perché numerosi e non perché unitariamente grandi. Un esteso progetto unitario, un progetto di re-infrastrutturazione e ri-attrezzatura del territorio, una sorta di nota bassa, di rumore di fondo capace di garantire l’inaggirabile natura plurale delle identità che i processi di trasformazione culturale sociale, economica e territoriale producono, costringendoci, così come da tempo ci costringe Amartya Sen, a riflettere sull’importanza relativa dell’appartenere ad ogni singolo contesto.
Queste riflessioni spingono ad affermare che non le singole attrezzature (un parco qui, una scuola là), ma la città nella sua articolazione è, e deve essere, luogo di riflessione sul benessere collettivo, e dunque anche luogo di spesa ed investimento pubblico, stimolando ad esplorare progettualmente le possibili configurazioni che spazi e manufatti debbono assumere per contribuire al benessere di una comunità/collettività, studiando in particolare la morfologia di ciò che può essere definito come ‘infrastruttura collettiva’, cioè qualche cosa che non produce direttamente ricchezza individuale, ma contribuisce al benessere di una comunità/collettività.
Nell’ambito di uno dei workshop estivi organizzati dall’Università IUAV di Venezia nel 2008, riflessione critica ed esplorazione progettuale si sono esercitati su di una generica porzione di tessuto edificato, che potrebbe stare ovunque in Europa e che si caratterizza per non essere ancora completamente città, una zona ancora in evoluzione,
praticabile quasi esclusivamente in automobile, costituita da edificimonadi, isolati e distanti l’uno dall’altro (lo spazio urbano, lo spazio ‘tra’ è, di fatto, costituito esclusivamente dalle strade e dai vasti parcheggi di pertinenza degli edifici commerciali). Un’area di circa 900 ha, pari a 3 km per 3 km, caratterizzata dalla presenza di numerosi manufatti
contenenti funzioni diversificate, che nell’insieme formano però uno spazio con un livello di ‘urbanità’ del tutto insoddisfacente.
Il progetto si è proposto di esplorare differenti morfologie che un’infrastruttura collettiva può assumere nell’intento di riuscire a coinvolgere l’intero contesto edificato e dare risposta alla richiesta di maggiore welfare, di maggiore comfort, sicurezza e salubrità, trasformando una ‘zona funzionale’ in una città da abitare.
Si è proposto di lavorare a partire da uno scenario: entro il 2025 in questa parte di città saranno insediati 5.000 nuovi abitanti, alcuni nuclei di scuole per l’infanzia (asili nido, scuole materne, scuole elementari), scuole medie, scuole superiori, superfici e manufatti commerciali, oltre che superfici per lo sport, superfici attrezzate, playgrounds,
spazi aperti naturali, ecc.
Sono state elaborate quattro visions, esercizi di densificazione che si sono confrontati con specifici modelli insediativi quali il tappeto, il pettine, il cluster e le isole, reinterpretando diversi materiali urbani: case isolate su lotto per il tappeto, case binate per il pettine, palazzine a sei piani per il cluster, torri di dieci piani per le isole, proponendo
anche differenti densità insediative.
La riflessione ha privilegiato l’aspetto collettivo dei diversi spazi aperti e costruiti, naturali e minerali, cercando di definire le caratteristiche fisiche dell’infrastruttura collettiva e chiarendo i dispositivi spaziali e le azioni attraverso cui rendere abitabile questa parte di città.

MCT

IUAV, Venezia

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