Maria Antonietta CrippaI poli dello spazio liturgico


La prof.ssa Maria Antonietta Crippa ci parla dell’evoluzione postconciliare del dibattito sullo spazio architettonico per la celebrazione.

Nelle chiese postconciliari la polarizzazione dello spazio sull’altare sembra mettere in ombra altri elementi. Ci troviamo di fronte a una perdita dell’articolazione dello spazio liturgico, a una eccessiva semplificazione?
Per cogliere il nucleo problematico che la domanda evidenzia, occorre definire due premesse, relative al rapporto tra riforma liturgica del Vaticano II e sua attuazione e al contenuto propositivo della riforma, in relazione alla nuova articolazione dello spazio liturgico.
Probabilmente siamo in un momento di passaggio da una prima fase della riforma, concitata, spesso caotica e dalle decisioni forse troppo precipitose in molti campi, a una più; meditata e consapevole. Ci si è resi conto, infatti, dello stemperarsi di un entusiasmo troppo acritico del primo momento, succeduto del resto a un lunghissimo periodo di acquiescente continuità degli atteggiamenti tradizionali. Forse non si è stati capaci, all’interno del contesto ecclesiale, di iiflettere con organicità sul significato del rapporto tra innovazione e tradizione. In ambito cattolico tale rapporto ha infatti un carattere specifico, – non ovvio, anzi discutibilissimo, per la cultura laica. Per quanto riguarda l’architettura e l’arte sacra, in particolare, il non averlo chiarito, il non aver proposto, con nettezza e con forza di penetrazione nelle realtà locali, la sua specifica declinazione, ha avuto, come pesante conseguenza, l’invasione di categorie culturali proprie del contesto laico, sia sul fronte della costruzione di nuove chiese (dove si è finito per sposare, come criterio estremo di qualità, l’ineffabilità lirica, vertice espressivo del movimento moderno e dimensione totalmente soggettiva, emozionale e psichica), sia per quanto riguarda l’adeguamento di antichi edifici sacri (ove si è manifestata la conflittualità, talvolta irriducibile, tra i criteri della conservazione e del restauro e le ragioni dell’adattamento liturgico.
Più; attento, ma anche d’élite, rigorosamente verificato a ogni livello e intensamente partecipato, era stato il movimento liturgico che aveva preceduto il Concilio Vaticano II. La divulgazione a vasto raggio dei principi che erano stati in esso in gestazione e che il Concilio aveva ratificato, ha comportato un indebolimento e un impoverimento delle proposte iniziali, soprattutto per lo sperimentalismo, spesso spregiudicato e inconsapevole, secondo il quale la gran parte dei parroci, architetti e artisti si è mossa.
Che cosa chiede in realtà la riforma liturgica? Più; precisamente, che cosa chiede in rapporto all’articolazione nello spazio liturgico (e specialmente nel suo fulcro, lo spazio presbiteriale), delle componenti (ambone, altare, ecc.) che lo definiscono come luogo? Basti qui ricordare come tale riforma, lasciando intatta la "parte immutabile, perché di istituzione divina" della liturgia, si rivolga alle "parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei secoli possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti alla intima natura della stessa Liturgia, o si fossero resi meno opportuni" (Sacrosanctum Concilium, n. 21). In questo stesso documento conciliare, propositore di una riforma tramite la quale "tutti i fedeli vengano formati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche che è richiesta dalla natura stessa della Liturgia…" (ibidem, n. 14), si sollecita e si promuove "un’autentica arte sacra" (n. 124), senza porre precondizioni alle forme artistiche, ma anche con scarsissime indicazioni concrete. Scarne sono state anche le indicazioni dei documenti a questo posteriori, talvolta anche con imprecisioni e contraddizioni, non tali però da giustificare la situazione approssimativa che si è venuta a creare nelle sistemazioni presbiteriali di molte chiese postconciliari.
L’altare ha assorbito l’attenzione di liturgisti e progettisti, al punto da mettere talvolta in ombra l’importanza degli altri elementi, con conseguente impoverimento della articolazione spaziale attorno a più; poli. Liturgisti e architetti, che portano due competenze complementari, non hanno ancora trovato una capacità dialogica soddisfacente intorno al simbolismo di carattere iniziatico dell’architettura e al suo contenuto specifico. Poiché la localizzazione spaziale è il primo livello di comunicazione dei contenuti del rito, la loro mancanza di efficace collaborazione ha contribuito non poco a rallentare il processo di elaborazione delle conseguenze della riforma liturgica nella gestione degli spazi.
A questo riguardo la assoluta centralità dell’altare versus populum, con l’annullamento di tensione fra questo e gli altri poli della celebrazione (l’ambone, la custodia eucaristica, la sede del celebrante, la schola cantorum e l’organo), implica una insignificanza simbolica della ricchezza e della complessa unità dei riti, ricondotti a schemi funzionali necessitanti ‘oggetti d’arredo’. Si perde così la nozione di luoghi dell’evento liturgico, con la conseguente scomparsa di necessità rappresentative adeguate.
Negli stessi documenti della riforma liturgica, l’ambone, ad esempio, non ha trovato subito l’attenzione che meritava.

Spesso si chiama ambone ciò che in realtà è un semplice leggio. Come siamo arrivati a questa situazione?
L’ambone non ha avuto grandi attenzioni da parte dei promotori della riforma. Non è neppure nominato nella Sacrosanctum Concilium, e nella prima Istruzione per la esatta applicazione della riforma, Inter Oecumenici, non ha ancora trattazione autonoma. D’altro canto, gli anticipatori della riforma avevano proposto di riattivare l’uso di due amboni, a cornu Epistolae e a cornu Evangelii, per le due letture della celebrazione eucaristica; posizione abbandonata, per il suo carattere archeologico, nel tempo postconciliare, che ha eliminato massicciamente l’uso del pulpito sopraelevato. Si è riportato il momento dell’annuncio della parola e della predicazione al piano del presbiterio, per sollecitazione anche degli impianti ad altoparlanti e microfoni, che hanno molto facilitato l’ascolto. Secondo la mentalità poveramente funzionalista che è prevalsa, si è ridotto, fino praticamente alla sua scomparsa, il rilievo dell’ambone, sostituito da un leggio insignificante. La parola come suono omogeneamente diffuso dagli altoparlanti ha sostituito la parolaannunciata da qualcuno, solennemente proclamata in un luogo preciso. L’alto e prezioso ambone, di cui restano straordinarie documentazioni storiche, è sembrato s
uperfluo. Si è in questo modo estremamente impoverito uno dei dati più; significativi della riforma: la possibilità offerta a tutti di comprendere la Parola, proclamata in lingua volgare.

Ambone del Duomo di Salerno. Il vescovo Romualdo II Guarna (11531181) eresse nel Duomo una parete, rivestita di marmi e mosaici, che separava il transetto dalla navata: iconostasi ante litteram. Eresse anche l’altissimo ambone (535 cm) sul lato sud, quello riservato alle donne. E ricchissimarnente ornato, così come il candelabro. Ogni pluteo è decorato da cinque dischi, di porfido o di tessere musive dorate, uniti da volute in mosaico. Un astratto valore iconico distingue nei dischi in alto un mondo superiore, sede degli eletti, e nei dischi in basso un mondo inferiore, il nostro. Il disco al centro simboleggia Gesù;, centro dello spazio cosmico e della storia.
Un’aquila domina il gruppo marmoreo che costituisce il leggio. Si narrava che l’aquila, quando diventava vecchia, con volo possente si librava fino al sole. Le piume si bruciavano al calore ed essa cadeva in mare, dal quale poi emergeva ringiovanita. Il Salmo 102 canta "Si rinnovi la tua giovinezza come quella dell’aquila": un augurio fatto proprio dalla Chiesa e nei primi secoli rivolto ai neofiti battezzati nella Veglia pasquale. (v. "L’ambone del Duomo di Salerno", di mons. Arturo Carlucci, Marigliano’ NA 1993)

Come immaginare oggi una sistemazione individualizzante dei due elementi (ambone e mensa), attorno ai quali si svolge la messa, un unico evento che ruota attorno a due centri diversi? Come distinguerli?
Non mi pare molto difficile proporre una sistemazione individualizzante dei due elementi, ambone e altare, nell’area presbiteriale: il luogo della parola secondo quanto con insistenza ripropone il Cardinale Martini di Milano – deve avere una sua consistenza, una certa semplice ma forte monumentalità. Deve avanzare verso i fedeli, non sopravanzare l’altare per forma e dimensioni ma neppure scomparire al confronto.
La consistenza di volume e la ricchezza formale di altare e ambone devono essere relazionate alla semplicità e chiarezza dei riti liturigici; i segni devono avere una loro autonomia, senza sopravanzare la forza della parola e dell’evento eucaristico.
A mio parere ciò che è più; necessario nelle chiese oggi è una qualità spaziale, un equilibrio complessivo, una unità sinfonica delle componenti, segno di coralità ecclesiale, preminente rispetto all’intensità decorativa di ogni singolo elemento. Lo sguardo ha certamente bisogno, perché si avvii la contemplazione della Gerusalemme celeste già misteriosamente presente oggi sia pure per tracce, di un certo contenuto di narratività, di splendore irradiante, dei singoli elementi. Ma la grande e drammatica epopea artistica del nostro secolo – oltre al fastidio per la ridondanza decorativa e devozionale di moltissime chiese otto-novecentesche – ci sollecita a provare rasserenante godimento in spazi portatori di forti sintesi volumetriche, vibranti per luminosità insistite su superfici semplici. Accogliamo con piacere la forte tensione figurativa dove essa si coniuga con la nobiltà dell’arte e della storia.
Certamente una semplicità ricca, una spaziosità ariosa, dove gli elementi liturgici, proporzionati alle dimensioni degli uomini che li usano, trovino ordinata e distinta collocazione è il fattore primario da salvaguardare. E inoltre importante che siano sottolineati i gesti che si compiono, ad esempio il salire e lo scendere dall’ambone, o il leggere, oppure il muoversi attorno all’altare e dall’altare all’ambone e viceversa. La forma deve, cioè, essere riconquistata in ogni suo aspetto e valorizzata da caratterizzazioni simboliche (pitture o sculture) non ridondanti.

A vrebbe senso pensare, oltre che all’ambone-monumento in quanto tale, anche a rendere l’assemblea più; mobile, in un’aula meno statica, capace di riorientarsi? C’è qualche modello d’ambone antico che possa essere un esempio, un prototipo particolarmente suggestivo per l’architettura di oggi?
Non credo alla opportunità e necessità della mobilità dell’assemblea, soprattutto quando si raggiungono grandi numeri, se non in stretta relazione con necessità liturgiche sentite (come nel rito del battesimo, che richiede un certo movimento di fedeli). L’educazione alla partecipazione corale consapevole ha moltissime occasioni meno faticose e più; significanti da sviluppare, più; capaci di equilibrare la pensosità raccolta e la consapevolezza di unità dei partecipanti alla celebrazione, nel medesimo tempo. Non la spettacolarità, ma la presa di coscienza più; larga e diffusa possibile è lo scopo della riforma. Nella celebrazione eucaristica l’evento è di carattere memoriale, impegna dunque profondamente l’attenzione oltre che la corporeità della persona.
Quanto a possibili modelli di amboni, mi pare che i più; semplici e antichi, con una piccola scala per salire e scendere, possano essere un importante punto di riferimento. Forse non è indispensabile che l’ambone abbia un carattere monumentale, può avere proporzioni anche ridotte ma presentare una forza e una carica di memoria tanto forte da distinguersi nettamente da ogni altro elemento.

(Maria Antonietta Crippa è docente presso il dipartimento di Ingegneria dei sistemi edilizi territoriali, della Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Milano)

 

 

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