Marco Ragonese




Nell’analisi urbana il vocabolo interstizio è ancora sinonimo di uno spazio residuale, liminale, in cui trovano rifugio soggetti e pratiche considerate marginali e talvolta sospette. L’accelerazione subita dalle città negli ultimi anni costringe, però, a modificare questa accezione e a liberarsi dalla compiaciuta estetica del degrado attraverso cui, spesso, si è cercato di comprendere e definire i terreni vaghi, i vuoti urbani e tutti quei fenomeni che hanno contribuito a formare il nuovo lessico a disposizione del progettista. Abbandonando i giudizi tradizionalmente fondati su antinomie (giusto/sbagliato, bello/brutto), diventa chiaro come, nell’arcipelago della città contemporanea, lo spazio pubblico
sia diventato, di fatto, il vero interstizio.

I confini invisibili che delimitano le parti costituenti le metropoli stanno subendo un progressivo e inarrestabile ispessimento, segnando in maniera sempre più netta la differenza tra pubblico e privato. Muoversi all’interno di questi contesti diventa più difficile perché il nomadismo professato negli anni novanta – basato su un’apparente, e spesso solo
programmatica, facilità di spostamento suggerita da tecnologie avanzate – sta lasciando il posto all’autosegregazione legata a una crescente percezione d’insicurezza. Il nuovo paesaggio della diseguaglianza (ben diversa dalla complessità multiculturale urbana) è costituito così da enclave che garantiscono un’identità basata su interessi
comuni, in contesti omogenei. Surrogati di spazio pubblico vengono ricostruiti all’interno di queste strutture private per consentire, a chi da tempo ha rinunciato alla vita cittadina, di poter vivere un’esperienza inusuale e al tempo stesso epurata da qualsiasi spiacevole inconveniente.
Inoltre, l’abbandono dei luoghi storicamente deputati alla socialità è alimentato da una strutturale mancanza di fondi, che riduce al massimo l’intervento e l’utilizzo da parte degli enti preposti.

Eventi, manifestazioni e fiere non occupano più gli spazi della città (animandoli), ma si ritirano in ambiti specifici, delimitati, destinati soltanto a chi ha la possibilità (quasi sempre economica) di accedervi. Le politiche urbane sembrano ignorare la progressiva ritirata dalla dimensione pubblica e compiaciuti amministratori delegano all’arredo urbano – ornamento tridimensionale per spazi svuotati di usi e significati – la funzione attivatrice di inattuabili processi di trasformazione. Diventa facile per alcuni architetti progettare spazi ‘a catalogo’, dove improbabili aiuole garantiscono la quota di ‘verde pubblico’ prescritta dagli standard e scomode panchine impediscono ai barboni di dormirci sopra. Probabilmente i tentativi di restituire centralità e di ricostruire quel senso di comunità ormai smarrito sono inefficaci, innanzitutto perché ‘le società moderne non hanno quasi bisogno della centralità spaziale’1 e perché il concetto comunitario, così come era inteso da Jane Jacobs, non può più avere luogo nei territori contemporanei.

Attualmente lo spazio pubblico per eccellenza sembra essere diventato l’ambito stradale e la crescente attenzione degli architetti al tema della mobilità pare confermarlo.2 Resta da capire se in presenza di contesti così complessi, sia possibile individuare i nuovi parametri progettuali da sostituire a quelli tradizionalmente legati a questo tipo di spazio e ormai insufficienti. Dati che possano attivare processi proliferativi nella redazione del progetto, attuare ribaltamenti semantici, fornire punti di vista inattesi nell’intento di svelare caratteri non visibili e riscontrabili con un’analisi tradizionale. Su questa linea di ricerca, uno degli approcci più interessanti prevede che ‘gli strumenti utilizzati per
formalizzare un oggetto architettonico non siano, in principio, quelli propri della composizione architettonica. L’architettura verrà prodotta a partire da nuovi punti in cui la forma non avrà valore in sé’.3

L’obiettivo è di proporre progetti considerati aperti (forse disciplinarmente imperfetti) affinché, in un continuo divenire, la ‘riuscita’ sia sempre asintotica, lo stato non sia risultato. Un procedimento così strutturato garantisce un margine di aleatorietà che permette ai cosiddetti ‘vettori di realtà’ di trasformare, in una negoziazione continua, lo spazio urbano.

La campionatura dei dati provenienti dal sito (materiali, tracciati) per generare una composizione ‘automatica’ (come Eduardo Arroyo nella Plaza del Desierto a Barakaldo), o la riappropriazione delle aree sottostanti i cavalcavia ferroviari e stradali attraverso un approccio ludico che ricorda Aldo Van Eyck con i campi da gioco ricavati negli interstizi di Amsterdam (vedi West8 per Carrascoplein e NL architects per A8), sono alcuni esempi che dimostrano delle alternative nella progettazione di spazi pubblici e nel recupero di aree non utilizzate.

Rimane da capire quale sia il ruolo del progetto di architettura, e di conseguenza del progettista, nella costruzione dello spazio pubblico.
Come sia possibile rispondere, senza trasformarsi in medium, alla crescente richiesta di spazi di legittimazione e rappresentatività proveniente da poteri che, utilizzando lo strumento dell’insicurezza, stanno contribuendo alla enclavizzazione e militarizzazione del territorio. Per ritrovare così un’autonomia, forse meno disciplinare ma più autentica.

MR

CFC Studio, Trieste

1. Daniel Innerarity, Il nuovo spazio pubblico, Meltemi, 2008, pag. 135.
2. Vedi i progetti degli olandesi Maxwan.
3. Federico Soriano, sin_thesis, GG, 2004, pag. 53.

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