LUCE NATURALE


Come “usare” l’architettura per modulare la luce naturale.

La luce in architettura non è valutabile isolatamente ma è leggibile in parallelo a colori, rumori, sensazioni tattili dei materiali, temperatura interna, umidità e odori che costituiscono i requisiti
essenziali di un progetto architettonico.

servizio di Barbara Olivieri, architetto

In genere la luce naturale è scarsamente considerata ai fini della creazione di effetti luminosi. Infatti quando si fa un progetto di “lighting design”, si impiega la luce artificiale: si determinano fonti luminose e si stabiliscono gli apparecchi, scegliendo precise ottiche per direzionare in modo ottimale i fasci luminosi al fine di ottenere specifici effetti. La luce naturale invece viene considerata sostanzialmente in funzione del rispetto dei rapporti illuminanti, disciplinati da precisi regolamenti di igiene ed edilizi (il cui scopo è garantire requisiti ottimali di salubrità degli ambienti), andando a posizionare le finestre nel miglior modo possibile al fine di soddisfare le esigenze normative.
Al contrario, anche la luce naturale può essere utilizzata in modo plastico e suggestivo: è possibile ottenere
effetti luminosi attraverso l’utilizzo di diversi espedienti costruttivi. Fondamentale è usare l’architettura per
modellare la luce proveniente dall’esterno, manipolando pareti e soffitti (in sostanza l’involucro della casa) con il
preciso scopo di far entrare la luce secondo un modo ben definito. Inoltre all’interno degli ambienti possono essere
impiegati rivestimenti differenziati per le superfici: colpire con un fascio di luce una superficie opaca (chiamata
anche “mat”) o una superficie lucida (verniciata, per esempio) produce risultati differenti. Inoltre l’utilizzo di colori sui differenti piani costituenti un ambiente contribuisce ad interpretare la luce in molteplici modi: una parete rossa riflette la luce in maniera diversa rispetto ad una parete bianca o di altri colori. La stessa idea può essere applicata anche all’utilizzo di vetri colorati per le aperture.

1. Un loft milanese è stato realizzato in quello che era un grande laboratorio artigianale, costruito all’interno di un edificio ottocentesco.
Le lastre atermiche impostate su capriate metalliche trasmettono la luce solare, ma riparano dall’eccesso di calore.
Il soppalco in cristallo stratificato, le lastre della scala e la passerella che s’affaccia sul piano inferiore ne rappresentano l’ideale continuità. Così la luce naturale raggiunge anche il piano inferiore permeando tutto il loft, rifrangendosi sui tubi luminosi collocati appena sotto la passerella.
2. Norisada Maeda, “Alice”. Giappone, Unoki Ohta 1997.
Foto: Hiroshi Shinozawa, Ota, Tokyo

Il concetto di illuminazione naturale raggiunge l’apoteosi nella soluzione formale della Casa di Vetro. Bruno Taut, nel padiglione costruito in occasione dell’Esposizione del 1914, applicava proprio questo concetto: le pareti e la complessa struttura a cupola furono realizzate quasi completamente in vetro, per trasmettere al visitatore la sensazione di entrare nella pura luce. Nel 1927 il complesso residenziale “Weissenhof” a Stoccarda poneva le basi per lo sviluppo del Movimento Moderno.

In effetti, tali elementi modificano la qualità della luce filtrata creando effetti teatrali (pensiamo alle cattedrali!). Se si vuole sono artifici abbastanza scontati ma spesso trascurati in fase di progetto: la soluzione più comune è la realizzazione di vetrate “panoramiche” creando un “continuum” tra interno ed esterno. Una possibilità fornita
verso la fine degli anni ‘20 dai nuovi processi industriali e dalla produzione in serie. La separazione tra struttura portante e facciata consentiva la libera disposizione di aperture e dava la possibilità agli architetti di creare composizioni dove la luce giocava un ruolo fondamentale. Con la finestra a nastro, si apriva la possibilità di illuminare
completamente e in modo uniforme gli ambienti, come si può vedere nella Ville Savoye a Poissy di Le Corbusier. Le aperture poi, possono avere qualsiasi forma, sta a chi progetta pensare e proporre soluzioni differenti, progettando una sinergia tra le fonti artificiali (necessarie nelle ore notturne) e quella naturale ricordando che mentre di
giorno la luce naturale entra creando suggestioni all’interno, di notte la luce artificiale esce dall’edificio creando effetti all’esterno.

3. Maeda, “Knockout the moonlight”. Okusawa Setagaya, Giappone 2002.
Collaboratori: Hirokazu In. Foto: Shinji Miyamoto.
4. Uda, “Casa Maiocco” Francia, Nizza 2000. Foto: Hervè Abbadie, Parigi.
5. Daly Genik Architects, “Casa Boulder”. Canada, Sydney 1999. Foto: John Di Maio, Portland
6. Hlt – henning larsens tegnestue, “Galleria d’arte e residenza estiva a Vejby Strand”. Vejby Strand, Danimarca 2000. Foto: Jens Lindhe.
Le immagini 2 – 3 – 4 – 5 – 6 sono tratte dal volume Case nel mondo (Collana: Architecture Tool), a cura di Giovanni Palazzi, Motta Editore, 2003.

 

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