L’OPERA COME COMPOSIZIONE URBANA

Quando si affronta il tema della chiesa, si presentano al progettista due possibilità. Puntare sul carattere regolatore della geometria oppure sull’irruenza dematerializzante della luce.
Nel primo caso il rapporto con il divino viene espresso attraverso un’organizzazione semplice e chiara dello spazio sottolineata da una luce che ne evidenzia l’impianto. Nel secondo caso il progettista punta a rappresentare, attraverso composizioni prevalentemente destrutturate o informali o comunque intensamente modellate da forti contrasti chiaroscurali, l’irrompere del divino sull’umano oppure il difficoltoso tendere dell’uomo verso il divino.
Danilo Lisi sceglie la prima opzione.
In lui è pressante il richiamo alla tradizione, alla chiarezza, alla semplicità.
Da qui la scelta di figure geometriche quali il cerchio e il quadrato che sono quelle che culture anche tra loro differenti hanno, da tempo, selezionato per rappresentare la perfezione dell’assoluto o la forma dell’intelligibile della sua creazione.
L’attenzione per relazioni numeriche che, senza troppi mascheramenti esoterici, rimandano alle sacre scritture, quali per esempio il tre che allude alla Trinità, il quattro che simboleggia il mondo e il sette che rimanda alla molteplicità.
E, infine, l’uso della luce che evidenzia l’impianto e rappresenta il cammino di una salvezza che sorprende e abbaglia ma non angoscia, consuma e distrugge.
Formatosi all’Università di Roma durante la seconda metà degli anni Settanta, Lisi ha subito l’influsso dell’architettura italiana di quegli anni, in particolare di Aldo Rossi e Paolo Portoghesi e dei maestri internazionali che hanno puntato sulla semplicità monumentale: Louis Kahn e Tadao Ando.
Ma li ha interpretati liberamente, cercando di umanizzarne gli aspetti più astrattamente cerebrali. Da Aldo Rossi ha assimilato il gusto per la composizione di volumi semplici, ma rifuggendone il rigorismo a tratti oppressivo.Da Paolo Portoghesi l’amore per i materiali tufacei e per il particolare decorativo, ma evitandone le derive storiciste e neobarocche. Da Louis Kahn e Tadao Ando ha appreso l’importanza della massa e della luce ma evitandone gli impianti centrali caratterizzati da rigide simmetrie radiali o bilaterali.
Delle diverse chiese che Lisi ha costruito in questi ultimi anni, mi sembra che quella di San Paolo Apostolo a Frosinone sia la migliore.
Nata originariamente come un’opera monumentale in pietra e mattoni, è stata emplificata in corso d’opera diventando una più ritmica composizione in cui dialogano tre diverse geometrie, ciascuna caratterizzata da un colore diverso d’intonaco: la cilindrica della chiesa bianca, la cubica della sala assembleare gialla e la prismatica degli spazi parrocchiali azzurra.
Sono composte in modo da formare un sagrato a forma di C leggermente chiusa.
A ricordare le piazze delle città di provincia e della tradizione metafisica italiana vi è un porticato a cui fa da contrappunto una più moderna vetrata di accesso all’atrio della sala assembleare, appena ruotata con il fine di evitare un rigido allineamento.
Pur emergendo, anche grazie alla svettante torre campanaria realizzata in acciaio corten, l’edificio cilindrico della chiesa non sovrasta sull’insieme.
L’obiettivo è di non puntare sull’emergenza monumentale ma sulla composizione urbana, secondo un approccio che è tipico della cultura italiana degli anni Ottanta e che è diverso da quello fatto proprio dallo Star System, dove invece è l’opera che genera attorno a sé lo spazio risucchiandolo o agglutinandolo.
A caratterizzare la chiesa, oltre al basamento in pietra che in altezza occupa esattamente un terzo della costruzione, contribuiscono il rosone e le luci puntiformi.
Disposte lungo il perimetro, sono queste ultime, a mio giudizio, il dispositivo più riuscito del gioco compositivo.
Infatti permettono alla luce di dipingere all’interno lo spazio con un effetto chiaroscurale che muta con il cambiare della posizione del sole.

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