LO STRUMENTO PER CONOSCERE L’ARTE

Un evento quasi casuale, alla cui radice sta l’impegno e la passione per la produzione di qualità.
Così spiega l’incontro col mondo dei musei Gianluca Bernini, titolare di una delle aziende più attive e impegnate nel campo della museografia, degli allestimenti per esposizioni, degli arredi adatti ai luoghi della cultura.

Il settore museografico è relativamente recente, risale agli anni ‘80, ma l’azienda è antica: fu fondata da un mio bisnonno, in provincia di Mantova, negli anni ‘30. Personaggio inquieto e pieno di idee, capace di operare con diversi materiali, costruiva attrezzature di ogni sorta per i lavori dei campi: dai carretti alle botti.
Questa agilità, questa connaturale interdisciplinarietà si è trasmessa al nonno che, dopo aver lavorato quale tecnico per l’Alfa Romeo a Milano, decise, aiutato dai figli, di riprendere l’attività produttiva autonoma specializzandosi ben presto negli arredi di design. L’epoca favoriva quest’ambizione.
Personaggi come Gianfranco Frattini e Joe Colombo, che oggi appartengono alla storia, allora erano brillanti ed effervescenti fonti di idee. Nel campo dell’arredo di qualità, la Bernini lanciò la serialità, compiendo il passaggio cruciale, dall’oggetto su misura alla produzione di design.
Una produzione, beninteso, che tutt’ora continuiamo, avendo nel portafoglio produzioni firmate anche da Carlo Scarpa, Gaetano Pesce, Mangiarotti, Stoppino, Castiglioni e tanti altri grandi nomi. È diventata ormai una tradizione: continuiamo a costruire mobili disegnati da questi maestri del Moderno, perché si tratta di un tipo di prodotto che non tramonta…Che cosa distingue la produzione di qualità?
Penso che chiunque sappia distinguere tra un oggetto dotato di caratteristiche di alto standard e un altro che tali caratteristiche non ha: la cura nel dettaglio, la consistenza dei materiali, la solidità dell’impianto, la maestria nell’esecuzione e, naturalmente, il livello del design…

Ed è grazie a questa attenzione per la qualità che decideste di passare alla produzione per i musei?
Negli anni ‘80 ci siamo resi conto che questo campo era lasciato ai margini. L’attenzione dei museografi era rivolta in prevalenza alla sicurezza, mentre la godibilità degli oggetti esposti era considerata secondaria. È solo recente l’attenzione per la divulgazione culturale, e quindi per una museografia orientata a mostrare gli oggetti al pubblico.
Noi ci rendemmo conto di questa necessità già negli anni ‘80, e cominciammo a proporre arredi per musei, o singoli eventi espositivi, che unissero alle caratteristiche tecnologiche volte alla protezione e conservazione degli oggetti, anche quelle mirate a permetterne una serena e approfondita visione. Poiché già eravamo abituati a lavorare con importanti designer, abbiamo trasferito questo know-how nel campo degli apparati espositivi, e a questo abbiamo anche unito la nostra capacità di trasportare nei singoli oggetti di design, magari studiati per una specifica occasione,  gli elementi germinali di una produzione seriale: di un ‘catalogo’ che si può proporre ai clienti…Quindi la vostra produzione di espositori per musei, di librerie e catalogatori per biblioteche o di teche per mostre temporanee è caratterizzata in prevalenza dalla serialità?
Operiamo su tre fasce: oggetti studiati ad hoc per un singolo luogo da professionisti, architetti, designer; oggetti che elaboriamo al nostro interno, su richiesta del cliente; oggetti a catalogo. Peraltro, parlando di produzione per musei o esposizioni o biblioteche, si tratta sempre di oggetti realizzati su richiesta, anche ove il design degli stessi sia già acquisito da tempo.

Disponete di un ufficio studi interno?
Abbiamo costituito un vero e proprio atelier di museografia e operiamo, o con nostri designer, o in sintonia con professionisti di alta qualificazione, come Pier Federico Caliari, docente al Politecnico di Milano, o con Carlo Teruzzi, referente in Italia dell’International Council of Museums, esperto di fama internazionale nel campo della sicurezza dei musei: ma naturalmente, anche con altri professionisti che possono essere scelti dal committente…

E avete una particolare attenzione verso il patrimonio ecclesiastico…
In tutto il mondo occidentale, il patrimonio culturale è in larga parte di origine o di proprietà ecclesiastica. L’attenzione verso la museografia sviluppatasi negli anni ‘90 in seno alla Chiesa Cattolica ci ha trovati preparati: la nostra produzione a catalogo spesso è in grado di risolvere i problemi dei piccoli musei parrocchiali con agilità e funzionalità, pur mantenendo un alto standard qualitativo. Altre committenze, per esempio riguardanti i musei diocesani, ovviamente richiedono studi ad hoc.

C’è molta concorrenza in questo settore?
I concorrenti validi sono pochissimi: e sono quelli che c’erano già negli anni ‘80, anche se oggi sono molti a proporsi: spesso con scarsa competenza specifica.È un campo che richiede molta interdisciplinarietà…
Certo, e in questo aiuta la tradizione aziendale.
Non abbiamo a che fare con tecnologia di avanguardia, ma occorre stare al passo coi tempi.
Per esempio per l’illuminazione delle teche occorre usare una luce fredda, nel senso proprio del termine: punti luce che non diffondano calore, che è nocivo per gli oggetti. Di qui la prevalenza nell’uso di fibre ottiche, derivate dal vetro o in materiali plastici, che sono in grado di trasportare sull’oggetto la luce proveniente da fonti lontane, così che questo resti protetto dal calore emesso. Recentemente si stanno diffondendo i Led, i quali hanno senz’altro il vantaggio di non riscaldare, tuttavia ancora non mi sembrano giunti a fornire una luce tanto ricca di cromatismi quanto quella di altre fonti.
Un altro aspetto tecnologicamente rilevante è quello dei vetri, che in genere devono essere antisfondamento, cioè multistrato con pellicole di PVC interposte: è importante
che siano chiari, cioè che abbiano una bassa percentuale di piombo, e che siano antiriflesso, così da facilitare la visione degli oggetti.

Quali le realizzazioni museali che più l’hanno soddisfatta?
Mi soddisfano tutte, ma forse delle prime, per esempio il Centro Studi Federiciano, ho un particolare ricordo; lo stesso per diversi piccoli interventi, come la Casa Museo di Mons. Talamoni a Monza, dove abbiamo potuto intervenire con le nostre opere a catalogo, alcuni recenti musei diocesani, come quello di Livorno… Mi è rimasto particolarmente impresso il Museo del ciclismo del Ghisallo: la Mecca dei ciclisti. Perché qui c’è molta interattività, un’ampia parete attrezzata con immagini della storia del ciclismo che possono cambiare, oltre a touch-screen, un espositore di 13 metri di lunghezza che di per sé è un’opera assolutamente singolare e un’organizzazione spaziale fluida e accattivante. Un museo che ha pochi oggetti significativi, ma in cui lo spazio di per sé diventa eloquente…

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