Lo spazio del coro e la sua dignità


TESTIMONIANZE DOVE SGORGA LA MELODIA

Poiché la musica è intrinseca alla liturgia, così allo spazio della chiesa risulta essenziale la presenza di un luogo dedicato a chi guida il canto. Il liturgista, Rev. Prof. Manlio Sodi, SDB, presenta un breve excursus storico, dalle origini ebraiche e dall’antica tradizione monastica medievale, che pone in evidenza la necessità di tale spazio nei progetti per gli edifici di culto.

Tra i tanti aspetti che la Sacrosanctum Concilium ha trattato è da annoverare anche un riferimento al coro. Il Concilio lo fa in questi termini al n. 29: "Anche… i membri della schola cantorum svolgono un vero ministero liturgico. Essi perciò
esercitino il proprio ufficio con quella sincera pietà e con quell’ordine che convengono a un così grande ministero e che il popolo di Dio esige giustamente da essi…".
Poche parole per ricordare l’importanza della schola e per riaffermare in modo indiretto ma chiaro il bisogno di individuare uno spazio in modo da poter svolgere un "vero ministero liturgico". Ed è da queste affermazioni essenziali che poi si è dipanata una normativa in ordine allo spazio per il coro e in ordine alle responsabilità che esso detiene in vista di una partecipazione piena dell’intera assemblea all’azione liturgica.
Strettamente correlato allo spazio e alla ministerialità del coro è il riferimento all’organo. Nella stessa Sacrosanctum
Concilium al n. 120 si legge: "Nella Chiesa latina si abbia in grande onore l’organo a canne, strumento musicale tradizionale, il cui suono è in grado di aggiungere mirabile splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle realtà celesti".

Rev. Prof. Manlio Sodi, SDB

ESSENZIALE PER LA LITURGIA
Non è una novità questa attenzione. Non si può pensare la liturgia cristiana prescindendo dal linguaggio musicale. Liturgia significa azione del popolo; una azione così particolare che ha acquisito lo specifico termine di celebrazione, per indicare una realtà che coinvolge la persona nella sua totalità, con tutti quei linguaggi in cui una persona può esprimersi e comunicare. Tra questi si trovano la musica e il canto. Da qui la presenza del linguaggio canoro e musicale nella esperienza liturgica.
Una esperienza che trae la sua diretta origine dalla matrice ebraica in cui sono stati elaborati e cantati i Salmi. Ed è da quella matrice che si è sviluppata la tradizione della liturgia cristiana in cui il canto e la musica strumentale hanno sempre avuto un posto determinante, sia come linguaggio per pregare testi eucologici, sia per cantillare le letture e particolarmente il vangelo, sia per accompagnare movimenti processionali, sia per sostenere momenti di contemplazione o di invocazione, sia per inondare un ascolto orante con note prodotte da strumenti come l’organo.

UNA STORIA DELLO SPAZIO CORALE AVVINCENTE

Quando si prende in esame lo spazio che è stato occupato dal coro, si osserva che lungo la storia esso non ha avuto una posizione univoca. Riducendo al massimo – e con il rischio di un’eccessiva semplificazione riduttivistica – si può affermare (come per altri capitoli dell’architettura ecclesiale) che il luogo del coro si "muove" nello spazio sacro secondo l’oscillare della teologia della celebrazione e della ministerialità ivi implicata. In questa linea troviamo lo spazio del coro al centro della chiesa, davanti all’altare (si veda un esempio classico nella basilica di santa Sabina, a Roma): dalla posizione emerge immediata la ministerialità a servizio della celebrazione e dell’assemblea. Quando la liturgia è diventata di esclusivo appannaggio clericale allora lo spazio per il coro ha avuto due soluzioni: una dietro l’altare maggiore, sviluppando una prassi tipica del servizio monastico o canonicale; e l’altra sopra la porta d’ingresso o
su un eventuale lato della chiesa. Parallelamente allo spostamento fisico del coro, l’assemblea si è trovata a essere spettatrice di un’azione liturgica in cui il canto e la musica costituivano il linguaggio per coinvolgere un ascolto che trasformasse spiritualmente o almeno coinvolgesse emotivamente la persona.
Una teologia della partecipazione a partire dallo spazio per il coro? L’interrogativo non è fuori luogo, e la risposta implica la presa di coscienza che la partecipazione all’azione liturgica, se da una parte richiede il coinvolgimento di vari linguaggi a partire da quello musicale, dall’altra permette di constatare come la disposizione degli elementi strutturali tipici dello spazio sacro varia secondo la misura della comprensione della stessa azione liturgica. Si stabilisce pertanto un rapporto diretto tra teologia dell’azione sacra e ministerialità da attivare. Ed è appunto in questa prospettiva che è da leggere l’essenziale disposizione del Concilio Vaticano II e tutto ciò che è stato successivamente stabilito o richiamato.
In tale ottica si può parlare anche di una teologia dello spazio per il coro? Allo stesso modo con cui si parla di una teologia dello spazio sacro relativo all’altare, all’ambone o alla sede o ad altro ancora, si può (o si deve?) parlare di una disposizione teologica del coro, a servizio di quell’orizzonte teologico che trova la sua sintesi nell’azione liturgica. Qui, nella celebrazione dei santi misteri, è chiamata a ricomporsi la variegata proporzione dei linguaggi architettonici, iconografici, stilistici e prossemici che caratterizzano ogni elemento dello spazio sacro, per porsi a servizio di un’assemblea che celebra. E la lezione della storia viene a intrecciarsi, con quella rilanciata dalla normativa attuale.

A lato, la chiesa dei Ss. Ulrico e Afra ad Augusta (Germania). Il coro con la crocifissione di Hans Reichle
(1605). In alto, la cattedrale di Our Lady of the Angels a Los Angeles, California (USA), progetto
dell’Arch. Rafael Moneo. L’aula vista dall’organo, sotto il quale si raccoglie il coro.

COME INSERIRE ARMONICAMENTE IL CORO NEL PROGETTO ARCHITETTONICO
La risposta all’interrogativo emerge immediata da quanto evidenziato. Tutti gli elementi sono chiamati a favorire una sacralità dello spazio perché in esso si compia un’azione sacra. Da qui allora il codice della bellezza che ha caratterizzato e avvolto lo spazio destinato al coro. A livello strutturale – come pure a livello di ornamentazione – lo spazio e gli elementi essenziali lungo la storia hanno elaborato pagine di bellezza unica perché non solo risultasse l’armonia dell’insieme dello stesso spazio sacro ma anche perché chi vi svolgeva (e tuttora vi realizza) un servizio si senta avvolto e trasformato spiritualmente anche attraverso questi elementi.
In questa ottica sarebbero da richiamare anche i libri corali: splendidi esempi di raffinata bellezza, destinati a dare
compimento – tramite l’armonia dei colori e delle figure e degli ornamenti – a quel ministero proprio del coro: pregare per e con l’assemblea. Così mentre tali libri servivano per il canto, educavano a quella bellezza espressa da uno dei tanti linguaggi della celebrazione.

CHE ACCADE OGGI
Da qui la lezione per l’oggi. Qualora l’architetto intenda predisporre un progetto in cui anche il coro abbia il suo ruolo (e non può fare diversamente, del resto!) non deve trascurare la dignità di questi elementi. Da qui le disposizioni emanate successivamente alla Sacrosanctum Concilium, in parallelo alla pubblicazione dei libri liturgici, specialmente il Messale, il Lezionario e la Liturgia delle Ore.
Da qui le indicazioni, i suggerimenti, le norme per nuove costruzioni o per adeguare le vecchie alla liturgia rinnovata. Da qui la richiesta che lo spazio destinato al coro sia tale da svolgere un servizio all’assemblea e alla celebrazione, e che tutti i membri del coro possano facilmente partecipare all’azione liturgica.

COME EDUCARE A TUTTO QUESTO
Qui si pone l’interrogativo più urgente. È una sfida che si presenta anzitutto nei seminari e nelle facoltà teologiche, perché i futuri presbiteri siano educati anche al codice linguistico dello spazio sacro come luogo della celebrazione e sintesi dei tanti linguaggi propri della liturgia.
È una responsabilità che interpella il quadro epistemologico delle facoltà di architettura perché si rendano conto che non si può mettere mano a un progetto di architettura sacra (o cercare di comprenderne la logica) prescindendo da un minimo di nozioni teologiche relative al culto. È un richiamo che sfida gli studi degli architetti e degli artisti a operare con deontologia professionale per svolgere un servizio soprattutto all’azione sacra.
È una sensibilità e una apertura alla bellezza che va continuamente promossa nelle parrocchie dove di fatto si gioca il termine ultimo di tutto questo impegno, là dove l’esperienza celebrativa, declinata all’insegna della bellezza, permette di scrivere una pagina indelebile nella mente e nel cuore di chi partecipa.
Pertanto, il servizio che è richiesto al coro non è accessorio, ma essenziale.
Quel sacrificium laudis che si eleva dall’altare si muove dall’assemblea, trova il suo rinnovato senso dalle parole che sono proclamate dall’ambone, è orientato da colui che presiede in persona Christi, è sorretto dalle varie espressioni della ministerialità, ed è avvolto – quasi sintesi di tutti i linguaggi – da quanto scaturisce dall’armonia delle voci e dalla bellezza delle musiche (soprattutto dell’organo) per salire come sacrificio santo e gradito a Dio Trinità infinita, armonia ineffabile, sintesi di ogni linguaggio!

Rev. Prof. Manlio Sodi SDB

 

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