LITURGIA E CENTRALITÀ DEL MISTERO PASQUALE

Nell’introdurre una riflessione di carattere teologico e liturgico alla luce del Concilio Vaticano II, riguardo all’architettura della chiesa dedicata a S. Paolo Apostolo in Frosinone, si nota immediatamente l’impianto centrale del grande tamburo che costituisce il volume della chiesa. Questo appare consono con la lezione del Concilio, che riconosce la centralità del mistero pasquale di Cristo, non solo nel suo manifestarsi nella celebrazione eucaristica, ma nel coinvolgere tutta la vita della comunità. Il mistero pasquale, infatti, si presenta come lo specifico che caratterizza la fede rivelata prima nell’Antico Testamento e poi, in pienezza, nel Nuovo Testamento. Non è a caso che la riforma liturgica voluta e promossa dal Concilio Vaticano II ha inteso rinnovare la “fede”, celebrata nella Chiesa e dalla Chiesa, rimettendo il mistero pasquale di Cristo al centro di ogni celebrazione e la stessa SC lo pone come fondamento per la sua riflessione teologica sulla liturgia. Ma prima di tutto, va sottolineato come Esso si realizzi nella liturgia attraverso un regime di “segni”. Che il Concilio intenda esprimere in questi termini il suo pensiero, lo si può chiaramente dedurre dal seguito del discorso. Secondo la Costituzione, infatti, l’opera della salvezza, realizzata nel mistero pasquale di Cristo, continua nella Chiesa e si realizza nella liturgia (SC 6). Tale grande mistero trova la sua attuazione soprattutto nel sacramento del battesimo e dell’Eucaristia; quest’ultima, poi, in modo del tutto particolare costituisce il memoriale per eccellenza (SC 47), mentre è da esso che traggono efficacia e significato tutti i sacramenti e sacramentali, per mezzo dei quali viene donata la grazia che essi contengono, fluendo in tutti gli avvenimenti della vita e santificandoli (SC 61). Sotto quest’ottica assumono inevitabilmente un nuovo aspetto sia l’anno liturgico (SC 102), sia la domenica (SC 106) come anche il santorale (SC 104).25 I segni “per eccellenza” che caratterizzano il cristianesimo sono appunto i sacramenti: battesimo, confermazione, Eucaristia, penitenza…, insieme a un complesso i pratiche litugiche e devozionali che li circondano.La disposizione degli spazi dell’edificio cultuale L’architettura, in quanto segno visibile, è chiamata a mettere in evidenza questa dimensione della centralità eucaristica e della sua permanenza anche al di fuori del momento celebrativo: la generale impostazione del centro parrocchiale con la chiesa che emerge al suo interno bene assolve a questa finalità.
Louis Bouyer (“Architettura e liturgia”, ed. Quiqajon) nota che nell’età contemporanea abbiamo visto sorgere molte chiese architettonicamente valide, ma carenti sul piano dell’espressione liturgica.
Se vogliamo essere veramente fedeli alla vocazione che l’assemblea cristiana ha da sempre avuto nelle pagine bibliche del N.T. e poi alla stessa tradizione, occorre chiarire innanzitutto che la disposizione degli spazi e degli elementi del luogo di culto non deve essere solo al servizio delle necessità “logistiche” dell’assemblea e della celebrazione, limitandosi a offrire solo un luogo preciso; essa deve disimpegnare anche un’altra funzione: esprimere il mistero stesso dell’assemblea soggetto celebrante. Senza dubbio, l’unità dell’ambiente è di grande importanza affinché l’azione liturgica sia caratterizzata da una vera e seria partecipazione comunitaria e risulti autenticamente organica. In questo senso, l’ordinamento dello spazio celebrativo, oltre che sul binomio tradizionale presbiterio- navata, va oggi imperniato sul trinomio sede-ambone-altare, i luoghi caratteristici della presidenza, della proclamazione della parola e del sacrificio eucaristico. Mentre sul secondo aspetto si incentra il primo momento della celebrazione eucaristica, sul terzo è incentrato il perno di tutta la celebrazione, la pienezza del memoriale: il sacrificio e il convito. Da parte sua, il primo aspetto, quello della presidenza, garantisce l’autenticità della stessa celebrazione.
Attorno a questi punti ruota l’intero dinamismo della celebrazione. A essi si possono aggiungere, e non certo come appendice, altri due elementi di particolare importanza: il tabernacolo e il fonte battesimale.L’elemento significante che deve guidare e qualificare la disposizione di questi diversi luoghi dello spazio sacro è l’ecclesiologia di comunione risottolineata in modo particolare dal Vaticano II, soprattutto nei suoi documenti sulla liturgia (Sacrosanctum Concilium) e quello sulla Chiesa (Lumen gentium). Facendosi portavoce di questa nuova ottica liturgico-ecclesiale, i successivi documenti liturgici hanno chiaramente affermato che “… è necessario che la disposizione generale del luogo sacro sia tale da presentare in certo modo l’immagine dell’assemblea riunita, consentire l’ordinata e organica partecipazione di tutti e favorire il regolare svolgimento dei compiti di ciascuno”26.

La Chiesa di S.Paolo Apostolo – Frosinone
Nella chiesa di S. Paolo Apostolo subito si manifesta, oltre al pregio estetico, una generale impressione di un tentativo di coerenza col dettato conciliare, che vuole l’assemblea celebrante raccolta attorno all’altare: si osserva che la forma architettonica ha la capacità di ospitare ed evocare tale assemblea.
La pianta circolare e il suo elevarsi in altezza nel tamburo offre proprio l’immagine dell’assemblea dei “circumstantes”, raccolta nella “actuosa participatio”, auspicata nella riflessione liturgica sin dal 1903: riflessione che si rivolge non solo al rito eucaristico, ma alla celebrazione della parola, del battesimo, di tutti i sacramenti.

Il portale
Se ci poniamo al di fuori della chiesa, si impone anzitutto una riflessione sulla porta: un segno denso di significato non solo nella riflessione postconciliare, ma sin dall’Antico Testamento, poiché anche nella sinagoga la porta ha un valore fondante per la comunità.
Infatti, riunita per celebrare il Shabbat, a un certo momento si rivolge alla porta, ponendosi nell’atto di accogliere il Signore che entra, accolto dall’assemblea.
Lungo la storia dell’architettura sacra, il “portale” ha sempre conservato un ruolo denso di significato.
Oggi al significato eminentemente teologico, la porta ne aggiunge un altro di carattere antropologico.
La dimensione e la trasparenza del materiale hanno il compito di creare una interelazione tra il mondo esterno e il carico simbolico presente nell’edificio della “Ekklesia”. La porta trasparente, come nel caso di questa chiesa a Frosinone, consente di tenere vivo, nel corso della giornata, anche il significato e il valore dell’arrivo della luce e, allo stesso tempo, nella notte l’effetto segnico si manifesta in senso opposto: la luce interna si proietta al di fuori attraverso la porta vetrata.
L’interno della chiesa si rende visibile e parla all’ambiente esterno. La porta trasparente funge trova già nel famoso testo della descrizione dell’eucaristia domenicale fatta da Giustino verso la prima metà del II secolo e da Ippolito di Roma28. Da ultimo, in senso cronologico, il Concilio Vaticano II ha voluto sottolineare il ruolo del presidente quale segno di Cristo (SC ,7), capo dell’assemblea. Per cui la posizione preminente della sua sede è legata all’onore reso al presidente e alla necessità pratica di visibilità, dal momento che egli agisce verso Dio in nome e a favore della stessa assemblea.
Tale sede, soprattutto quando è occupata dal vescovo, assume il ruolo di cattedra, e mai quello di trono, come ribadiscono gli ultimi documenti liturgici della Chiesa.
Infatti, nei PNMR leggiamo: “ …il Presbiterio si deve opportunamente distinguere per mezzo di una elevazione, o mediante una struttura e ornamenti particolari…”(n.258); e al n.271, La sede per il celebrante e per i ministri, ossia il luogo della presidenza, si afferma: “La sede del sacerdote cele
brante deve mostrare il compito che egli ha di presiedere l’assemblea e di guidare la preghiera. Perciò la collocazione più adatta è quella rivolta al popolo, al fondo del presbiterio, a meno che non si oppongano le strutture dell’edificio e altri elementi, ad esempio la troppa distanza che rendesse difficile la comunicazione tra il sacerdote e l’assemblea.
Si eviti ogni forma di trono…”.
Tutto ciò deve facilitare il compito che il presidente ha di dover guidare l’assemblea e che nell’Introduzione al Nuovo Messale Romano del 1984 la Conferenza Episcopale Italiana dichiara: “La celebrazione eucaristica non sarà pastoralmente efficace se il sacerdote non avrà acquisito l’arte del presiedere, e cioè guidare e animare l’assemblea del popolo di Dio” (n.9).
È necessario ripensare alla sede, che è il luogo del  presidente che celebra “in persona Christi” e offre il servizio di guidare un’assemblea opportunamente gerachizzata.
Purtroppo, in questa realtà, va sottolineata la mancanza di una tale presenza e collocazione. Tuttavia, l’insieme della struttura, come è impostata, auspica e attende che questo possa essere realizzata ad arte.

L’ambone
Un’osservazione questa, che in parte può estendersi ad altri aspetti della chiesa: è un luogo architettonicamente ben conformato, in coerenza con le intenzioni conciliari, che, sotto il profilo liturgico, è forse ancora suscettibile di ulteriori ripensamenti.
Per ottenere anzitutto l’obiettivo di una sistemazione centrale dei luoghi liturgici, e per evidenziarne la dinamicità, occorre riscoprire l’ambone, che è “luogo elevato” da cui si proclama la parola.Infatti, è il luogo dove viene proclamata la Parola di Dio. La stessa etimologia della parola (dal greco anàbainein = salire) ricorda quella sua antica collocazione, in posizione elevata, che si raggiungeva salendo alcuni gradini.
Nelle chiese legate alla tradizione siriana la sua collocazione è al centro dell’assemblea, chiaro influsso della sinagoga. La basilica cristiana, invece, aveva conservato il palco dell’abside di chiaro influsso delle basiliche civili.
Le attuali norme del Messale Romano, con un’ottica più flessibile, scrivono a riguardo: “Conviene che tale luogo generalmente sia un ambone fisso e non un semplice leggìo. L’ambone secondo la struttura di ogni chiesa, deve essere disposto in modo tale
che i ministri possano essere comodamente visti e ascoltati dai fedeli”29. Senza dubbio, a motivo dell’intimo rapporto esistente tra Parola-Liturgia-Assemblea, l’ambone richiede non solo la possibilità e la facilità di ascolto e di visibilità, ma anche una visibile connessione che esso ha, nel complesso dell’intera celebrazione, con la presidenza, la mensa eucaristica e l’intera assemblea del popolo di Dio.

L’altare
E forse anche per l’altare si potrebbe ripensare, oltre alla collocazione centrale, anche una forma più adatta a rievocare il significato di “mensa” piuttosto che quello di sola “ara”. I due significati si integrano per loro stessa natura, tuttavia quello di mensa, ben visibile da tutti e centro della partecipazione attiva, si coniuga meglio con il valore e l’obiettivo della riforma liturgica.
Il primo documento autorevole, che segna una svolta in materia, è il n. 41 del testo conciliare sulla liturgia, SC, dove viene fatta chiara allusione all’altare unico (unum altare). Più tardi anche il Codice di Diritto canonico30 non parla più di altare maggiore e altari laterali, ma semplicemente dell’altare.
Questa unicità dell’altare non ha altro scopo se non quello di restituire a esso tutta la sua forza simbolica che lo aveva inizialmente caratterizzato.
“L’altare, sul quale si rende presente nei segni sacramentali il sacrificio della croce, è anche la mensa del Signore, alla quale il popolo è chiamato a partecipare quando è convocato per la messa; l’altare è il centro dell’azione di grazie che si compie con l’eucaristia” 31.La posizione, dunque, dell’altare deve rivelare la sua funzione e la sua natura, per cui deve essere “ … staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo. Sia poi collocato in modo da costituire realmente il centro verso il quale converga l’attenzione di tutta l’assemblea”32.
Al n.259 si ribadisce la natura dell’altare affermando che “… l’altare è il centro dell’azione di grazie che si compie con l’Eucaristia…”
Solo in un tale contesto si può realizzare in modo visibile quell’aspetto gerarchico e comunionale che caratterizza un’assemblea liturgica e che da antica data la Chiesa ha fatto suo. Nell’antica preghiera eucaristica del canone romano, la presenza del presidente e quella dei fedeli veniva definita come circumstantes, cioè attorno all’altare. La centralità dell’altare, quindi, va bene intesa ed evidenziata. Occorrerebbe, dunque, ripensare alla proporzionalità dell’altare all’interno del complesso di questa chiesa.
Il fonte battesimale o battistero A partire dal IV secolo assistiamo al sorgere di edifici destinati ai sacramenti della iniziazione cristiana (battistero, consignatorio), per lo più in prossimità delle chiese principali. Dall’VIII-IX secolo in poi, con il diradamento del battesimo degli adulti, e la conseguente scomparsa dell’immersione, lo spazio del luogo del battesimo è andato sempre più delimitandosi, trasferendosi lentamente all’interno dell’edificio parrocchiale. Per conservare la separazione dei sacramenti e soprattutto per emulare la sua antica posizione, quella avuta dai battisteri, il fonte battesimale fu collocato in genere nei pressi dell’entrata.
Oggi nelle fonti giuridiche della Chiesa si parla solo di “fonte battesimale” e non più di battistero33. Con la riscoperta del valore dei sacramenti di iniziazione cristiana, il lento ripristino del catecumenato e la necessità di un catecumeno post-battesimale34, nelle prescrizioni giuridiche e liturgiche attuali non si parla affatto di battistero, ma solo di “fonte battesimale”.
Nonostante la rivalutazione dei sacramenti di iniziazione abbia comportato anche il ritorno al rito del battesimo per immersione, tuttavia la prassi ancora più diffusa resta quella per infusione. Tutto ciò crea ancora incertezza su quale ruolo debba occupare oggi il battistero o il fonte battesimale all’interno dello spazio liturgico- ecclesiale. Comunque il De Benedictionibus prevede un formulario per la “benedizione del battistero o di un nuovo fonte battesimale”, e nei Praenotanda si legge: “Tra le parti più importanti di una chiesa ha giustamente un posto di rilievo il battistero, il luogo cioè in cui è collocato il fonte battesimale”35.In questa chiesa, molto significativa e importante è dunque la sistemazione studiata per il battistero: un volume che si apre accanto alla chiesa, ben raccordato con questa ma a questa esterno. Un volume anch’esso circolare che, attraverso le sue tre finestre, mantiene un contatto visivo col mondo circostante.
Un ambiente al quale si accede scendendo tre gradini che sono un simbolo molto importante, perché si scende al battistero come si scende nella morte per rinascere alla nuova vita cristiana. Si scende come quando ci si cala in acqua per purificarsi e riemergere da rinati in Cristo e come uomini nuovi.
Una situazione architettonicamente molto importante, in cui lo spazio si conforma alla presenza dell’acqua purificatrice e della rigenerazione in Cristo oltre che della luce che evoca il mistero della grazia divina. A nostro avviso manca ancora un adeguato fonte che non può essere sostituito da un elemento di dimensioni contenute, simile a un’acquasantiera.

Il tabernacolo
È il luogo in cui si conserva l’Eucaristia fuori della celebrazione, che a partire dal secolo XVI ha conosciuto l’uso di un luogo, generalmente ben visibile e solenne, posto al centro dell’altare. L’attuale normativa è diversa. Già nel 1967, con l’Istruzione Eucharisticum mysterium, del papa Paolo VI, sono chiaramente esposti i fini per cui la Chiesa ha sempre conservato e continua a conservare le specie eucaristiche: per viatico agli ammalati, la comunione fuori della celebrazione eucaristica, l’adorazione del SS.Sacramento. Quest’ultima pratica viene caldamente raccomandata ai fedeli, attraverso la preghiera di adorazione davanti al SS. Sacramento. Coerentemente con questo, il Messale Romano raccomanda che questo luogo “…sia posto in una cappella adatta alla preghiera privata e alla adorazione dei fedeli”36.
Anche il luogo del SS. Sacramento merita un ripensamento;  non può essere posto allo stesso livello della statua della Vergine, fare quasi da pendant: su due rispettivi lati dell’altare, su due specchi di parete identici. Il SS. Sacramento va, dunque, ubicato in una cappella che renda possibile l’adorazione al di fuori del rito eucaristico e che separi la custodia eucaristica dall’altare, così da evitare sovrapposizioni tra i due luoghi.
Concludendo questo nostro studio, occorre sottolineare come il luogo della celebrazione resti uno degli aspetti visibili più importanti per un’autentica riforma liturgica.Già il Concilio Vaticano II, nel documento SC, ha inteso esporre, nel capitolo sull’”arte sacra e la sacra suppellettile”, quali siano i criteri che debbano guidare in questo settore, che sono stati in seguito precisati dai Praenotanda del Messale Romano. I fasti di alcuni riti, che hanno caratterizzato la prassi liturgica del Secondo millennio, sono stati notevolmente semplificati nelle riforme di questo secolo, dando maggiore spazio e interesse al valore dei segni sacramentali e celebrativi. L’Ordo dedicationis ecclesiae et altaris, promulgato il 29 maggio1977, ha inteso sintetizzare quei molteplici temi cultuali della comunità ecclesiale, sviluppando soprattutto la tematica Chiesa-Tempio e Chiesa-Popolo di Dio, e superando così ogni forma di sacralizzazione. La stessa terminologia sia liturgica che canonica ha inteso sostituire la parola “consacrazione” con quella di “dedicazione”.
La stessa IGMR del 1984, ai nn.279-280 stabilisce: “n.279. L’arredamento della Chiesa abbia di mira una nobile semplicità, piuttosto che il fasto. Nella scelta degli elementi per l’arredamento, si curi la verità delle cose e si attenda all’educazione dei fedeli e alla dignità di tutto il luogo sacro.
“n.280. Una conveniente disposizione della chiesa e dei suoi accessori, che rispondano opportunamente alle esigenze del nostro tempo, richiede che non si curino solo le cose più direttamente pertinenti alla celebrazione delle azioni sacre, ma che si preveda anche ciò che contribuisce alla comodità dei fedeli, e che abitualmente si trova nei luoghi di riunione”.
Nel complesso quindi: un’architettura molto bene impostata e ricca di eccellenti potenzialità che, col tempo, si auspica possa giungere a piena maturazione anche per quel che attiene alla collocazione e alla elaborazione artistica dei poli liturgici. In effetti, rinunciando, come è stato fatto, all’accumulo dei segni, tutto ciò restituisce alla celebrazione eucaristica il suo ruolo principale nella strutturazione della Chiesa. In questo modo, come la riforma liturgica ha inteso sottolineare, la Chiesa-edificio è solo l’immagine, materialmente e visivamente espressiva della Comunità dei credenti e la centralità del Mistero pasquale deve dunque essere in piena sintonia con la fede celebrata e con la fede vissuta. Dal punto di vista dello spazio sacro la struttura, sia all’interno e ancora più all’esterno, ha mostrato di essere un buon tentativo di progettazione e di realizzazione. Infatti, lo spazio, all’interno di un complesso parrocchiale, deve essere un luogo nel quale il credente ritrova la sua dignità umana e fraterna. Non possiamo ignorare che il luogo di culto cristiano è nato, innanzitutto per questo, come “Domus Populi Dei”.

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