RUOLO CENTRALE DEL COMMITTENTE

Negli ultimi 50 anni c’è stata una nutrita pubblicistica, e non solo italiana, che ha studiato la chiesa edificio.
Personaggi come Rudolf Schwarz, Louis Bouyer, Roberto Gabetti, Glauco e Giuliano Gresleri, Maria Antonietta Crippa, Mons. Giuseppe Arosio, Mons. Crispino Valenziano, S.Em. Card. Giacomo Lercaro, Mons. Giancarlo Santi – e l’elenco potrebbe essere molto ampliato – testimoniano un interesse cresciuto in parallelo col grande numero di edifici per il culto costruiti in questo periodo.
CHIESA OGGI architettura e comunicazione è un luogo ove non pochi studiosi, architetti, ingegneri, liturgisti e teologi hanno la possibilità di portare un contributo alla ricerca sulla verità dell’edificio chiesa. Da parte sua il competente Ufficio della CEI, con i quindici concorsi a invito iniziati nel 1998-1999 per i “Progetti Pilota”, ha contribuito a portare ancora maggiore attenzione sull’edilizia chiesastica. In tale contesto, poco più di un anno fa un noto teologo ha pubblicato un volume che propone al meglio il rapporto tra la teologia e l’architettura. Si tratta del Prof. Severino Dianich, La Chiesa e le sue chiese.
Teologia e architettura (San Paolo, Cinisello Balsamo). Egli, che ha la rara dote di scrivere con competenza in maniera assai chiara e di approfondire i problemi senza creare difficoltà ai non addetti ai lavori, è stato Ordinario di Ecclesiologia e di Cristologia alla Facoltà di Teologia di Firenze, nonché, per molti anni, Presidente dell’Associazione Teologica Italiana.
Il libro si sviluppa in 4 parti che seguono una breve Prefazione in cui l’A. dichiara il suo intento: far convergere l’attenzione di architetti e committenti ecclesiastici al fine di giungere a una progettazione corretta.
Annota anche che il libro nasce da un’esperienza condivisa con docenti della Facoltà di Architettura di Firenze coi quali ha preparato e poi svolto un master per architetti e ingegneri interessati alla progettazione di edilizia per il culto. Nella I Parte, Dianich pone il problema dell’architetto di fronte alla committenza e alla tradizione. L’A. ritiene “abbastanza obsoleta la querelle fra chi pretende che l’artista…, debba essere credente e coloro che non lo ritengono necessario.” Bisogna però che vi sia chiarezza: il primo architetto di una chiesa è la comunità cristiana. Questa si farà un’idea del luogo da abitare per poi affidarne la progettazione a un esperto qualificato che dovrà essere capace di interpretare la comunità stessa. Il rapporto con la tradizione non potrà voler dire identificare il progetto con gli stilemi del passato. Non c’è più spazio per il neo-paleocristiano, per il neo-romanico e così via. Semmai può interessare l’opera dell’architetto che “cita”, in maniera sua propria, elementi architettonici del grande passato. Aggiungo: un po’ come ha fatto il Palladio.Concludendo, Dianich rileva come il rapporto con Dio sia determinato dalla memoria di Cristo e non dagli archetipi della psiche, e che non si tratta, progettando una chiesa, di andare alla ricerca delle emozioni che può produrre il sacro. Ma esiste anche un problema per il teologo: gli è chiesto di presentare la Chiesa, frutto e manifestazione del mistero di comunione, dono di Dio che unisce quanti lo accolgono, con Dio e tra loro. Se la grazia della comunione è realtà nascosta, non lo è la comunità: cerniera tra un polo, quello del mistero invisibile e quello della realtà empirica e sempre atto di comunicazione.
Il dono ineffabile della comunione si rende empiricamente verificabile in quanto ne nasce una comunità che professa la fede. Di conseguenza si ha un tema di tipo linguistico. E l’architettura è un tipo di linguaggio.
Segue la II Parte, dedicata al tema del linguaggio come si pone nel mondo contemporaneo.
Dopo aver riflettuto sulle forme della Rivelazione e della teologia, su immagini e parole, sulle parole come cose, sulle cose come parole, si presenta il costruire e l’abitare come comunicazione, per proporre temi e problemi del linguaggio architettonico. Problema di grande rilevanza è quello che chiede all’architetto di comporre il contributo delle sue forme spaziali con il mondo del credente e della sua esperienza ecclesiale.
La III Parte risponde alla domanda: che senso ha, per la comunità e per l’architetto, progettare una chiesa? Dianich esamina l’eredità dell’Antico Testamento: il Tempio di Gerusalemme. Nel Nuovo Testamento il Tempio è Gesù e anche la comunità. Poi si passa alla Tradizione, e al senso e all’immaginazione, con molte esemplificazioni.
Infine al senso cristologico. L’ A., nell’Epilogo, giudica il suo lavoro “un tentativo”. È ben di più. Può darsi nasca un nuovo teologo che – partendo da questo libro – sappia aggiungere qualcosa. Per ora non ne conosco. Sarebbe bene che committenza ecclesiastica, teologi e liturgisti chiamati come “esperti”, e architetti e ingegneri, facessero propria la profondità culturale e la sapienza cristiana che questo volume manifesta con chiarezza, permettendo quella indispensabile interdisciplinarietà che sola fa arrivare, nella progettazione di una chiesa, a un risultato soddisfacente.

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