Laura Thermes


Gli interventi su un centro urbano sono classificabili in alcune precise categorie trasformative o, se si preferisce, in altrettanti modelli progettuali, corrispondenti a complessi ambiti teorici e operativi.
Il primo di questi fa riferimento alla struttura inerziale del tracciato e a quelle modalità iterative che, nel corso del tempo, hanno permesso di far corrispondere al tracciato stesso una edificazione governata da regole tipologiche consolidate. Regole, ma sarebbe più corretto definire consuetudini, derivate dalla traduzione dei modi dell’abitare in formulazioni
spaziali codificate e in soluzioni linguistiche anch’esse normalizzate.
All’interno di questa linea di ricerca, che privilegia l’essenza fisica dell’insediamento urbano, ciò che si intende ottenere è una sostanziale conferma del rapporto tra il materiale edilizio – un materiale per sua natura seriale – e la forma urbis, ovvero la configurazione complessiva della città. Tale conferma non ha alcunché di statico interiorizzando al contrario, in conformazioni organiche alla memoria urbana, i nuovi elementi che entrano nella vita della città. Elementi intesi in senso pienamente architettonico, proiettati per questo in una sostanziale continuità con la memoria genetica dell’organismo urbano.
La seconda categoria di interventi sulla città può essere identificata in un approccio di tipo paesistico e ambientale. In questo caso ciò che interessa non sono tanto i processi quasi biologici attraverso i quali il tessuto urbano cresce e si specializza in un’intensa dialettica tra edilizia di base e poli monumentali, quanto l’esito spaziale che questi stessi processi producono. All’interno di queste modalità è ad esempio la topologia, invece della tipologia, che assume un rilievo particolare, così come la sequenza narrativa delle visuali urbane da coordinare in serie coerenti come in un montaggio cinematografico.

La terza categoria di progetti urbani ha origine dalla considerazione delle città come sistema di relazioni dinamiche, di interazioni contestuali e di flussi informativi. Questa visione dei fenomeni urbani, di matrice intrinsecamente funzionale, è all’origine di progetti i quali si prefiggono di agire sulle città modificandone gli equilibri vitali senza
metterne in discussione la struttura fisica nella sua essenza unitaria e sistematica. Una struttura sulla quale si tende a produrre trasformazioni puntuali attivando, tramite progetti quasi sempre di limitata entità, circoscritti ambiti spaziali.
La quarta categoria, la più complessa teoricamente e operativamente, deriva da una concezione della città come un’entità idealmente pensante, una realtà fatta di materialità e di immaterialità, di elementi espliciti e di tracce implicite, di contenuti diretti e di sensi segreti.
Unendo spunti situazionisti a suggestioni provenienti dalla psicogeografia, ma anche leggendo una planimetria come un dipinto dotato di tensioni formali da assecondare o da contestare, questa modalità di intervento cerca di suscitare dalla città risonanze inconsuete, agendo in profondità sul testo urbano, di cui si accetta la natura stratificata nonché la sostanziale indecifrabilità.
C’è da aggiungere che mentre i due primi modelli comportano la prevalenza dell’istruttoria analitica, il terzo e il quarto vedono affermarsi il momento sintetico, ovvero una prefigurazione progettuale che cerca di unificare, in una preliminare intenzionalità formale, l’insieme dei dati che il problema urbano da risolvere presenta. All’interno di queste quattro categorie del progetto urbano i luoghi, intesi come entità dotate di una loro riconoscibilità architettonica, si confrontano con i non luoghi, vale a dire con quelle circoscrizioni spaziali rimaste in una condizione indeterminata e approssimata, priva di riferimenti e di vero senso urbano.

Piano primo
Piano secondo

Edificio per uffici e attività commerciali a Gubbio
1992
Laura Thermes
Realizzazione 1994-1996

All’interno di queste quattro categorie il concetto di esistente cambia sensibilmente. Nell’approccio tipo-morfologico l’esistente è nello stesso tempo il luogo dell’analisi e il risultato al quale si tende, tenendo però presente che tale esistente non è semplicemente riprodotto, ma in gran parte reinventato, nei rapporti e nei suoi significati, attraverso
i nuovi interventi. Nella visione paesistico-ambientale l’esistente è assunto come un paradigma immediatamente formale, luogo di soluzioni linguistiche determinate da riproporre e da rielaborare. Nell’ottica neo-funzionale l’esistente acquista il valore di un supporto per l’innesto di nuove relazioni tra le varie parti urbane, mentre in quella situazionista, psicogeografica e astratta, l’esistente si configura come l’occasione di una radicale e spesso visionaria trasformazione iconica.
In quest’ultimo caso ciò che conta è l’intreccio tra plusvalori letterari e simbolici e assonanze tematiche, tra collimazioni concettuali e associazioni metaforiche. Il tutto messo a reagire con l’architettura intesa nei suoi aspetti più riposti, in q
uei suoi lati esoterici di solito del tutto o in parte inascoltati. Considerato come un testo, anzi, come un labirintico ipertesto, la città si presenta come il risultato di un’infinità di esistenze, ciascuna delle quali vi ha depositato una serie di tracce e memorie da decodificare e interpretare. È necessario a questo punto chiarire che l’esistente contiene la sua evoluzione, ma questa non è deducibile meccanicamente tramite un’analisi della sua costituzione generale e delle sue parti, anche se questa analisi è completa e sofisticata.
L’esistente può esprimere il proprio cambiamento solo a condizione di una sua riscrittura o, in altri termini, solo a partire da un rinominare sia la sua identità complessiva sia quella dei suoi singoli componenti. Occorre anche tener presente che, considerato sul piano del progetto urbano, l’esistente polarizza tre livelli tematici.
Il primo riguarda il rapporto tra continuità e discontinuità, e si risolve nell’inserire nelle proposte progettuali una dialettica tra connessione e disgiunzione, in una successione di limiti e di varchi, di unione e di separazione.

Il secondo consiste nel rapporto tra unità e frammento, ovvero nel predisporre soluzioni urbane nelle quali l’intero si confronta con la parte.
Il terzo livello tematico si identifica nella compresenza di una concentrazione di segni e di elementi e nella dispersione degli stessi, in un programmato respiro tra densità e rarefazione.
Questi tre temi, comuni a tutte le scritture artistiche, acquistano nell’architettura un significato ulteriore dal momento che, traducendosi in elementi concreti, uniscono il senso delle cose alle cose stesse.
Quanto detto si situa in un quadro problematico nel quale i luoghi e i non luoghi, prima ricordati, tendono a confluire gli uni negli altri, in una fusione di tensioni atopiche e di processi di radicamento.

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Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali

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