La voce nella Chiesa

Amboni e pulpiti, quando non esistevano le tecnologie per facilitare l’ascolto, avevano una dimensione di base, molto materiale: permettere che anche in chiese assai grandi la gente potesse ascoltare la Parola, per lo più cantata, o l’Omelia.

Ambone del Duomo di Siena, scolpito tra il 1265 e il 1268 da Nicola Pisano.


Ogni edificio aveva il suo trucco. Bisognava conoscerlo e chi teneva l’Omelia, e dopo Trento la predica, o il catechismo la domenica pomeriggio, conosceva il trucco. Era anche, per lo più, uno che aveva allenato il respiro e le corde vocali. Chi aveva una vocina roca difficilmente parlava in pubblico. Gli antichi oratori si allenavano, come Demostene che dicono fosse balbuziente e cercasse di superare il suo handicap tenendo piccole pietre in bocca. Ricordo bene il pulpito di San Domenico in Chieri: se si voleva essere ascoltati bisognava stare rivolti non già verso i fedeli ma a un pilastro e tutti, nella grande aula sentivano bene. Ci voleva, però, anche un “predicatore”, un uomo in genere dalla corporatura solida e dalla voce bene impostata. Adesso è, apparentemente, più facile con le mille possibilità di ampliare il volume di qualsiasi voce. Così i più dei ministri ordinati, vescovi, preti, diaconi, non hanno mai imparato, e forse non impareranno più, a proporre la Parola con dignità e in modo da esser uditi. Personalmente ho seguito per tre anni un corso di dizione, e con me altri confratelli. Ma è abbastanza raro, anche se, per esempio a Roma gli studenti chierici di alcuni seminari anglofoni prendono lezione per esprimersi bene in inglese. Non sarebbe male che le Chiese istituiscano Lettori, o usino Lettori tratti dalla gente di Teatro. San Genesio martire è il loro patrono. Consideriamo ora l’omelia. Essa non è evangelizzazione, non è catechesi, non è il momento per prendersela coi parrocchiani assenti, ecc. Essa è una presentazione casalinga, amicale della Parola ascoltata e rivisitata dalla Tradizione della Chiesa. Affermava un grande oratore latino che “res tene, verba sequentur”. Se si conosce l’argomento le parole escono facilmente dalla bocca. Il che è vero per uno che ha già predicato settecentoventi volte. Cioè ogni giorno per due anni, essendosi scritta tutta l’omelia. Poi sarà in grado di farsi un piccolo schema o, nel caso di esempi rari, come quello del defunto arcivescovo di Torino, Anastasio A. Ballestrero, le parole fluiranno bene, senza neppure il bisogno di avere in mano un foglietto con lo schema. Il card. Pellegrino che intendeva portare nelle Omelie la sua principale funzione di vescovo, scelto il tema, si faceva aiutare dalle sue segretarie e poi studiava e ordinava le schede. Ogni sua omelia era come quella di un Padre della Chiesa. L’Omelia non è né evangelizzazione né catechesi. Il volume della C.E.I. dal titolo “Il rinnovamento della catechesi”, dice a proposito di evangelizzazione:“… è il primo annuncio della salvezza a chi, per ragioni varie, non ne è a conoscenza o ancora non crede”. La catechesi è lo sviluppo fondamentale dell’annuncio della Parola di Dio, “per guidare l’itinerario degli uomini di fede, dalla invocazione alla riscoperta del Battesimo fino alla pienezza della vita cristiana” (RdC, 25 e 30). L’Omelia, invece, è parte integrante dell’azione liturgica di cui assume i movimenti e le caratteristiche. In essa il ministro competente annuncia, spiega e loda il mistero cristiano perché chi ascolta lo faccia suo. Dunque dev’essere una voce che arrivi, che segni i presenti, che tagli come una spada a due tagli, che sia il punto, almeno settimanale, dei cristiani quanto la loro effettiva fedeltà.
P. Giacomo Grasso, O.P

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