La stanza del liturgistaLa liturgua delle pietre

La liturgia delle pietre

E’ spazio eloquente quello della chiesa: ricco di significati che ritrovano nell’animo la memoria e sollecitano la riflessione e la preghiera.
«L’armonia e la proprietà dei simboli e degli spazi si dimostrano essenziali», scrive Antonio Santantoni. L’impatto emotivo del luogo sacro e degli elementi che lo compongono, è essenziale nell’architettura dell’aula ecclesiastica.

Prof. Don A. Santantoni
Casale Monferrato, Duomo di Sant’Evasio, sacrestia
nuova, veduta della zona absidale.

L’orologio della torre suonò le tre del pomeriggio sulla città quasi addormentata nel torrido meriggio di inizio luglio. Nella piccola cappella per la preghiera silenziosa ricavata nella minuscola cripta sotto l’altare maggiore, nel piccolo spazio in semioscurità, non vedo altro che i grandi occhi scrutatori d’una icona russa in riproduzione che mi fissano penetrandomi nel profondo. Avverto nella frescura del piccolo sacello una risposta fisica alla calura insopportabile della piazza e delle vie della città. Quegli occhi calamitarono i miei e per qualche momento non fui in grado di vedere, di cercare altro che quei due occhi nei quali i miei si perdevano in una profondità insondabile, irraggiungibile. In quello sguardo erano racchiusi un mondo e una storia: il mondo e la storia di tutti e di ognuno. Mi sentivo soggiogato dalla suggestione di quella
penombra, dallo splendore di quelle pietre e dalla maestà del mistero che le inabitava (cfr. Sal 27,4). Col pensiero pieno di Dio riguadagnai la navata centrale della chiesa, dove lasciai libero corso ai miei pensieri e alle emozioni, aprendo tutte le porte dell’anima alle voci e alle misteriose presenze che mi si affollavano dentro. Come in un coro ben diretto, ogni pietra aveva un timbro diverso e ogni Santo Segno una sua voce che trasmetteva un messaggio diverso. Mi spogliai d’ogni fretta e con piede lento e occhi attenti presi a ripercorrere, aiutato da quel concerto di voci, il cammino della mia
vita e la mia storia. Dal fondo della chiesa, dove mi trovavo, un gorgoglio discreto annunciava la presenza dell’acqua: una presenza che prometteva e donava ristoro nell’arsura del torrido meriggio e freschezza alle membra stanche e oppresse dall’intollerabile calura. Aiutandomi con la memoria composita dell’oggi e del remoto passato, mi vidi nudo davanti al fonte
dove Colui che può aveva fatto di me una nuova creatura rinata in Cristo, chiamata a condividerne la dignità regale, sacerdotale e profetica. Mi ricordai di promesse fatte solennemente e, ahimè, assai spesso tradite, e ne sentii nostalgia e rimpianto. L’ udito e lo sguardo intercettarono altre voci, altre immagini, entrando in dialogo dentro di me: erano
voci solenni o salmodianti e pietre squadrate o preziosamente tornite, metalli finemente cesellati, pareti istoriate e teorie di angeli e di santi. Su tutte, una voce alta e solenne che proclamava parole che si sublimavano in Parola, quella che si è
fatta carne ed abitò fra noi. Era una voce che veniva dall’alto (ambone), come la voce d’un araldo o d’un messaggero. Parole che facevano rivivere una storia e ne annunciavano un’altra: la storia del Figlio dell’Uomo e di ogni figlio dell’uomo.
Ma su tutte un’altra presenza s’ imponeva. Era l’altare, centro naturale, ineludibile, di tutto l’edificio, del suo spazio, di ogni sua coordinata. L’occhio ne rimase immediatamente attratto, come soggiogato. Impossibile ignorarlo, sfuggirlo, negarlo. Esso s’imponeva per la sua struttura, per la sua centralità, per la sua dignità. Con sobrietà o con sfarzo, con ricercata cura del particolare o con severa essenzialità, esso mi parlava di ciò e di Colui che nell’altare è significato e rappresentato introducendomi così nella complessità del mistero. I seggi e i sedili che fanno da corona all’altare o lo
fiancheggiano, sembrano animarsi davanti ai miei occhi coinvolgendomi. Vedo con gli occhi della memoria figure e gesti che mi sono familiari, di cui non sempre conosco storia e natura precisa, ma la cui funzione basta a rivelarne il senso. È la natura gerarchica e ministeriale della Chiesa che ne risulta visibile. Essa non si lascia semplicemente ammirare,
ma mi coinvolge direttamente: di quell’ organismo vivo e vitale anch’io sono parte integrante. Con rara evidenza e chiarezza percepisco il valore di ogni segno e colgo il suo rimando al rito. Il segno si fa mediatore di messaggi e di senso. La liturgia realizza ancora una volta la sua natura e la sua ragion d’essere. Nel ripercorrere questo itinerario di grazia l’armonia e la proprietà dei simboli e degli spazi si dimostrano essenziali. Segni male assortiti, approssimativi
o dozzinali, mi appaiono contradditori e non di rado controproducenti. Ad essi vien chiesta la trasparenza che lascia trapelare l’indicibile e il non rappresentabile. Nel silenzio del luogo sacro, come per il profeta Elia sul monte Carmelo, è il mistero che si rende accessibile. Ringrazio l’architetto, i capomastri e tutte le maestranze che hanno messo la loro pietà e la loro sapienza, l’entusiasmo e il coraggio del loro genio al servizio della loro e della nostra fede.
Mi avvio verso l’uscita per rituffarmi nel caldo afoso, torrido della città. Mi colpisce una sagoma di confessionale appoggiato alla parete. Lo guardo senza gioia. Non lo so vedere come luogo dell’abbraccio del Padre al figlio prodigo; piuttosto mi richiama lo stanzino dell’interrogatorio di un tribunale; e non importa che da questo tribunale si esca quasi sempre assolti. La natura del gesto è quella di un atto giudiziario. Nel nostro caso la persona è, più propriamente
e facilmente, perdonata. Ma ciò non toglie lo sgradevole sensodel giudizio. Il Padre al figlio che tornava lacero e sporco di polvere e fango e di peccato non aveva fatto domande. L’aveva abbraccia
to e basta.
Mi inghiotte l’asfissiante calura di questo impietoso pomeriggio di luglio.

Prof. Don Antonio Santantoni

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