La pietra ollare

L’aggettivo ollare indica tutta una gamma di pietre tenere, resistenti al calore e di facile lavorazione. Conosciute sin
dall’antichità, esse servivano per ricavare pentole e contenitori di oli, chiamati «olle», da cui derivò detto aggettivo.

Le pietre ollari sono una varietà di serpentino, con un’alta percentuale di talco o clorite. Possono essere ascritte a due gruppi principali: talcoscisti e cloritoscisti, i quali appaiono in stretta connessione fra di loro in quanto entrambi sono inseriti nella formazione delle rocce verdi, principalmente là dove il serpentino è più frequente e massiccio. Essi affiorano in varie località dell’arco alpino con maggior abbondanza dei talcoscisti e sono costituiti in prevalenza da silicati di magnesio idrati.

Il più ampio affioramento di queste rocce verdi si trova nelle Alpi, con una estensione di 170 chilometri, e con il nucleo centrale nella Valmalenco. Il componente principale dei talcoscisti è il talco di color bianco, ma spesso reso grigiastro dalle impurità: in tal caso prende il nome di steatite, un filone della quale si trova in Valbrutta.
Invece nei cloritoscisti il componente fondamentale è la clorite che è presente per oltre il 95 per cento sotto forma di un fitto feltro di piccole lamelle di color verde, di grana minuta ed omogenea. Esse costituiscono le doti tipiche di una roccia compatta, denominata cloritoscisto compatto, che il noto geologo il prof. Annibale Mottana dell’Università di Roma, chiama
Turingite. In tale formazione i cloritoscisti emergono in corrispondenza di un filone principale, che dall’alta val Giumellini attraversa l’alpe Pirlo, passa il culmine alle Ove per poi scendere verso valle e quindi restringersi per salire sull’altra sponda verso la Motta di Caspoggio. Le cave di pietra ollare nella Valmalenco di cui si hanno notizie si trovavano, e alcune si trovano tuttora, nei territori formanti il comune di Chiesa (e precisamente nell’alpe Pirlo, zone viciniori e in val Giumellino) nel comune di Lanzada (soprattutto in Valbrutta) nel comune di Torre S. Maria, in località Romegi facente parte dell’antica quadra di Millirolo, ma è probabile ve ne fossero anche altrove. Si ha ragione di credere che le prime cave sfruttate siano state quelle di Chiesa, per essere le meno lontane dell’abitato, le più agevoli da raggiungere mediante comodi sentieri, e per essere poste in località dove i corsi d’acqua per azionare i torni sono sempre stati abbondanti e utilizzabili mediante lo spostamento del materiale grezzo da tornire dall’alto verso il basso, in qualsiasi stagione. Vennero
poi quelle di Lanzada e quindi, per quanto si sa, quelle di Torre.

La pietra ollare è tenera e facilmente lavorabile. Presenta un comportamento termico molto buono riuscendo ad accumulare molto più calore rispetto ad altri materiali naturali o artificiali.

I documenti consultati presso gli archivi comunali e quello di Stato di Sondrio sinora hanno fornito notizie piuttosto scarse sulla escavazione e la tornitura del lavezzo in Valmalenco, salvo che per parte del secolo scorso e in qualche misura quello presente, ma si ha ragione di ritenere che tali attività siano iniziate non molto dopo che nella Valchiavenna (del resto poco lontana) ma si deve escludere che le cave e o torni della Valmalenco, almeno sino allo scorcio del XVIII-secolo, abbiano potuto pareggiare per importanza quelli del Chiavennasco, e non perchè la pietra za quelli del Chiavennasco, e non perchè la pietra malenca fosse di qualità inferiore e l’abilità degli artigiani locali meno efficiente, ma per la maggior lontananza della valle del Mallero rispetto a Piuro e Chiavenna dai grandi centri commerciali, cui va aggiunta una rete viaria miserrima in confronto alla grande strada che risalendo lungo il Lario valica lo Spluga e il Maloggia e mette in comunicazione diretta i centri della pianura Padana con quelli d’oltralpe, offrendo così ai centri chiavennaschi ottime possibilità di vendita dei loro prodotti e in particolare quelli in pietra ollare. Se i reperti archeologia di Tresivio, di cui si è detto fossero di pietra ollare della Valmalenco, si otrebbe dire senz’altro che l’arte di tornire quella pietra era viva sulle sponde del Mallero sin dall’età del ferro. Come attesta Enrico Besta e con lui altri studiosi, la Valmalenco fu percorsa dagli antichi romani che forse trovarono nei sentieri superanti il passo del Muretto e conducenti in Valbregaglia dei comodi passaggi in particolari evenienza ed è logico pensare che, se non vallora, non molto tempo dopo, essi fossero usati per scopi commerciali con i conseguenti apprendimenti culturali e tecnici, compreso il metodo forse più raffinato di fare i laveggi. Nel 1348 i de Capitanei, signori di Sondrio e delle zone limitrofe (costituenti la pieve di Sondrio stessa) e vassalli del vescovo di Como, ottennero varie regalie, tra cui il privilegio di riscuotere le decime sulle "venae" (cave e miniere d’ogni specie, poste nelle valli orobiche. Allora la Valmalenco era sicuramente in loro dominio, tanto più che al suo sbocco e nei punti strategici di essa avevano costruito varie fortificazioni per sventare qualsiasi sorpresa proveniente dal nord; è quindi logico pensare che godessero già dei privilegi sulle attività minerarie della valle. Simili privilegi li ottennero anche i Beccaria, successori dei de Capitanei, che sicuramente sapevano quale fonte di ricchezza costituisse lo sfruttamento delle cave di pietra ollare poste nella Valchiavenna, per non cercare mediante quelle poste nei loro territori di impinguare le loro entrate. Inoltre i Malenchi sono sempre stata gente molto attiva, ingegnosa e intraprendente ed è logico pensare che si desse da fare per scoprire e lavorare quella pietra abbondante nel loro territorio. Le testimonianze più antiche circa la lavorazione della pietra ollare in Valmalenco, reperibili in loco, sono costituite dalla data 1560 incisa all’imbocco di una cava posta in val Giumellino e precisamente in località «Crapp di Giumelin» a 2500 metri sul mare, e da una piccola lapide rettangolare, con la semplice data 1563, immurata sulla facciata della «ca’ di Nan» in comune di Chiesa, che si dice indichi il luogo in cui veniva pagato il dazio sulle merci in transito tra la Valtellina e l’Alta Engadina. Ma anche un masso un po’ sgrossato di lavezzo immurato nei resti del castello di Malenco, in comune di Caspoggio, può a sua volta testimoniare che già verso il secolo XIII la pietra ollare era scavata nei dintorni. La più remota notizia bibliografica sul lavezzo malenco
ci è fornita dal frate bolognese Leandro Alberti, nella sua notissima opera intitolata «Descrittione de la Italia», stampata la prima volta a Bologna nel 1550. Egli scrive che dopo aver lasciato Castione «ritrovasi Malèngo fiume, ove comincia Valle Malenga, meritevolmente così nominata per esser diserta, e intorniata d’alte, aspre e sassose rupi, e di spaventevole montagne prive d’alberi e d’ogni verdura che è spaventosa cosa a passar per essa.

Passa per il mezzo d’essa l’antidetto fiume, dal quale ella ha tratto il nome. Quivi cavansi le pietre da far lavezzi di cuocer i cibi, li quali son portati per tutta Italia». Più tardi, sul finire del secolo XVI o agli inizi del XVII l’Albuzio, già ricordato, dirà che «nella valle del Malenco» si cava «gran copia» di pietra ollare anche se le cave più frequentate erano le piurasche, mentre Giovanni Guler, nel 1616, scriverà che «in Malenco esiste pure una pietra ollare, con cui si fabbricano laveggi d’ogni genere, ossia pentole di pietra; si provvedono di questi non solo la Valtellina, ma anche altri paesi». Si può immaginare
che dopo il disastro di Piuro del 1618 e la conseguente crisi della produzione di laveggi, la produzione degli stessi in Valmalenco si sia incrementata per far fronte alle richieste del mercato e che quindi i prodotti malenchi valicassero il
Muretto e seguendo la via Valeriana raggiungessero il mercato di Olonio, all’inizio del lago, e arrivassero poi su altri mercati. Ma già da secoli gli abitanti della Valmelenco erano abituati a emigrare per supplire coi guadagni fatti in località anche lontane a quelli scarsi ottenuti in patria. I calderai di Lanzada, detti «magnàn», raggiungevano il Veneto, il Tirolo e altre località d’oltralpe, ma scendevano anche lungo la penisola coi loro arnesi per riparare pentole e paioli e portavano seco anche qualche laveggio ed è noto che erano abilissimi nel riparare anche questi utensili di pietra, usando un mastice fatto con cenere e albume d’uovo, <servendosi inoltre, in certe occasioni, di fili di rame o di ferro, come ricordano Opicino de Canistris e il Campell. Salvo casi assai rari la pietra ollare della Valmalenco era usata per ottenere oltre ai laveggi
e piccoli recipienti, manufatti e sculture di ampia mole come avveniva in Valchiavenna.

La pietra ollare presenta molte caratteristiche peculiari: resiste al fuoco e al freddo,
oltre che agli acidi e alle liscive, non teme sbalzi di temperature

Tra i rari esempi ricordiamo un rilievo con gli stemmi delle Tre Leghe che ornava il palazzo del governatore in Sondrio (oggi sede del municipio), datato 1667, un frammento del quale ora si trova nel Museo cittadino, e una bella acquasantiera nella chiesa della Madonna della Sassella, fuori Sondrio. Sicuramente nel secolo XVI, ma fors’anche prima, si ricoprivano le superfici di grandi stufe in muratura con lastre o coppe di lavezzo, queste con le cavità rivolte all’esterno per aumentare la superficie emanante calore. Esse venivano collocate nelle «stúe» (stanze foderate in legno) delle case signorili. Un esempio molto bello e ben conservato di tali stufe con laveggi incorporati si trova nella torre dei Paribelli ad Albosaggia.

Nei primi decenni del secolo XVII l’arciprete di Mazzo, Giovanni Tuana, in una sua opera sulla Valtellina, giuntaci mutila (tuttora inedita), tratta con efficacia della Valmalenco, raddolcendo notevolmente il severo giudizio di Leandro Alberti. Infatti, circa la natura della valle, si esprime nei seguenti termini: «La Valle Malenco pare a prima faccia tutta horrida, et affatto inhabitabile non offrendosi altro alla vista de’ riguardanti, se non rupi pendenti e pelate, et vedrette, tuttavia è terra fertile, et abbondante di grassine, et altre cose utili al vivere humano, che ogni giorno si porta fuori robba più che per cento scudi, perchè ha molte mine di pietra di lavezzo, quali servono a molte città d’Italia; di piode, quali servono a molte terre del paese, di calcina…». Parlando poi dei vari centri abitati della valle, dirà che a Chiesa «si cavano le piode et forniscono li lavezzi», mentre Torre dava pietre per far calce e Lanzada era la parrocchia più ricca con abitanti molto industriosi, dei quali alcuni «esercitano – scrive – mercanzia nelle principali terre della valle» ed emigravano Giudicava i meno ricchi di tutti i Caspoggini, che pur avendo un piccolo territorio molto freddo erano «però tanto parci (sic) et industriosi, e di fronte tanto audace, che passa[va]n la vita non del tutto miseramente».

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