La mutata “mens ecclesiale”

L’opera complessa del restauro richiede un’impostazione teoretica tale da garantire anzitutto l’autenticità dell’opera. Un manufatto artistico ordinato al sacro rivela un’identità metafisica, un aspetto estetico, un’istanza teologica, così che deve essere considerato sotto ciascuno di questi aspetti.

Sovente nella presentazione di restauri si ripete con enfasi e stupore: «L’opera è tornata nel suo primitivo splendore». Anche se tale affermazione suona piacevole, è quanto mai impropria. Nella logica del divenire storico nessun momento dell’esistenza di un’opera è eguale all’altro, per cui non esistono soluzioni pristine. Tanto la natura, quanto la storia, hanno diritto di firmare il loro passaggio su un manufatto. Si deve allora riflettere sul concetto di «autenticità» nei confronti dellle dinamiche del restauro, specie per quanto concerne la cosiddetta «arte sacra». La questione dell’autenticità evidenzia un fenomeno complesso, tanto dal punto di vista ideologico, quanto operativo, per cui deve essere definita teoreticamente e valutata praticamente. Inoltre le componenti che intervengono nello specifico cultuale sono correlate all’opera e alla sua fruizione. La garanzia di «autenticità» su un manufatto artistico finalizzato al culto non concerne solamente il fronte della conservazione materiale, ma anche quello della fruibilità sacrale. Al processo di creazione artistica dell’originale si aggiunge di conseguenza quello della sua conservazione dinamica, che porta a configurare il «limite» di persistenza dell’«autenticità» del manufatto. Da un punto di vista teoretico occorre spiegare il concetto di autenticità a partire dall’indagine sul manufatto nella sua consistenza sostanziale, per poi approdare a quella sui criteri d’intervento restaurativo. La tesi che ne deriva dimostra la complessità organica dell’autenticità nel contesto cultuale, i cui manufatti vanno considerati in termini metafisici e religiosi. Una lettura esclusivamente fenomenica ridurrebbe sia il valore intrinseco, sia la fruizione dell’opera. L’«autenticità» dell’opera è data dal rispetto delle varie componenti tenendo conto del divenire storico. Non si può ipotizzare una «autenticità assoluta», cioè sciolta dal contesto, ma si deve porre una «autenticità relativa», ovvero relazionata ai molteplici fattori che compongono ogni realtà contingente. Per questo motivo ogni intervento restaurativo deve essere nel contempo creativo e rigoroso, così da richiedere indagine conoscitiva, perizia tecnica, capacità artistica e, globalmente, prudenza di discernimento. Nel complesso i criteri di «autenticità» vanno valutati sulla componente materiale, formale, efficiente, finale del manufatto. Tali considerazioni dettano la «filosofia» del restauro. La conservazione delle componenti materiali ha significato specifico in riferimento all’autenticità. Attraverso tali componenti si è infatti realizzato il processo di trasformazione artistico con tutte le implicanze tecniche e creative che questo comporta. Il concetto di «autenticità» indica anzitutto l’elemento materiale e quanto ad esso connesso, cioè l’intervento manipolativo dell’uomo. I procedimenti sui materiali sono significativi, poiché dimostrano nell’ambito delle singole civiltà la capacità dell’uomo di conoscere le materie prime, di impiegarle attraverso tecniche particolari, di rapportarsi nel loro uso con il territorio, di selezionarle in base alle finalità del manufatto, di evidenziarne l’aspetto estetico. Pertanto l’uso dei materiali indica grado di civiltà, strategie intraprese, opinioni correnti, gusti estetici di una determinata cultura, per cui è importante l’autentica conservazione del conservabile. Tuttavia nei casi di restauro occorre ponderare attentamente la conservazione dei materiali secondo una gerarchia ordinata all’«autenticità complessiva» del bene.

Basilica di Sant’Anastasio, altare e abside, Castel Sant’Elia di Nepi (Viterbo).

L’autenticità si misura soprattutto sotto l’aspetto formale. La forma è ciò che qualifica la realtà contingente nelle sue specifiche determinazioni. L’opera artistica incarna per sua natura uno splendor formae, ovvero il raggiungimento di una perfezione d’essere. Ne consegue che per la conservazione della sua «autenticità» si richiede rispetto dei contenuti e della bellezza. Un manufatto artistico ordinato al sacro rivela un’identità metafisica, un aspetto estetico, un’istanza teologica, così che deve essere considerato da ciascuno di questi punti, se si vuole stabilirne e garantirne la «autenticità». La «autenticità» di un manufatto artistico comporta l’esigenza di investigare sull’agente, ovvero l’esecutore, non solo per identificarlo nominalmente, ma anche per scoprirne le intenzioni di fondo. Ad esso è opportuno collegare la volontà della committenza e la sensibilità della collettività. Si innestano dinamiche che conducono l’opera dall’inizio della sua storia ai nostri giorni. L’opera d’arte rappresenta infatti la riuscita di un’azione creativa umana consegnata a contemporanei e posteri. L’indagine storica per attribuire un’opera d’arte non è fine a se stessa, ma giova alla contestualizzazione e conseguentemente alla fruizione dell’opera stessa. L’«autenticità» del fine si realizza nella salvaguardia della riuscita artistica che qualifica intrinsecamente un’opera d’arte. Il finis operis è dato dall’attuarsi del bonum ontologico dell’opera, ovvero il raggiungimento dello splendore formale, che non si oppone all’ottenimento del fine strumentale. Questo deriva da struttura e contenuto dell’opera quali sono determinati dal finis operantis. Tanto la committenza, quanto l’artista, volendo e creando un’opera d’arte, si propongono infatti di raggiungere un determinato obiettivo, che, nella fattispecie dell’arte per il culto, è l’elevazione spirituale dei fedeli. La vertenza del restauro è dunque complessa. L’attuale interesse per la conservazione della memoria storica, nel caso dei beni culturali della Chiesa, deve accompagnarsi alla valorizzazione del loro fine, così che l’azione di restauro non prevede solo un intervento sui materiali, bensì anche la ricontestualizzazione degli stessi in ambito cultuale. Occorre poi sensibilizzare la collettività a tali istanze. Sono infatti que
ste che hanno promosso, oltreché ispirato, l’insigne patrimonio storico-artistico della Chiesa.

Rev. Prof. Carlo Chenis, Segretario Pontificia Commissione Beni Culturali della Chiesa

 

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