La lunga storia della facciata del Duomo

L’archivio della Fabbrica del Duomo milanese custodisce i progetti che sono stati presentati nel corso dei secoli, per completare la facciata della Cattedrale.Tra le iniziative promosse dall’Assessorato alla Cultura della Provincia di Milano e tese quest’anno a ripercorrere il periodo spagnolo, presso il Museo del Duomo sono esposti (nel periodo maggio-settembre 2002) tutti i disegni realizzati in quest’epoca (1583-1737).

La facciata del Duomo di Milano (foto Giampietro Agostini, courtesy di AEM SpA). Al centro: frontespizio delle Costituzioni della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, XVII sec.; Carlo Buzzi, proposta di facciata (1647-48).

Quando l’architettura è più forte degli architetti: così si potrebbe intitolare la mostra sui progetti per la facciata del Duomo di Milano tra XVI e XVIII secolo. Il simbolo per eccellenza dell’identità milanese si svela nella genesi della sua forma: l’infinito protrarsi nel tempo di questo cantiere è il teatro in cui si dipanano i temi legati alla facciata tanto che, quella che vediamo oggi, è il risultato di una sintesi fatta di vischiosità storiche, di sintesi, di memoria e di attenta lettura dell’origine gotica della cattedrale. Una mostra affascinante quindi, in primis per la rara bellezza dei disegni originali di Vincenzo Seregni, Francesco Maria Richini, Francesco Castelli: queste ed altre sono le personalità con cui la Fabbrica del Duomo intrattiene un fitto dialogo. Possiamo immaginare gli occhi puntati su questi disegni e la attenta disanima di ogni proposta letteralmente radiografata in ogni sua parte, ma quali sono le ragioni di tanto procrastinamento? Il Duomo di Milano viene edificato alla fine del ‘300 per volontà di Gian Galeazzo Visconti in forme dichiaratamente gotiche ed emuli dei grandi modelli d’oltralpe ma in un contesto, come quello italiano, da sempre restio ad adeguarsi al modulo “ad quadratum” e pronto, a partire da Firenze, a reintrodurre i canoni di una classicità composta e razionale. Milano si trova nel crocevia di questo dibattito e mano a mano che la costruzione avanza smantellando la primitiva chiesa, si sposta nel tempo il problema della facciata che, a fine ‘500, non può non assumere le forme del manierismo di Pellegrino Tibaldi. Sarà questo suo progetto la pietra di paragone per tutti i disegni successivi in quanto rivela la capacità di Pellegrino, già allenato dai lunghi lavori di riforma voluti da san Carlo Borromeo, ad innestare le nuove forme sulla struttura gotica. Era questa un’indicazione emersa quasi un secolo prima da Bramante quando, interpellato sul tema del tiburio, esortava a non “rompere l’ordine de lo edificio” bensì a cercare la congruenza con l’impostazione dell’organismo gotico e completare l’apparato decorativo con le forme direttamente deducibili dal realizzato o dai disegni “del tempo in cui questo Domo fu edificato”. Questa sottolineatura svolta da Luciano Patetta nel catalogo (“La facciata del Duomo di Milano nei disegni d’archivio della Fabbrica (1583-1737)”. Edizioni Unicopli, Milano 2002) è un’ottima chiave di lettura cui affiancare anche il piano più ideologico del dibattito: se a Carlo Borromeo le forme gotiche risultavano come “insopportabili abnormità” da riequilibrare con quelle della nuova “architettura romana”, in ciò si potrebbe intravedere una qualche simbolizzazione del processo di riforma cattolica dopo la scissione protestante. La demolizione della primitiva facciata quattrocentesca avverrà solo nel 1683 per realizzare il progetto presentato da Carlo Buzzi, punto di equilibrio tra le soluzioni neopellegriniane e quelle neogotiche di Francesco Castelli benché soggetto a ulteriori modifiche nel corso dei lavori che si protrarranno fino a tutto il XVIII secolo. La mostra è parte di quelle iniziative promosse dalla Provincia sotto il titolo di “Milano specchio d’Europa” dedicate, quest’anno, al periodo della dominazione spagnola. Ottimo il catalogo con testi di Luciano Patetta, Francesco Repishti e Richard Schofield corredato dalle esaurienti schede di Silvia Perossi.
Gabriella Anedi

Paola Iannace
Assessore alla Cultura, Provincia di Milano
Come è intervenuta la Provincia in merito ai disegni delle facciate del Duomo? «Abbiamo sostenuto l’inventariazione e la schedatura dei disegni conservati presso l’Archivio della Fabbrica con il recupero di un prezioso lotto di disegni alcuni dei quali restaurati per l’occasione. Con questo tipo di contributo abbiamo voluto indicare anche una modalità di intervento dell’ente pubblico che, secondo noi, deve essere sempre legato a una progettualità. In questo caso la ricerca ben documentava un aspetto della cultura milanese in epoca spagnola con il dibattito su una facciata contesa tra spinte romanocentriche e origine gotica dell’edificio».

Quale attenzione per la dimensione “europea” del dibattito?
«L’orientamento e la metodologia premiante di questo lavoro consiste nel presentarsi come istituzione che, nel momento in cui mette in atto il progetto collabora anche con tutte le istituzioni che si occupano di determinati studi. In questo caso c’è stata una grande intesa con la Fondation Pègase che ha coinvolto le scuole per un’indagine sulle testimonianze artistiche. Di grande respiro sarà anche la rassegna musicale che vedrà la partecipazione dei maggiori esponenti della musica iberica con una rassegna della cultura organistica del ‘600 spagnolo. Un altro ciclo, “La musica dei cieli” sarà invece dedicato alle religioni di tutto il mondo e girerà per moltissime chiese della provincia milanese». (G.A.)

Ernesto Brivio
Direttore emerito del Museo del Duomo, già Vicearchitetto della Fabbrica del Duomo
«Nella storia del Duomo di Milano, il capitolo più lungo, tormentato e che ha interessato specialisti e popolo, riguarda la facciata; la sua completa stesura, comprese le pagine introduttive, richiese più di quattro secoli, dagli anni Venti del Cinquecento agli anni Sessanta del Novecento. Tuttora la facciata offre argomenti – e quali! – agli studi e ai dibattiti tra gli esperti di storia dell’architettura e provoca quesiti, dubbi, disorientamento in coloro che transitano per la piazza e s’avvicinano al D
uomo, a motivo della sua estraneità rispetto al restante corpo della cattedrale e della disomogeneità degli elementi architettonici che una attenta lettura storica rende invece solamente apparente. Questa premessa già sottende tre degli scopi della mostra allestita al Museo della cattedrale …. e cioè: comunicare i risultati dei recenti studi sull’argomento, ponendo a confronto disegni, pareri e analisi storico- critiche, con l’ambizione di dire una parola chiara e riassuntiva (nulla, però, è definitivo in questo campo) rivolta soprattutto agli studiosi, agli addetti ai lavori e agli appassionati; dotare il vasto pubblico di milanesi, turisti e scolaresche di alcune chiavi di lettura che lo aiutino a capire quali furono le cause per le quali la facciata si presenta così, come oggi la vediamo, e a partecipare, almeno virtualmente, all’acceso secolare dibattito voluto e saldamente diretto dalla Veneranda Fabbrica; esporre al pubblico una parte cospicua, la più antica, dei disegni d’archivio della Fabbrica, di straordinario valore storico e progettuale ma di difficile consultazione».

Luciano Patetta
Professore ordinario di Storia dell’Architettura, Politecnico di Milano
«Il Duomo, col suo cantiere sempre aperto, ha costituito il più importante “laboratorio” teorico e pratico per tutti gli architetti che hanno lavorato a Milano dall’inizio del Quattrocento alla fine dell’Ottocento. In questo laboratorio si sono affrontati in senso nuovo i rapporti tra forma e struttura, tra scienza e tecnica, tra teoria e pratica e tra tradizione e rinnovamento. Il risultato di questa architettura sostanzialmente gotica (o tardogotica, se si vuole) lo dobbiamo alla “continuità” cercata dai deputati del Duomo (…) Negli Annali troviamo la conferma della autonomia di un cantiere, sede dell’organizzazione del lavoro più che luogo dove trionfavano le creazioni originali; sede dove ogni ipotesi progettuale, anche la più autorevole, doveva comunque essere sottoposta al vaglio critico di tutti i componenti dell’assemblea, tecnici e amministratori, ciascuno per il preciso settore di competenza, e le decisioni erano prese con una votazione. Tutto ciò assicurava un carattere collettivo all’edificazione. (…) Per trovare la soluzione al problema del tiburio, nel 1490 la Fabbrica ha voluto un vero e proprio “concorso” dei migliori architetti e ingegneri, tra i tanti altri Bramante, Leonardo, Amadeo, Dolcebuono e Francesco di Giorgio. L’esito di questo confronto di progetti e di modelli è stato non solo la soluzione che l’Amadeo ha saputo realizzare entro il 1500 (…) ma l’aver portato a teorizzare con espressioni diverse la scelta di continuità con i caratteri architettonici del Duomo, sorprendentemente sostenuta dai maestri del Rinascimento».

 

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