LA FEDELTÀ E L’INTERPRETAZIONE

Valutare dal punto di vista liturgico una nuova chiesa è un’operazione complessa e impegnativa, essenzialmente per due ragioni. La prima ragione è la necessità di restare fedeli al proprium della liturgia e alle più recenti normative magisteriali circa lo spazio liturgico e, al tempo stesso, essere attenti alle attese della comunità cristiana e rispettosi del valore architettonico dell’opera realizzata. In primo luogo occorre essere fedeli alla natura e alla finalità proprie della liturgia cristiana, in particolare quella latina romana.
Natura e finalità trasmesse dalla grande tradizione della Chiesa, fatte oggetto di approfondimento da parte della riflessione teologica contemporanea e autorevolmente interpretate dal magistero più recente che trova la sua maggiore espressione nei documenti del Concilio Vaticano II e nelle norme contenute nei libri liturgici della riforma liturgica attuativa del concilio, specie nell’Ordinamento generale del Messale romano.
A questi si aggiungono gli orientamenti propri della Conferenza Episcopale Italiana circa la costruzione di nuove chiese e l’adeguamento di quelle esistenti. Dall’altro lato, è necessario saper cogliere e interpretare l’intenzione originaria che ha mosso la comunità cristiana (parrocchia o diocesi) nel decidere la realizzazione di una nuova chiesa della quale essa sarà la prima destinataria e la principale fruitrice.
L’architetto interpellato, dal canto suo, svolgendo un ruolo certamente decisivo sebbene mai esclusivo, pone le sue competenze, le sue capacità e ancor più il genio proprio che lo caratterizza a servizio delle attese e dei bisogni che la comunità cristiana esprime in ordine alla celebrazione della sua fede. A questo riguardo, oggi è quanto mai necessario definire e circoscrivere il ruolo svolto dall’architetto nella realizzazione di una chiesa. Vi sono casi anche recenti nei quali alcune comunità, soprattutto monastiche, hanno da se stesse ideato la loro chiesa, ricorrendo solo in un secondo tempo all’architetto perché traducesse in linguaggio architettonico e tecnico quanto esse avevano progettato, dando così vita a un’efficace sinergia tra l’elaborazione della comunità e l’apporto specifico dell’architetto.Nel testo ancora inedito della conferenza tenuta a Bose nel luglio 2001, Giancarlo De Carlo così osservava: “Gli architetti sono diventati dei ‘personaggi’ della specializzazione. Alcuni di loro hanno prodotto opere straordinarie; certi però hanno creduto che fosse loro esclusivo appannaggio dare forma e organizzazione allo spazio fisico e hanno deliberatamente espulso gli altri… Ora io ho sempre pensato che uno dei compiti fondamentali dell’architetto – per quanto possa apparire paradossale – sia di fare in modo che, al più presto possibile, gli architetti non siano più necessari, nel senso che tutti ridiventino architetti”.
La seconda ragione della complessità nel valutare liturgicamente una nuova chiesa è strettamente legata alla prima, in quanto coniugare i due aspetti – la fedeltà alla specificità della liturgia cristiana da un lato e l’attenzione all’opera architettonica dall’altro – non è operazione né semplice né agevole, e questo dipende in buona parte anche dal fatto che la qualificata e approfondita normativa ecclesiastica vigente circa la realizzazione di nuove chiese, sebbene arrivi a stabilire in modo pertinente la natura, i significati e le finalità di tutti quegli elementi che insieme concorrono a creare e caratterizzare gli spazi liturgici, tuttavia non è ancora giunta a determinare veri e propri canoni delle forme architettoniche ai quali attenersi nella realizzazione di una chiesa. Canoni delle forme architettoniche non rigidi e inflessibili da riprodurre meccanicamente in ogni situazione; canoni tuttavia rigorosi, diversamente declinabili a seconda dei contesti ecclesiali, culturali, urbanistici, geografici ecc.
Ma soprattutto canoni interpretabili e per questo capaci di ispirare una fedeltà creativa che, come la storia dell’architettura e dell’arte cristiana attestano, è sempre l’esito di talento, genialità e intelligenza. In definitiva, canoni analoghi a quelli ai quali si ttenevano gli antichi e moderni costruttori di chiese e ai quali, con forme proprie e diverse da quelle latine, si attengono ancora oggi coloro che costruiscono chiese di rito orientale, anche in paesi europei.Si è soliti affermare che l’impossibilità di stilare canoni per l’architettura liturgica è il naturale effetto della complessità e della frammentazione della cultura contemporanea, la quale non concepisce o perfino avversa ogni tipo di sintesi, frutto di significati e valori condivisi, di punti fermi e di norme interiormente assunte e osservate. La creazione di un ethos dell’architettura liturgica espressa attraverso canoni o stilemi stabiliti si presenta dunque oggi come una vera e propria sfida culturale e per questo si fa oltremodo impellente e necessaria affinché costruire una nuova chiesa non significhi più creare ex novo una nuova idea di Chiesa.

L’altare, l’ambone e la disposizione dell’assemblea
La premessa fin qui fatta circa la complessità nel valutare dal punto di vista liturgico una nuova chiesa ci consente di puntualizzare che i rilievi che faremo sulla chiesa di S. Paolo Apostolo in Frosinone non sono rivolti unicamente all’opera dello stimato architetto Danilo Lisi, ma riguardano tutti gli attori solitamente in gioco nella realizzazione di una chiesa: la committenza, l’architetto, il liturgista, l’artista, gli specialisti consultati e, non da ultimo, chi ora è responsabile primo della gestione della chiesa. Spesso, infatti, le scelte operate dall’architetto e dagli altri membri dell’équipe di progettazione, soprattutto nell’ambito degli oggetti liturgici, dell’iconografia e dell’arredamento, non vengono pienamente realizzate se non perfino ignorate da chi è poi incaricato dell’amministrazione ordinaria della chiesa.
Circa la chiesa di S. Paolo in Frosinone occorre anzitutto evidenziare la sostanziale coerenza del suo impianto liturgico con la liturgia rinnovata dal Concilio Vaticano II. La collocazione di due dei tre poli fondamentali dello spazio liturgico, l’altare e l’ambone (il terzo è il fonte battesimale di cui parleremo in seguito) e della sede presbiterale all’interno di un presbiterio sopraelevato di fronte al quale stanno i fedeli, corrisponde all’assetto tradizionale. Questa organizzazione degli elementi costitutivi che compongono
lo spazio liturgico cristiano appare oggi la via ordinaria, così che l’aggettivo  “tradizionale” è a volte interpretato come sinonimo di dèjà vu se non perfino di scontato. In realtà, occorre ricordare che, almeno in occidente, l’assetto tradizionale è esattamente quello scelto per la chiesa di S. Paolo, qui configurato all’interno di uno spazio circolare, ma più comunemente definito da una navata conforme a una pianta di tipo basilicale. Nella chiesa di S. Paolo si è molto opportunamente evitato l’errore teologico e liturgico, spesso compiuto nella seconda metà del Novecento, di far necessariamente corrispondere in una chiesa a pianta circolare la collocazione dell’altare al centro dello spazio.La storia antica, medioevale e moderna dell’architettura liturgica attesta invece che anche nelle chiesa a pianta centrale, l’altare non veniva posto al centro ma sul fondo, spesso inserito all’interno di un’abside. Ci basti qui ricordare Santa Sofia di Costantinopoli e la descrizione dello spazio liturgico e delle solenni celebrazioni narrate
da Paolo il Silenziario. L’altare posto al centro di uno spazio circolare attorno al quale si dispongono i fedeli in modo cosiddetto “avvolgente”, compromette a un tempo la natura dell’azione liturgica che vi si celebra,il significato dell’immagine di Chiesa che in essa deve essere rappresentato e infine, ma non per ultimo, il significato simbolico dell’altare stesso. L’altare,
infatti, è chiamato a rappresentare il punto maggiore di convergenza delle linee di forza dell’edificio, dell’azione liturgica e dell’assemblea riunita, ma al tempo stesso esso deve rinviare oltre sé per indicare il compimento atteso, ossia la costitutiva dimensione escatologica della fede cristiana e dunque della Chiesa e della liturgia. Pertanto, l’altare è il punto di convergenza ma non il termine ultimo, rappresenta il centro della chiesa non perché collocato al centro spaziale di essa ma perché ne è il centro simbolico e in quanto tale decentra da sé .
Sulla base di questo, possiamo dunque osservare come nella chiesa di S. Paolo in Frosinone l’altare sia stato molto opportunamente collocato al fondo dell’aula, attribuendogli in tal modo l’adeguata preminenza spaziale e la simbolica necessaria. Le dimensioni contenute, la forma scelta e il materiale utilizzato gli conferiscono forza espressiva e intensità di presenza.
L’ambone, il secondo polo liturgico, collocato anch’esso in una posizione tradizionale, è pienamente adeguato a esprimere il suo significato e a svolgere la sua funzione.

Il fonte battesimale
Il terzo polo liturgico, il fonte battesimale, è posto all’interno di un vero e proprio battistero che per dimensioni e morfologia corrisponde alle necessità dei riti battesimali. Appare invece non propriamente corrispondente alla natura del battistero la sua collocazione a latere dell’aula assembleare e a essa comunicante. A ragione, l’architetto Danilo Lisi osserva che il battistero “è appartato per valorizzarne la simbolicità”, tuttavia valorizzare la simbolicità del battistero non significa semplicemente collocarlo in modo appartato rispetto all’aula, ma porlo piuttosto in posizione antistante l’aula o nei pressi del suo ingresso, dove del resto troviamo collocati i fonti battesimali nelle chiese tridentine.Dove è possibile, nella costruzione di una nuova chiesa sarebbe auspicabile situare il battistero all’esterno dell’aula e da essa indipendente, come la tradizione dei battisteri medioevali italici attesta.
Queste posizioni tradizionali del fonte battesimale, esterno all’aula o al suo ingresso, sono stabilite non da semplice ragione architettonica ma da un significato sacramentale che non può essere trascurato.
Come, infatti, il battesimo non è un sacramento meramente giustapposto all’eucaristia ma la precede come sua condizione e a essa tende come suo compimento, allo stesso modo il luogo proprio del battesimo non può stare a latere del luogo della celebrazione eucaristica, ma è bene che vi sia antistante al fine di esprimere in termini spaziali l’antecedenza del battesimo rispetto all’eucaristia e la sua naturale tensione a essa, mostrando al tempo stesso il necessario cammino iniziatico per giungere alla piena appartenenza alla comunità cristiana. In sintesi, la collocazione degli spazi e degli oggetti liturgici deve essere sempre coerente con la verità sacramentale della quale sono segno.

La sede presbiterale
Oltre ai tre poli fondamentali – altare, ambone, fonte battesimale – nello spazio liturgico cristiano vi deve essere la sede del ministro ordinato che presiede  a celebrazione liturgica: vescovo, presbitero, diacono.
Essendo quella di S. Paolo una chiesa parrocchiale, la sede di chi presiede si configura come sede presbiterale.
Per valutare adeguatamente questa realizzazione è oltremodo necessario precisare che la sede (anche nel caso della cattedra episcopale), sebbene sia costitutiva dello spazio liturgico cristiano, si pone a un livello secondo, sebbene non secondario, rispetto all’altare, all’ambone e al fonte battesimale, insistentemente da noi definiti come i tre poli fondamentali. Dal punto di vista teologico, infatti, il ministero ordinato (nella sua triplice articolazione di vescovo, presbitero e diacono) è a servizio della parola di Dio (ambone), dell’eucaristia (altare) e del battesimo (fonte).
La sede presbiterale ora in uso nella chiesa di S. Paolo non è quella progettata e disegnata da Danilo Lisi insieme all’artista Fernando Rea, visibile nei disegni ripostati nel presente volume.Attualmente la sede è una semplice seduta che nello stile, nella forma e nel materiale non mostra coerenza con l’insieme dell’edificio. Il risultato è la sua irrilevanza nei confronti sia dell’altare che dell’ambone, diventando così non un elemento secondo a questi ma del tutto secondario.
È pertanto doverosa e urgente la realizzazione della sede così come prevista dal progetto, al fine di dare all’insieme degli elementi collocati sul presbiterio la coerenza e l’armonia originaria.

La riserva eucaristica
L’Ordinamento Generale del Messale Romano afferma: “Conviene quindi che il tabernacolo sia collocato, a giudizio del Vescovo diocesano: a) o in presbiterio, non però sull’altare della celebrazione, nella forma e nel luogo più adatti… b) o anche in qualche cappella adatta all’adorazione e alla preghiera privata dei fedeli” (n. 315).
Nella nota pastorale La progettazione di nuove chiese, l’episcopato italiano precisa: “Il Santissimo sacramento venga custodito in un luogo architettonico veramente importante, normalmente distinto dalla navata della chiesa, atto all’adorazione e alla preghiera soprattutto personale” (n. 13).
Nella chiesa di S. Paolo in Frosinone la riserva eucaristica è posta né in presbiterio né in un luogo indipendente dall’aula, ma all’interno dell’aula sulla “parete” sinistra in un punto di poco esterno al presbiterio. Questa posizione non sembra corrispondere a quanto indicato nella normativa ufficiale e pertanto appare non pienamente adeguata a esprimere il senso e il valore della riserva eucaristica.
Inoltre, dall’altro lato del presbiterio, in posizione simmetricamente opposta alla riserva eucaristica, è posta la statua della Vergine Maria, creando così visivamente un’ambigua corrispondenza che di fatto pone sullo stesso piano l’adorazione del corpo eucaristico di Cristo e la venerazione della Madre del Signore. Come appare dai disegni riportati in questo volume nel capitolo “Vetrate e arredi sacri”, l’immagine della Vergine non è stata prevista dal progetto. La scelta della statua della Vergine che ora si trova nella chiesa di S. Paolo e la sua collocazione è estranea, così come il tabernacolo a quanto ideato nella collaborazione tra artista e architetto.Lo spazio retrostante l’altare
Nel succedersi lungo i secoli degli stili dell’architettura liturgica, lo spazio retrostante l’altare è sempre stato oggetto di grande attenzione in ragione del suo significato particolare. Esso è stato inteso come spazio gratuito, non funzionale, suggestivamente definito da Frédéric Debuyst espace de gloire. La qualità unica e singolare dello spazio retrostante l’altare ha trovato nell’abside la sua espressione più alta ed eloquente, di volta in volta tradotto in forme architettoniche diverse ma tutte unanimemente consapevoli della relazione intima tra questo spazio e la luce naturale; il vero e proprio ufficium che la luce esercita in esso. Tornando ai “canoni delle forme architettoniche” di cui abbiamo sopra parlato, l’abside dovrebbe essere indicato come un elemento costitutivo e irrinunciabile di una chiesa.
Ciò non significa riproporre alla lettera le forme antiche dell’abside, indica piuttosto non consegnare alla completa irrilevanza ma garantire la qualità simbolica ed espressiva dello spazio liturgico retrostante l’altare.
Un esempio altamente eloquente della possibile rilettura della tradizionale abside è  quanto realizzato nella ben nota chiesa di Santa Maria a Marco de Canaveses opera dell’architetto portoghese Álvaro Siza Vieira: la v
era e propria abside visibile all’esterno nella facciata nord-est, all’interno della chiesa si presenta come lo spazio dischiuso da due ampie aperture rettangolari ricavate nella parete dietro l’altare, autentiche monofore che consentono alla luce zenitale di accedere all’aula.
Nella chiesa di S. Paolo Apostolo in Frosinone, dietro l’altare vi è semplicemente la parete perimetrale delimitata da due semicolonne non concluse, senza capitello. Il cambio di materiale della parete compresa tra le due colonne, la finestra a semicerchio parziale con la vetrata raffigurante S. Paolo e l’occhio tondo con la vetrata a croce appaiono come elementi appositamente scelti per attribuire un particolare rilievo a quella porzione di parete retrostante l’altare dove la tensione dello spazio, le energie delle linee e lo sguardo dei presenti convergono.Un ritorno al canone?
La chiesa di S. Paolo Apostolo in Frosinone va giustamente annoverata in quel ristretto gruppo di chiese costruite in Italia negli ultimi decenni che si distinguono per intuizioni e soluzioni di particolare valore architettonico.
Intuizioni e soluzioni che sarebbe bello vedere maturare attraverso quelli che ho sopra chiamato canoni delle forme architettoniche. Se questi fossero fermamente posti dalla committenza ecclesiale certamente porterebbero a una maggiore fedeltà al proprium della liturgia cristiana, ai suoi significati e alle sue esigenze celebrative. Pertanto, questa chiesa è da intendesi come una proposta che emerge all’interno di un cammino verso l’individuazione di un nuovo equilibrio tra le necessità liturgiche, l’arte e l’architettura contemporanee. E in tale ambito si può leggere anche come un ulteriore appello alla Chiesa circa la necessità che essa stabilisca e prescriva canoni delle forme architettoniche ai quali attenersi. Diversamente, costruire una nuova chiesa significherà ogni volta creare ex novo una nuova idea di chiesa.

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