La chiesa di Worb (Svizzera)

Vi sono chiese progettate per emergere e imporsi alla vista, o per dimensioni o per impressionante sviluppo della forma. In senso opposto, questo centro parrocchiale cattolico di Worb, nella Diocesi di Berna, è stato progettato da Werner Hunziker secondo i criteri del più assoluto rispetto dell’intorno. L’architettura si adagia sommessamente sul prato, non nascosta ma silente.

Il complesso parrocchiale sorge ai margini dell’abitato, in un contesto collinare. La copertura dell’aula si alza in una pinna al di sopra del presbiterio.

Le verdi colline dal dolce profilo stemperano le frastagliate alture delle Alpi mentre van degradando verso il vasto piano della Germania: è il panorama tipico di quella zona della Svizzera che sta tra Berna e Lucerna (quest’ultima è la città del progettista, architetto Werner Hunziker). Ed è nota la cura con la quale viene conservato l’ambiente da quelle parti. I prati sembrano tosati, gli alberi disposti a bella posta per rendere il paesaggio gradevole alla vista, le case ordinate, gli edifici antichi mantenuti come testimonianze che perpetuino nel tempo la memoria viva dello stile di vita di un tempo. Quello svizzero è un paesaggio “in posa”, sempre pronto per essere fotografato e trasferito in una cartolina. Un paesaggio che aspira al silenzio e alla quiete. Questo è lo spirito del luogo che viene ricapitolato nel disegno del centro parrocchiale di Worb, inaugurato alla fine del 1998. L’architettura è un gioco di pieni e di vuoti a prevalente sviluppo orizzontale, come scatole che si incastrano l’una nell’altra per delimitare spazi e aprire viste parzialmente schermate. Solo il campanile e la svasatura che alza la copertura dell’aula sopra il presbiterio emergono dal protendersi orizzontale delle linee e accennano soltanto a un movimento verticale, come se non volessero disturbare i profili delle vicine colline, troppo dolci per essere interrotti da qualcosa di arditamente eretto. Gli spazi del complesso si aprono verso il cielo: come il patio, delimitato dal porticato che si incontra entrando entro il perimetro della chiesa, attraverso la soglia segnata dal campanile.

Vista interna dell’aula, la cui parete di fronte è costituita da una vetrata trasparente, oltre la quale sta il chiostro, il cui pavimento è coperto da una lama d’acqua.

Attorno al patio si collocano i locali parrocchiali, mentre al di là di esso, proseguendo fino al lato diametralmente opposto a quello dal quale si accede al complesso, si entra nell’aula ecclesiale. Dall’impianto fortemente razionale, rettangolare, l’aula gioca la sua presenza e la sua individuazione sulla luce. La parete di fondo, oltre l’altare, è costituita da una grande vetrata trasparente, ritmata dall’intelaiatura metallica che la sostiene. Dà su un piccolo chiostro la cui unica funzione è quella di aprire lo spazio della celebrazione alla luce del giorno, tenendolo allo stesso tempo separato dal mondo. L’ampiezza del chiostro è tale che consente a chi si trova nell’aula di vedere il cielo, e la “strombatura” verso l’alto del soffitto è intesa a invitare gli sguardi in quella direzione. Il chiostro rimane sempre vuoto, a meno che delle anitre di passaggio non ne approfittino per prendersi un poco di riposo e sguazzare nel basso specchio d’acqua adagiato sulla pavimentazione. Verso il fondo sta la croce, elemento solitario nella cornice tridimensionale, nella profondità dello spazio del chiostro. La luce e la croce attivano con lo specchio d’acqua una serie di riflessi cangianti col variare dell’angolatura del sole. Di notte la figura della croce si dilata nell’ombra proiettata sulla parete di fondo dalla luce di una faro. In tal modo chi è dentro la chiesa mantiene un con-tatto diretto col mondo di fuori, con l’aria, con l’acqua, con la luce, ma senza uscire, senza estraniarsi dal contesto ecclesiale che lo circonda. Un chiostro per uno specchio d’acqua che raccolga l’incanto della luce. In questo quadro architettonico il colore vive nelle mille sfumature dei riflessi. Il cristallo acquisisce profondità e già non necessita più dei colori sgargianti delle vetrate istoriate: è lo spazio nel suo complesso che si fa storia per ritrovare il silenzio e il raccoglimento. E l’architettura si dimostra capace di catturare un ritaglio di cielo per offrirlo al servizio della meditazione. (L.S.)

 

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