L’arte dello svelare


S.E. Mons. Bruno Forte, Vescovo di Chieti-Vasto e illustre teologo, ci ha fornito questa riflessione sull’architettura.

La scrittura della luce

S.E. Mons. Bruno Forte

Foto tratta dal sito <www.webdiocesi.chiesacattolica.it>

In un testo, le cui conseguenze per la storia dell’arte difficilmente saranno esagerate, il Concilio Costantinopolitano
IV nell’870 conferma la condanna dell’iconoclastia pronunciata dal Niceno II (787), affermando che "quanto il discorso
(lógos) dice in sillabe (en syllabé) la scrittura in colori (è en krómasi grafé) lo annuncia e lo rende presente" (DS 654). Il collegamento fra il "sillabare del lógos" e la "grafia dei colori" non sorprende chi consideri come nella tradizione orientale l’iconografo non sia colui che dipinge, ma colui che "scrive" l’icona: la "scrive", precisamente perché si serve di linee e di colori.
Come la linea delimita lo spazio e circoscrive una forma, così fa la lettera dell’alfabeto o il disegno dell’ideogramma: la linea dà forma allo spazio, lo in-scrive. L’icona in quanto spazio "informato" è "scritta". Il colore dà luminosità alla forma così definita, facendo emergere in essa dalla tenebra indefinita lo splendore della luce originaria. La linea – in quanto limita e circoscrive – è "kènosi", il colore – in quanto illumina e irradia – è "splendore". Mentre la linea definisce la separazione, il colore manifesta l’unità fra il Tutto ed il frammento: grazie alla loro combinazione, il Tutto può offrirsi nel frammento e il frammento ospitare la totalità evocandola.
È così che la luce in-scritta assume forma e può offrirsi come evento di bellezza. In un simile evento il Tutto si fa presente nel frammento in un modo che non confonda i due termini, ma faccia dell’uno la cifra dell’altro: in tal senso, la
bellezza della forma è insieme "kènosi dello splendore" e "splendore della kènosi".

L’architettura come arte

La misura della non confusione di questi due elementi – nell’irrinunciabile non separatezza – è la misura dell’arte: questa misura può dirsi raggiunta non tanto quando non c’è più nulla da aggiungere, ma quando non c’è più nulla da togliere, sul confine della leggerezza della evocazione simbolica e non su quello della pesantezza della rappresentazione realistica.
È precisamente a questo gioco di linea e di colore, di cifra e di simbolo, che si presta con singolare proprietà l’architettura: l’architetto scrive con la forma e il colore, con la delimitazione dello spazio e il gioco della luce, in una sorta di "trasgressione simbolica", che dice tacendo e varca la soglia fra il finito e l’infinito senza violarla. L’architettura è veramente una "scrittura della luce"!

S.E. Monsignor Bruno Forte
(Testo completo nel sito <www.chiesaoggi.it>)


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