L’altare a 40 anni dal Concilio

“L’altare. Mistero di presenza, opera dell’arte”: questo il titolo del Convegno liturgico svoltosi a Bose dal 31 ottobre al 2 novembre 2003, nel 40° anniversario della promulgazione della Costituzione conciliare sulla liturgia, Sacrosanctum Concilium. Con questo la Comunità monastica di Bose, con l’Ufficio Nazionale per i Beni Culturali Ecclesiastici della Conferenza Episcopale Italiana, avvia un appuntamento annuale ove approfondire la riflessione sul rapporto tra liturgia e architettura.Abbiamo intervistato alcuni dei relatori, per fare il punto sull’evoluzione del pensiero sulla disposizione spaziale dell’altare nell’aula. L’opinione di Enzo Bianchi, Frédéric Debuyst, Paul De Clerck e Albert Gerhards.

Che cosa ha imparato dal convegno sull’altare? Anzitutto che il lavoro di comprensione non è terminato. L’altare non è ancora sentito per quel che è. C’è eccessiva disinvoltura nell’affrontarne la collocazione e la definizione architettonica. In Germania sono stati compiuti esperimenti significativi e anche arditi. In Italia mi sembra che manchi un poco il coraggio di interrogarsi su come la comunità cristiana possa riferirsi a questo che è il centro reale della celebrazione. Mi sembra invece che la tendenza sia ancora quella di considerare l’altare come un oggetto che si inserisce in uno spazio preconfezionato. Ma è l’altare che illumina tutta l’assemblea.
Enzo Bianchi Priore, Comunità di Bose

Da alcuni anni si parla di uno spazio ecclesiastico in forma ellittica con l’altare in uno dei due fuochi, la parola nell’altro…
E’ importante che vi sia una chiara direzione dell’assemblea. Bene i due fuochi: purché sia chiara la direttrice che collega la “mensa della parola” alla “mensa eucaristica”. Il rischio è che si ricorra ad amboni spostabili, che non determinano polarità con l’altare. A Bose abbiamo realizzato questa sistemazione bipolare: altare e ambone sono due cubi di identico materiale ma di dimensioni diverse – perché evidente deve essere la gerarchia che li contraddistingue.

Nel monastero di Bose avete realizzato luoghi celebrativi di dimensioni maggiori col crescere della comunità. Quale il percorso seguito?
Ci siamo ispirati alle chiese siriache antiche, in cui il bema – il luogo della parola – si trovava proprio in linea con l’altare. La prima chiesa è stata un riadattamento di un porticato: poteva accogliere assemblee più piccole. Quella nuova, più grande e concepita sin dall’inizio come chiesa, si è ispirata alle architetture cistercensi. Ha un’alta copertura a travi lignee, che tra l’altro consente anche una eccellente resa acustica. Il coro monastico si svolge faccia a faccia; ma allo stesso tempo si mantiene chiara ed evidente la direzione verso l’altare, sul cui asse è stata posta anche la custodia eucaristica.

Ma la vostra è una chiesa monastica. C’è chi dice che per un’assemblea parrocchiale il discorso sia diverso….

Non credo sia corretto parlare di disposizioni diverse dell’assemblea. Se in una chiesa parrocchiale si adotta una sistemazione assembleare tutta attorno all’altare, penso si perda l’idea che la comunità è convocata di fronte a Dio. Fatto questo che invece è rappresentato dalla direzione univoca. Se la disposizione dell’assemblea “faccia a faccia” può andare bene per la preghiera eucaristica, nel momento della consacrazione e negli altri momenti della celebrazione si deve ricercare la direzionalità. L’altare è segno della direzionalità assoluta dell’assemblea.

L’altare della chiesa monastica ecumenica del monastero di Bose.
Al tavolo della presidenza i relatori che hanno partecipato al dibattito conclusivo della prima giornata di convegno. Da sinistra: Prof.ssa Anne da Rocha-Carneiro, Mons. Crispino Valenziano, S.E. Mons. David Stancliffe, S.E. Mons. Piero Marini, Mons.Giancarlo Santi, Prof.Walter Zahner e S.E. Mons. Daniel Schönbächler.

Il movimento liturgico si è spinto troppo oltre? Credo che debba avere un nuovo slancio e che si debba avere il coraggio di rivedere le forme assunte. Che sia il caso di ricomprendere alcune istanze della riforma liturgica e che eventualmente si portino correzioni.Si deve rilanciare il Vaticano II e la liturgia là dove non v’è vera comprensione mistagogica e si sopravvaluta l’aspetto puramente sociale e caritativo dell’azione ecclesiale. Bisogna comprendere che la fonte dell’attività della Chiesa è la liturgia.

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