In un loft a Milano


LA SCELTA DI AFFIANCARE STUDIO E ABITAZIONE NELLO STESSO EDIFICIO FA PARTE DI UN MODO DI INTENDERE IL LAVORO CHE NON VIENE RINCHIUSO IN SPAZI PREDEFINITI MA SI MESCOLA CON LA VITA, GLI INCONTRI, LA POESIA

Progetto arch. Giorgio Martino
Servizio e Art direction di Gabriella Anedi
Foto di Athos Lecce
Appartamento a Milano, in zona Bovisa

“L’assonanza del marchio non solo richiama con ironia il verso del cane ma unendo due volte la parola tedesca “bau” (costruzione) al genitivo sassone “‘s” vuole significare anche “costruzione della costruzione”, quindi lo sforzo intellettuale che sta alla base di ogni progetto. Un vero confronto costruttivo tra le diverse arti è venuto a mancare per troppo tempo: la Baubau’s Factory vuole ricrearlo mettendo a disposizione i propri spazi, in una zona che sa di storia, di officine, di artigianato, di cultura (col nuovo polo universitario) e imprenditoria per forme e materiali nuovi”

Un vero loft a Milano per far convergere vita, arte e progetto in uno spazio dove esterno e interno interagiscono. Ci troviamo infatti nella vecchia zona industriale della Bovisa, quartiere milanese interessato da pochi anni da radicali interventi pubblici e privati, come la nuova sede del Politecnico o l’annunciato Museo del Presente nei volumi degli ex gasometri. L’abitazione funge anche da show room per i prototipi realizzati dallo studio Baubaus’s Factory, ed è essa stessa laboratorio di sperimentazioni di materiali, di arredi e di soluzioni spaziali. Progetto e memoria, decontestualizzazioni ed etnie dialogano seguendo il filo rosso dei viaggi, delle scoperte e delle idee del fondatore, l’architetto Giorgio Martino, che proprio nel 98, a bordo di un’Ape nel ’98, ha compiuto una spedizione da Lisbona a Pechino. I lavori di ristrutturazione non hanno stravolto gli spazi originari del laboratorio ancora leggibili e il pavimento è stato semplicemente ricoperto da un caldo parquet in legno.

Nella pagina di apertura si vede il vecchio bateaulit di famiglia e il quadro di Giovanni Franzi, cofondatore di Baubau’s Factory per un caso di sinergia intellettuale “nata per gioco attorno ad un tavolo, un computer e qualche bicchiere di vino”. L’esterno dell’edificio è caratterizzato dalle ampie finestrature che assicurano sempre una buona illuminazione agli interni.

Sotto il quadro di Gennaro Ciccalese “NB”, è collocato un vecchio baule che, accuratamente restaurato, riordina il campionario dei tessuti. on mancano in questi grandi spazi alcuni dettagli ricercati come la zoccolatura in mosaico che anticipa il pavimento del bagno mentre quella in alluminio mandorlato segnala il passaggio alla pedana rialzata che conduce alle stanze più private. Assolutamente fuori contesto, e per questo oltremodo valorizzata, la piccola giostra recuperata in un mercatino americano. Gli spazi sono fluidi: per la cucina si è optato per una soluzione a vista con un mobile basso che funge da divisorio e da galleria di foto in bianco e nero. Un ricordo dei viaggi in Africa è concentrato nella pentola tanjine, usata in Marocco per cuocere al forno il famoso “tanjine”, piatto tipico a base di verdure con carne o pesce.

Protagoniste di questi spazi sono sicuramente le lampade sulle quali da anni lo studio lavora per elaborare forme originali di matrice dadaista come “trappolina” o come la lampada da terra, in primo piano, realizzata in rame cotto e imbuti di rame. Una vera e propria poetica del riuso perché, secondo Martino, “Il mondo è già pieno di nuove materie prime che per adesso (solo per adesso, forse) non abbiamo il tempo e la voglia di pensarne altre”.

Un’altra zona del loft senza funzioni predefinite è quella che conduce a un deposito schermato da una porta scorrevole in metallo fatta fare su misura con riquadri che reiterano la forma dei vetri mattoni disposti superiormente. Interessante è il tavolo pieghevole in struttura d’acciaio e ripiano in multistrato di betulla abbinato a una sedia in zinco della Dilmos. Le tende in lino, di produzione francese, sono distribuite dalla Baubau’s e schermano, in tutta la loro altezza, la luce che letteralmente inonda la stanza. Un gioco surrealista quello delle mani che si intrecciano con le corde della piccola collezioni di tamburi tribali. Sono iraniani, marocchini e africani. Quello a pelle maculata si può percuotere ma anche ruotare: i sassolini si muovono e si può riascoltare il suono delle risacche marine. Il gioco degli specchi amplifica e disorienta. Qui si vede l’open space della cucina realizzata con mobili di recupero. Essenziali questi vasi in zinco di produzione belga e quelli in rame di produzione Baubau’s.

Tutta l’attività di progettazione è ripartita all’interno di uno staff che comprende più figure professionali: designer, Miyuki Ikeda, architetti, Nicoletta Rusconi e Ivan Marittimo, Ettore Visco Gilardi, ottimizzatore e Fabio Boari, fotografo.

 

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